Il nome Chinese bridge 汉语桥 in generale si riferisce a competizioni tra studenti di tutto il mondo che si sfidano mostrando un loro particolare talento legato alla lingua o alla cultura cinese, competizioni che permettono ai vincitori di ottenere viaggi per visitare la Cina o ricevere importanti borse di studio per passare un semestre, un anno, o partecipare a un intero corso di laurea presso un’università cinese. Secondo le pagine ufficiali, questo tipo di competizioni mira a promuovere la cooperazione in ambito politico, economico, culturale ed educativo tra la Cina e il resto del mondo, tramite lo scambio linguistico e culturale.
Gli attori principali nell’organizzazione di queste iniziative sono di solito gli Istituti Confucio, che si occupano di diffondere la lingua e la cultura cinese nel mondo, favorendo nel contempo relazioni tra la Cina e il resto del mondo improntate ai valori di amicizia, integrazione e cooperazione. Ogni Istituto Confucio fa riferimento al Center for Language Education and Cooperation (CLEC), l’ente affiliato al Ministero dell’istruzione che li gestisce, e in più si occupa di favorire lo sviluppo nell’ambito dell’insegnamento della lingua cinese a livello globale, organizzare esami di competenza linguistica per stranieri, e gestire progetti come appunto i Chinese Bridge.
Dal 2002, anno in cui si è svolta la prima competizione, queste iniziative si sono evolute venendo a comprendere anche altri progetti finalizzati a trasmettere agli studenti di lingua e cultura cinese di tutto il mondo delle esperienze dirette degli argomenti trattati in aula durante i corsi. Uno di questi progetti riguarda i campi estivi per lo studio del mandarino e della cultura cinese, a cui ho preso parte durante la seconda e la terza settimana di luglio 2026.
Il Chinese Bridge Summer Camp 汉语桥夏令营a cui ho partecipato è stato presentato come un’opportunità per approfondire lo studio della lingua e toccare con mano la cultura cinese in un viaggio-studio di due settimane tra Pechino e Shanghai. Col solo requisito di aver ottenuto una certificazione di lingua cinese (HSK) di qualsiasi livello, sarebbe stato possibile partecipare a questo viaggio con vitto, alloggio, spostamenti ed escursioni pagati, preoccupandosi unicamente di comprare i biglietti aerei per andare e tornare. Per me che, pur occupandomi di Cina da cinque anni, avevo osservato questo paese solo attraverso i libri e i social media, questa era un’occasione imperdibile, sia per conoscere, finalmente, la vita reale nella Cina di oggi, sia per capire come le istituzioni educative cinesi intendono raccontare il paese al resto del mondo tramite questi progetti.
Arrivati all’aeroporto di Pechino, dopo aver incontrato assieme al resto dei partecipanti la docente dell’Istituto Confucio che ci faceva da referente nell’iniziativa, e la guida turistica che ci ha accompagnato in visita nella capitale, abbiamo fatto qualche foto di gruppo. Dall’arrivo in Cina, ogni momento che passavamo in veste di studenti stranieri in visita è stato documentato tramite foto o video, che venivano condivisi quasi in tempo reale sulle pagine social dell’Istituto Confucio, e infine montati insieme in un video riassuntivo dell’intero summer camp, pubblicato sulla pagina web dell’università cinese che ci ha ospitato.
Al termine della cena di benvenuto, ci è stata consegnata una maglietta con una grafica che richiamava lo stile dei poster dell’epoca maoista, accompagnata da una scritta che poteva essere laowai laile 老外来了 o wo shi laowai 我是老外,1)Letteralmente “è arrivato lo straniero” e “io sono straniero”. Con il termine laowai 老外 i cinesi fanno riferimento agli stranieri (in particolare occidentali) in un modo quasi affettuoso che però spesso sottintende l’estraneità e la limitata comprensione della realtà cinese da parte di questi ultimi. il tutto corredato dal logo dell’Istituto Confucio che ci accompagnava. Consegnateci le maglie ci è stato fatto presente di indossarle il più possibile, in particolare durante le visite agli enti organizzatori o durante le cerimonie ufficiali.
I giorni a Pechino sono stati prevalentemente di visita e svago, pensati per farci conoscere i punti di interesse più importanti della città. Al di là della maestosità della Città Proibita o delle bellezze del Palazzo d’Estate, mi ha molto colpito il modo in cui ci sono stati raccontati i luoghi scelti per le visite. Prima di ogni visita, infatti, partendo dalla spiegazione della storia e delle caratteristiche di ogni singolo monumento, la guida turistica costruiva una narrazione didattica e aneddotica che collegava la presentazione dei monumenti di Pechino alla storia della Cina antica, moderna e contemporanea, alle principali correnti di pensiero della filosofia cinese, e insieme alla vita quotidiana dei suoi abitanti di oggi, così da creare, nel complesso, un quadro basato tanto sulle nozioni storiche quanto sull’esperienza vissuta finalizzato in ultimo a spiegare meglio gli usi e i costumi dei cinesi di oggi.
La visita più emblematica in questo senso è stata quella al parco adiacente al Tempio del Cielo. Nel tragitto in autobus la guida, per esempio, ha avviato una conversazione sul confronto fra Cina e Occidente parlando dei temi considerati tabù appunto in Cina e in Occidente, concludendo che, se nel mondo occidentale tendenzialmente non chiediamo agli altri quanti soldi guadagnano, in Cina questa è una delle domande più frequenti per iniziare a conoscere una persona, individuando l’origine di questa abitudine nella transizione dall’epoca socialista all’epoca delle riforme. Questa introduzione le ha permesso di parlare in breve della storia della Cina nel passaggio fra il periodo maoista (1949-1976) e il periodo riformista (1978 -), per poi affrontare la questione delle pensioni nella Cina di oggi e comunicarci che prima della visita al Tempio del Cielo avremmo potuto vedere con i nostri occhi la vita dei pensionati cinesi che si allenano insieme all’aria aperta nel parco che precede l’ingresso al tempio.
Grazie a questo schema narrativo che si è ripetuto per tutte le visite, abbiamo avuto nozioni di base sui monumenti simbolo di Pechino, sulla storia della Cina, sulle principali filosofie cinesi, nonché sui valori che sono alla base della mentalità dei cinesi di oggi e sulle pratiche della loro vita quotidiana, il tutto tramite visite guidate curate nei minimi dettagli.
L’ultima tappa importante del nostro viaggio nella capitale è stata la visita alla sede centrale del CLEC. Nell’atrio del grande palazzo che accoglie gli uffici del centro linguistico, alcuni studenti selezionati hanno tenuto dei discorsi di ringraziamento in cinese, e, dopo la foto di rito, tutti noi abbiamo visitato una sala adiacente all’atrio in cui era allestita una mostra interattiva, in cui ogni angolo raccontava un pezzo di storia e cultura cinese.
Tale mostra, in particolare, è concepita come un viaggio simbolico in cui ogni visitatore, al suo ingresso, ottiene un libriccino impaginato a mo’ di passaporto con cui intraprende dall’inizio il suo cammino nella cultura cinese. Tra stazioni digitali che raccontano la storia delle dinastie cinesi, altri totem da cui è possibile apprezzare da vicino i dettagli degli antichi bronzi rituali, alle aree in cui indossare abiti tradizionali o suonare strumenti del folclore di diverse aree della Cina, o ancora, giochi interattivi che insegnavano il taiji, o i modellini delle grandi opere ingegneristiche moderne (come enormi ponti o le strutture olimpiche del 2008), anche chi non sapeva nulla sulla Cina è ha avuto modo conoscere e/o toccare con mano il passato, il presente e il futuro cinese, attraverso una esperienza immersiva dei suoi simboli.
Per giunta, ogni visitatore era incentivato a visitare l’intera mostra e scoprire ogni suo angolo grazie a gadget e regalini sparsi quà e là. Cartoline che ritraevano le città cinesi più importanti, piccoli ritagli di carta con stampati sopra i versi dei Dialoghi di Confucio, e, soprattutto, timbri da apporre sul “passaporto” firmato CLEC, ci hanno guidato nel nostro percorso fino a un grande schermo adiacente all’uscita. Quest’ultimo totem interattivo, sulla falsa riga dei programmi televisivi, proponeva a ogni visitatore tre domande che riguardavano argomenti appresi durante la visita. Con tre risposte corrette, una stampante forniva a ognuno un certificato che attestava il completamento della nostra visita, e simbolicamente il primo passo verso la nostra “delaowaizzazione”, e quindi verso una prima comprensione delle “caratteristiche” cinesi.
A giudicare dai risultati, il metodo ha funzionato: anche a distanza di giorni, molti dei miei compagni ricordavano con entusiasmo dettagli sul primo imperatore o sull’incredibile stadio olimpico di Pechino.
Conclusa la visita abbiamo preso il treno ad alta velocità verso Shanghai, dove l’esperienza in prima persona della cultura cinese è venuta a intrecciarsi con lezioni frontali e “workshop” in una famosa università cinese.
Durante il primo giorno presso l’Università l’ospitante ci hanno permesso di vedere l’università cinese tramite gli occhi dei suoi studenti. Una dottoranda e uno studente dell’equivalente cinese al corso di laurea magistrale si sono offerti volontari per guidarci in una visita del campus e delle sue strutture. Ampie strade, grandi aiuole, laghetti e supermercati interamente dedicati agli studenti hanno subito colpito molti di noi che, sebbene fossimo tutti studenti universitari, non avevamo mai visto un campus del genere in Europa.
Il giro è terminato in una grande aula, dove alcuni responsabili hanno tenuto una sessione di orientamento, mostrandoci le statistiche di rendimento dell’università e dei suoi studenti, le partnership globali e le possibilità di proseguire o iniziare i nostri studi proprio lì. Al termine della presentazione ci sono state consegnate le tessere per usufruire del servizio mensa, e così sono iniziati ufficialmente i nostri giorni come studenti universitari.
Nei nove giorni successivi le mattine sono state dedicate alla lingua cinese, mentre nei pomeriggi abbiamo preso parte alle lezioni di cultura.
Prima della partenza avevo chiesto al docente responsabile quale fosse il livello di cinese che avremmo studiato, convinto che quelle lezioni sarebbero state simili a quelle a cui avevo già preso parte all’università, e sebbene mi fosse stato detto che il programma sarebbe stato calibrato sulla media dei livelli dei partecipanti, al termine di questa esperienza posso affermare che quell’informazione è stata totalmente inutile. Le dieci ore di lezione, infatti, non si proponevano di approfondire questioni grammaticali o sintattiche della lingua cinese, piuttosto avevano come obiettivo esplicito quello di lavorare sulle nostre competenze nel parlato, e come obiettivo implicito quello di dare a ogni studente gli strumenti per esprimere, in lingua cinese, i suoi sentimenti personali riguardo a tutti gli aspetti della vita cinese di cui stava facendo esperienza.
Per approfondire sulle modalità, prendo come esempio la prima lezione, incentrata sulle nostre “prime impressioni”. Ogni lezione era strutturata secondo uno schema di domande e risposte secondo cui il docente mostrava alcune slides con alcune domande inerenti alle nostre visite o alle lezioni culturali, mentre gli studenti, grazie ad alcune strutture e al lessico che accompagnavano le domande nelle slides, cercavano di elaborare una risposta per esprimere il loro punto di vista sulla questione affrontata. Alcuni esempi tratti dal primo giorno di lezione sono: “la Cina era come te l’aspettavi?” “Cosa ti ha sorpreso di più?” “Se un amico dovesse organizzare una vacanza a Pechino cosa gli consiglieresti? Perché?” “Qual è stata la tua impressione durante la visita a…?”.
Questo tipo di domande non solo hanno scandito il ritmo delle lezioni, ma sono rimaste nella testa di ogni studente come un riferimento per affrontare le esperienze successive, soprattutto nel momento dei “compiti per casa”. Finite le lezioni, infatti, dovevamo svolgere un compito banale: fotografare le cose che più ci avevano colpito durante la giornata, e, prima di andare a dormire, mandarle sul gruppo WeChat con il docente, spiegando, tramite i vocaboli e le strutture apprese in aula, perché una determinata attività ci aveva interessato o una determinata visita ci aveva stupito.
In questo modo, attraverso le domande sulla vita in Cina, sulla tradizione cinese e, come vedremo, sulle avanzate imprese tecnologiche cinesi, siamo stati portati a riflettere costantemente su questi aspetti. Molto spesso la riflessione avveniva in ottica contrastiva, ossia paragonando la percezione che stavamo acquisendo sulla Cina, sulla base delle esperienze personali e delle narrazioni presentate da parte dei docenti universitari, alle realtà dei nostri Paesi d’origine. Il compito più importante in questo senso, è stata la relazione finale del summer camp. Sin dalla prima lezione ci è stato chiesto di non terminare la riflessione una volta usciti dall’aula, ma di continuare a chiederci perché quello che vedevamo ci stupiva, quali emozioni ci suscitava, ed eventualmente in che modo ci portava a cambiare il nostro punto di vista sulla nazione cinese. L’ultimo giorno di lezione, perciò, ogni studente ha dovuto comporre, e poi leggere in classe, un breve testo in cinese che seguiva la struttura seguente: impressioni sulla Cina prima di visitarla, resoconto delle esperienze del summer camp, sintesi delle nostre riflessioni, e una breve conclusione finale in cui affermavamo se e come la nostra percezione della Cina fosse cambiata dopo questa esperienza.
Le lezioni di cultura, invece, hanno rievocato tutti gli eventi organizzati dagli Istituti Confucio durante le maggiori festività del calendario cinese, con l’unica differenza che, nel nostro caso, tramite la nostra partecipazione attiva non le abbiamo più vissute come pubblico, ma siamo diventati noi stessi produttori ed esecutori delle forme della cultura immateriale cinese tradizionale. Abbiamo dipinto a immersione i ventagli, colorato alcune maschere del teatro pechinese, ci sono state insegnate le basi della danza della spada, le coreografie della danza del leone e del drago, per terminare con una lezione di musica cinese, durante la quale abbiamo ascoltato e cantato alcune canzoni che, secondo il docente, rappresentavano meglio i valori della Nazione e del popolo cinese, come Beijing huanying ni 北京欢迎你 (Pechino ti dà il benvenuto), che rappresenta lo spirito di apertura e accoglienza del popolo cinese, o ancora Moli hua 茉莉花 (Gelsomino), che rappresenta metaforicamente, tramite l’immagine del fiore del gelsomino, la discrezione della cultura cinese e la sua purezza.
Fuori dall’università invece abbiamo avuto l’opportunità di apprezzare la Shanghai tradizionale, quella moderna e insieme le sue grandi aziende all’avanguardia. Dopo aver osservato il gioco di luci degli enormi grattacieli su un traghetto sul fiume Huangpu, e aver visitato il Giardino Yu, l’antico villaggio di Zhujiajiao, il museo e lo zoo di Shanghai, tra le tappe più importanti del nostro itinerario ci sono state infine la fabbrica locale di Volkswagen (Shangqi dazhong 上汽大众) e, soprattutto, la sede di Tencent.
Nella prima ci hanno fatto osservare da vicino una catena di assemblaggio “intelligente” in cui la maggior parte del lavoro di assemblaggio auto lo faceva l’intelligenza artificiale. Negli uffici di Tencent, invece, abbiamo preso parte a una visita più strutturata. Abbiamo iniziato il giro visitando una sala espositiva in cui alcuni dipendenti ci hanno accompagnato in un percorso che mostrava la storia dell’azienda, i settori produttivi che tocca con i suoi prodotti (intrattenimento, tecnologia, finanza), e il loro impatto sulla vita dei cinesi. Dopo questo piccolo tour ci hanno accompagnato in una sala conferenze in cui, dopo una breve introduzione sui più avanzati agenti AI sviluppati dall’azienda, ci hanno lanciato una sfida: scaricare sui nostri dispositivi l’ultima versione del loro agente AI per testare in prima persona le sue funzionalità e la sua efficienza, creando un album fotografico dei giorni trascorsi in Cina, per poi presentarlo e poter ottenere un peluche carino della mascotte-pinguino di QQ.
Il 25 luglio il summer camp si è concluso ufficialmente con la cerimonia di chiusura, in cui alcuni dei docenti responsabili hanno detto qualche parola di ringraziamento, alcuni studenti volontari hanno tenuto un discorso, mentre altri hanno esibito i loro talenti legati alla cultura cinese in uno show che richiamava le competizioni del Chinese bridge: alcuni hanno cantato, altri danzato, dipinto o raccontato barzellette.
Al termine di tutto, ci hanno consegnato degli attestati che certificavano la nostra partecipazione al programma.
Osservando l’intero gruppo di studenti che ha partecipato a questo summer camp e l’evoluzione del loro atteggiamento nei confronti della lingua e della cultura cinese, posso affermare che quell’attestato di partecipazione possiede un valore simbolico molto più profondo. Quel pezzo di carta, infatti, è idealmente l’attestazione del nostro esserci aperti alla narrazione “interna” del modello cinese, la testimonianza di ciò che è concepito come un passo importante verso una comprensione della realtà cinese svincolata dalle narrazioni occidentali. Una comprensione, negli intenti di chi contribuisce a produrla, in cui le specificità economiche e sociali della Cina, l’eccellenza della sua cultura tradizionale e il valore dell’amicizia tra popoli sono tutti elementi che concorrono a costituire un modello di sviluppo virtuoso fondato sul dialogo piuttosto che sul conflitto.
Così, la promozione degli scambi linguistici e culturali con l’obiettivo di promuovere la collaborazione in vari ambiti tra la Cina e il resto del mondo, appare come una pratica educativa che mira ad avvicinare i cittadini stranieri, e in particolare gli studenti di cinese, a ogni dimensione della “via cinese”, organizzando in modo positivo le loro percezioni di un paese che altrimenti agli occhi di molti potrebbe apparire sfuggente e frammentato.
Andrea Contini ha conseguito una laurea magistrale in lingua e letteratura cinese moderna presso l’Orientale di Napoli.
Immagine: maglietta; sono un laowai.
| ↑1 | Letteralmente “è arrivato lo straniero” e “io sono straniero”. Con il termine laowai 老外 i cinesi fanno riferimento agli stranieri (in particolare occidentali) in un modo quasi affettuoso che però spesso sottintende l’estraneità e la limitata comprensione della realtà cinese da parte di questi ultimi. |
|---|

