Per concezione del futuro (weilai guan 未来观) intendiamo la visione generale, individuale o collettiva, di come cambia il mondo e secondo quale direzione. Per concezione del futuro collettiva intendiamo la visione del futuro dominante presso un determinato gruppo in un dato periodo. Tale concezione influenza fortemente il modo in cui un gruppo prefigura e programma il futuro, stabilisce le proprie relazioni interne e regola i suoi scambi con il mondo esterno. Il tema delle concezioni cinesi del futuro è stato indagato molto di rado, quantomeno in Cina; scopo di questo saggio sarà dunque esplorare l’argomento. Date le enormi differenze che intercorrono fra Cina antica, Cina moderna e Cina contemporanea, l’esposizione sarà prima divisa in tre parti, per poi essere seguita da una sintesi conclusiva.1)L’autore rispetta qui la tendenza convenzionale, in uso nella Repubblica Popolare Cinese (RPC), a distinguere fra un’epoca “moderna” (xiandai 现代), che si concluderebbe secondo la storiografia cinese ufficiale con la fondazione della RPC nel 1949, e un’epoca “contemporanea” (dangdai 当代), che andrebbe invece dal 1949 al presente. Ntd.

La concezione del futuro nella Cina antica

Il futuro, agli occhi dei cinesi antichi, non aveva affatto una grande rilevanza.
La prima significativa parola di tempo a comparire nella plurimillenaria storia tramandata cinese è “jiu” 久, – il cui significato è “durare, essere duraturo” -, un vocabolo inizialmente usato nel Mozi 墨子 che ritroviamo anche negli scritti degli esperti di strategia militare. Nell’Arte della Guerra (Sunzi Bingfa 孙子兵法), ad esempio, leggiamo la frase: “In guerra si dà importanza alla vittoria e non alla durata (jiu) delle operazioni”.2)Sun Tzu, L’Arte della guerra (Roma: Newton Compton Editori, 2008), 38. Trad. it. di R. Fracasso. Sia il Mozi che L’Arte della guerra sono testi filosofici, sebbene di diverso orientamento, redatti durante l’epoca di maggior fioritura del pensiero cinese classico (VI-II secolo a.C.). Ndt. È, quella sulla continuità del tempo, una riflessione a cui tutte le scuole filosofiche cinesi del periodo pre-imperiale hanno prestato grande attenzione, pur nella diversità delle loro interpretazioni.
Quanto alla cultura che più di tutte ha improntato il pensiero cinese, ovvero quella confuciana, essa ha portato alla riflessione cinese sul futuro due elementi. Il primo è l’idea che cose ed eventi da una parte siano simili tra loro e nello stesso tempo si dispieghino gradualmente. Il classico confuciano della Grande Scienza, per esempio, prescrive le seguenti azioni: “coltivare il sé, ordinare la famiglia, governare il paese e pacificare il mondo”. Quattro compiti, di livello diseguale, che se da un lato sono semplicemente giustapposti sulla base della loro similitudine, dall’altro sono considerati in graduale progressione ed espansione, un po’ come le onde concentriche causate da un sasso gettato nell’acqua: ogni onda reitera il movimento della precedente a un livello più ampio, ma con una portata assai diversa. L’espansione delle onde – e questo è il secondo elemento – corrisponde all’estendersi dello spazio e del tempo, cosicché ognuno può naturalmente ritenere che la coltivazione del sé venga per prima, quindi segua l’ordinamento della propria famiglia, successivamente venga il governo del paese, mentre la pacificazione del mondo dovrebbe essere una cosa ancora più remota nel futuro.
Tradizionalmente i cinesi sono particolarmente avversi a guardare al futuro in modo catastrofista. In un altro testo classico come il Liezi 列子 , per esempio, troviamo la storia dell’“uomo di Qi che temeva il cielo” (Qi ren you tian 杞人忧天), nella quale si narra appunto di un tizio che aveva paura che il cielo potesse crollare. La storia in seguito sarebbe diventata proverbiale, al punto che l’espressione “l’uomo di Qi che temeva il cielo” sarebbe stata usata da innumerevoli generazioni per significare che angustiarsi per il futuro è cosa vana.
Ciò naturalmente non vale a dire che per i cinesi il futuro debba essere per forza tutto rose e fiori. In Cina ha sempre prevalso una visione del mutamento concepita in termini di fluttuazione, il che vale a dire che il futuro, lungi dall’essere “stagnante”, ripete sempre il moto già avvenuto come le onde. A tale riguardo basta consultare il Classico dei Mutamenti, un testo canonizzato dal confucianesimo che presenta grandi affinità con la tradizione taoista. Recita a sua volta il Laozi 老子: “L’inversione segna, del Dao, il moto”,3)Laozi. Daodejing. Il Canone della Via e della Virtù (Torino: Giulio Einaudi, 2018), 107. Trad. it. di A. Andreini. significando che la “via” (Dao 道) muove eternamente le cose facendole tornare sui loro passi. Anche il buddhismo ha influenzato da parte sua questa visione ricorsiva del futuro. Il Ciyuan 辞源, ad esempio, sostiene che weilai 未来 – parola con cui oggi si designa il concetto di futuro – sia un lemma di origine straniera importato dal buddhismo con due diverse connotazioni: la prima, di natura temporale, indicherebbe un tempo “non ancora venuto” contrapposto al presente; la seconda, di natura esistenziale, indicherebbe una vita “non ancora venuta”, ossia la prossima rinascita, contrapposta a quella in atto.4)Il Ciyuan è il primo dizionario enciclopedico cinese moderno, la cui prima edizione risale al 1915. Quanto alla parola weilai, essa è composta dall’avverbio wei, che significa “non ancora”, e dal verbo lai, che significa “venire”. Il futuro sarebbe perciò “ciò che non è ancora venuto”, un po’ come nel senso della nostra parola “avvenire”. Ndt. In Cina come in India troviamo nelle sale principali di molti templi buddhisti tre statue del Buddha, le quali rappresentano il passato, il presente e il futuro. A uno sguardo superficiale, il loro aspetto appare molto simile.
È tuttavia l’incipit del Romanzo dei tre regni, un’opera che ancora oggi fa sentire ai cinesi tutta la potenza dei movimenti della storia, che a mio avviso esprime nel modo migliore la concezione del futuro tipica della Cina antica. “Tutte le cose, nel mondo, si devono unire se sono state a lungo separate, si devono separare se sono state a lungo unite”. Ciò che l’autore vuole dire, qui, è che ogni gruppo umano si trova continuamente inserito in una sequenza continua di unioni e separazioni. L’uomo deve perciò necessariamente prepararsi alla reiterazione degli eventi passati.

La concezione del futuro nella Cina moderna

Anche in Cina, come nel mondo occidentale, è la modernità a cambiare in modo distintivo la concezione del futuro. Ciò avviene a partire da quando, in seguito alla prima Guerra dell’Oppio (1839-1842), alcuni intellettuali cinesi cominciano a viaggiare oltremare per ricercare le cause del declino della Cina imperiale e della concomitante ascesa dei paesi occidentali e del Giappone, finendo per scoprire che si sono già diffuse, nel mondo, le idee filosofiche e sociali della modernità. Al loro rientro in Cina, essi cominciano a scrivere opere volte a illustrare i cambiamenti mondiali, discutendo nel contempo le questioni che i cinesi hanno urgente necessità di risolvere. È proprio in questo contesto che la parola weilai comincia a essere usata per parlare di futuro nel senso moderno.
Scorrendo attraverso i database online le prime trattazioni cinesi sul pensiero moderno ho notato, per esempio, che un numero dell’Eastern Western Monthly Magazine (Dong xi yang kao meiyue tongji zhuan 東西洋考每月統計傳), rivista pubblicata fra il 1834 e il 1839, mostra in copertina la frase: “se vuoi conoscere il futuro (weilai), prima esamina il passato”. La parola futuro, qui, è già usata nel suo significato pienamente moderno. In un numero della rivista Chinese Serial (Xia’er guanzhen 遐迩贯珍), edita a Hong Kong dal 1853 al 1856, la parola weilai è usata invece in un saggio che parla della Bibbia. “Le scritture sacre”, si dice, “contengono moltissime profezie sul futuro; alcune si sono già verificate, altre si stanno verificando ora, altre non si sono ancora verificate. Ma se l’uomo tende a dimenticare le cose del passato, e quelle del presente non arriva a conoscerle… che dire allora di quelle del futuro! Solo Dio può conoscere l’avvenire; se la Bibbia può parlare del futuro è perché la sua parola è stata rivelata da Dio”. Anche qui la parola futuro ha un significato del tutto affine a quello odierno. C’è poi un numero della Peking Magazine (Zhong xi jianwen lu 中西见闻录) del 1872 che, nell’illustrare le realizzazioni dell’ingegneria idraulica occidentale, utilizza la frase “i disastri vanno fermati in anticipo, prima che siano già avvenuti”, esprimendo così l’importanza che ha il fatto di preoccuparsi per il futuro.5)In questa frase weilai è usata come espressione verbale, “non essere ancora venuto”.
È per il tramite dell’evoluzionismo darwinista che in Cina viene assimilata la moderna concezione occidentale del futuro. Non è un caso che uno dei pionieri della letteratura fantascientifica cinese, Liang Qichao  梁启超, avesse pubblicato nel primo numero della sua rivista La nuova narrativa (Xin xiaoshuo 新小说), uscito nel 1902, il romanzo di Camille Flammarion La fine del mondo. L’opera parla infatti di cataclismi climatici così come di crisi sociali, coniugando un sentimento apocalittico di matrice ebraica con un’implicita visione evoluzionistica. Una visione, quest’ultima, che non potrebbe essere più distante dalla già criticata preoccupazione dell’uomo di Qi che temeva che in futuro il Cielo potesse cadere sulla terra.
Tale assimilazione ha reso il modo di vedere il futuro dei cinesi molto più aperto. Minando la vecchia concezione ricorsiva della storia, essa ha aperto la strada alle visioni dello storicismo hegeliano e marxista. Prendiamo di nuovo Liang Qichao come esempio. Nel primo numero della summenzionata rivista, egli pubblicò anche una parte del romanzo Cronache sul futuro della Nuova Cina (Xin Zhongguo weilai ji 新中国未来记), in cui descrive come la Cina, dopo molte traversie, nel 2062 (calcoli accurati hanno accertato che Liang Qichao si riferisce in realtà al 1962) riesca a diventare grazie a una serie di efficaci passaggi di sviluppo e politiche razionali il paese più potente del mondo. La storia in tale romanzo non è più ciclico ritorno, bensì progresso e sviluppo. L’edificazione della nuova Cina dopo il crollo della nuova Cina, cioè, non è più da considerarsi come una restaurazione di uno stato precedente ma come lo sviluppo verso uno stadio superiore.
Io mi occupo di studi letterari. Dal tardo periodo Qing sino alla fondazione della prima Repubblica cinese, la parola “futuro” ricorre spesso nelle opere letterarie, soprattutto quelle di carattere fantascientifico. Fra i titoli di romanzi di fantascienza di quel periodo in cui figura la parola “futuro” troviamo: La lega libraria della Cina futura di Juewo 觉我(1906); Il mondo futuro di Chunfan 春颿 (1907); Storia della futura guerra aerea di Bao Tianxiao 包天笑 (1908); Storia della futura guerra cinese di Zhang 张 (1909); La Cina del futuro di Xue Yiru 薛逸如 (1916); Shanghai del futuro di Bi Yihong 毕倚虹 (1917). Oltre a queste, vi sono opere nel cui titolo compaiono espressioni riferite al futuro come “domani”, “tra sessant’anni”, “il giorno del giudizio”.
Descrizioni del futuro, in Cina, apparvero anche sotto forma di sogno. Gli antichi, tuttavia, conferivano al sogno una connotazione dispregiativa. Per esempio “sognare a occhi aperti” indicava un atteggiamento poco pragmatico. “Il sogno del miglio giallo”6)L’espressione deriva dal dramma teatrale del XIII sec. Huangliang meng 皇粮梦 di Ma Zhiyuan 马致远. Ndt. rappresentava l’illusorietà effimera del futuro: nel tempo di cottura del miglio, il sogno è già svanito. È interessante notare che, giunti in epoca repubblicana, il concetto di sogno, in precedenza sempre eluso e rivestito di un significato negativo, cominciò ad assumere un’accezione positiva. Tra il 1933 e il ’34 alcuni periodici, guidati dalla rivista The Eastern Miscellany (Dongfang zazhi 东方杂志), lanciarono addirittura un bando per l’invio di articoli sul tema del sogno. I temi prefissati erano o “sognare la Cina”, o “la vita che sogno”, oppure “i miei progetti personali”. In tutta la Cina centinaia di intellettuali e comuni lettori parteciparono a quella che può essere definita una vera campagna per dare libero corso alle idee sul futuro “sogno cinese”. Se si potesse fare una statistica approfondita sui discorsi del tempo, si scoprirebbe che la maggioranza delle persone nutriva una forte aspettativa nei confronti del futuro, il cui nucleo essenziale era costituito dal rafforzamento del Paese e dal miglioramento delle condizioni di vita del popolo. Tuttavia, vi erano anche persone che ammettevano dolorosamente di non avere alcun sogno. Usando le categorie attuali, si può dire che la gente dell’epoca rispetto al futuro era già divisa in ottimisti e pessimisti, e che ciascuno dei due gruppi era piuttosto nutrito.

La concezione del futuro nella Cina contemporanea

In questo saggio si è scelto di analizzare principalmente i filosofi antichi e i pensatori moderni, esplorando le loro visioni a causa dell’enorme influenza che esse hanno avuto sullo sviluppo della società cinese. Con la fondazione della Nuova Cina nel 1949, tuttavia, sono stati i comunisti a influenzare in modo determinante la visione del futuro. Tra questi vale la pena di analizzare attentamente la concezione del futuro di Mao Zedong 毛泽东, Deng Xiaoping 邓小平 e Xi Jinping 习近平. Lo studioso Xin Xiangyang 辛向阳  ha compiuto una serie di studi in questo ambito: in essi, egli ha dissezionato la concezione del futuro di personaggi come Mao Zedong e Deng Xiaoping su una base contenutistica e cronologica, evidenziando le notevoli differenze di vedute tra i vari leader.
Analizzando la concezione di Mao, Xin Xiangyang ha dimostrato che il suo pensiero sul futuro si basava sull’aspettativa di fare della Cina una nazione socialista moderna e potente. Ciò si può constatare nel suo “Discorso al Convegno nazionale del Partito Comunista Cinese sul lavoro di propaganda” del marzo 1957, nel quale Mao sintetizza il concetto di nazione potente nei tre aspetti di industrializzazione, ruralizzazione e modernizzazione della cultura scientifica. Nel dicembre del 1964, durante la terza sessione del Primo Congresso dell’Assemblea del Popolo, Zhou Enlai 周恩来, seguace di Mao Zedong ed esecutore delle sue politiche, nel “Rapporto sul lavoro del governo” suddivide il programma sopra esposto in due fasi specifiche: la fase di costruzione di un sistema industriale indipendente e completo, dal 1965 al 1980, e la fase di modernizzazione di agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia, tra il 1980 e il 2000. È questa la concezione embrionale delle “quattro modernizzazioni” che sarebbero state in seguito implementate.
Naturalmente, Xin Xiangyang non nega che la concezione del futuro di Mao Zedong, soprattutto dal punto di vista cronologico, sia stata modificata più volte. Per esempio nel 1958 corresse lui stesso la strategia “delle due fasi” che aveva appena elaborato, ritenendo che la Cina avrebbe dovuto superare in quindici anni la produzione di acciaio dell’Inghilterra raggiungendo quella americana. Questa modifica insieme all’implementazione della sua concezione del futuro condussero infine al Grande Balzo in Avanti e ai tre anni di depressione agli inizi degli anni Sessanta.
Nell’analizzare la concezione del futuro di Deng Xiaoping, Xin Xiangyang mostra come, quando Deng prese il potere, la sua concezione comprendesse sostanzialmente una migliore integrazione dell’obiettivo della modernizzazione nella realtà locale cinese. A Deng Xiaoping piaceva l’espressione “xiaokang 小康” (piccolo benessere): la sua cronologia per la realizzazione del “piccolo benessere” era il “raddoppiamento” del PIL cinese tra il 1978 e il 2000; quindi, nei restanti trenta/cinquant’anni l’economia cinese si sarebbe avvicinata al livello dei paesi mediamente sviluppati.
Negli ultimi anni è infine emersa la concezione del futuro di Xi Jinping. Cercherò di analizzarne i principali contenuti. A mio parere la sua concezione del futuro è incarnata soprattutto da tre aspetti: il sogno cinese, il progetto “one belt one road” e il destino comune dell’umanità. Il cosiddetto “sogno cinese” è il pensiero guida e principio di governo proposto da Xi Jinping dopo aver assunto una posizione dirigenziale, nel periodo immediatamente precedente e successivo al Diciottesimo Congresso del Partito Comunista Cinese. Il 29 novembre del 2012 Xi Jinping ha definito il “sogno cinese” in questi termini: “la realizzazione del grande rinascimento della nazione cinese è il più grande sogno dei cinesi sin dall’epoca premoderna”; inoltre, ha sottolineato che questo sogno “si potrà senza dubbio realizzare”. Nei suoi discorsi successivi, ha così commentato la tempistica concreta dell’essenza del “sogno cinese”, ossia i cosiddetti “due centenari”. Nello specifico, giunti al centesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese (2021) e al centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (2049), progressivamente, si realizzerà finalmente il rinascimento della nazione cinese, la cui manifestazione concreta sarà il rafforzamento e arricchimento dello stato, la rivitalizzazione nazionale e la felicità del popolo. La strada per realizzarlo è la via del socialismo con caratteristiche cinesi, perseguendo il sistema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi, ravvivando lo spirito nazionale, concentrando le forze del Paese e mettendo in atto la costruzione di “una civiltà in cinque rami”: politica, economica, culturale, sociale e ambientale.
Se quelli sopra esposti sono soltanto degli ideali, il progetto “one belt one road” è piuttosto la concezione di una via di sviluppo diretta verso l’estero. L’espressione si riferisce alla “cintura (belt) economica della via della seta” e alla “via (road) marittima della seta del XXI secolo”. Sotto l’egida del pensiero di Xi Jinping, il Comitato per le Riforme e lo Sviluppo Nazionale, il Ministero degli Esteri e il Ministero del Commercio, il 28 marzo 2015, hanno emesso una relazione congiunta dal titolo “Prospettive e azioni per promuovere la costruzione comune della cintura economica della via della seta e della via marittima della seta del XXI secolo”. Nel documento si afferma che lo scopo di “una cintura, una via” è realizzare insieme, sotto la bandiera di pace e sviluppo, una comunità di interessi condivisi basata su una politica di fiducia reciproca, sulla fusione economica e sulla comprensione culturale, una comunità di destini e responsabilità condivisi, sfruttando il simbolo storico della via della seta, il supporto della piattaforma di collaborazione esistente a livello locale con le nazioni dell’area e i meccanismi bilaterali e multilaterali già attivi. Nel testo “la comunità di destini e responsabilità condivisi” rappresenta un ideale di società umana su cui il governo cinese ha molto insistito. Il libro bianco “Lo sviluppo pacifico della Cina” del 2011 dichiara che bisogna aspirare a un nuovo significato dei valori e interessi comuni dell’umanità attraverso la prospettiva nuova di una “comunità di destini e responsabilità condivisi”.

Alcune caratteristiche delle concezioni cinesi del futuro

Il mio articolo ha presentato una serie di visioni cinesi del futuro dall’antichità a oggi. In ogni periodo si è cercato di illustrare le posizioni che sono state maggiormente influenti. Dall’analisi complessiva di queste concezioni, si possono trarre le seguenti conclusioni.
In primo luogo, nel pensiero classico cinese non esiste il concetto moderno di “futuro”. Per gli antichi il futuro non è altro che il risultato di una continua fluttuazione dell’esistenza passata, con l’emergere alterno di epoche fiorenti e epoche travagliate, senza una vera fine. In questa concezione, il modo per affrontare il futuro è aspettare per agire al momento opportuno.
In secondo luogo, la nascita di una concezione del futuro nei cinesi moderni ha origine dall’introduzione diretta in Cina del pensiero occidentale. La teoria dell’evoluzionismo di Darwin e i risultati degli studi cosmologici occidentali hanno influito profondamente sulla concezione del futuro dei cinesi moderni. Proprio in base a ciò, infatti, i cinesi hanno cominciato gradualmente a considerare l’idea di sviluppo e di futuro dal punto di vista occidentale.
Terzo, nell’epoca contemporanea sono i comunisti a guidare la concezione del futuro della Cina. Il loro principale obiettivo è la costruzione di una nazione moderna. Da Mao a Deng, fino a Xi Jinping, la direzione di sviluppo del futuro si è fatta progressivamente più netta e concreta. La sfera collettiva, che caratterizza questa concezione, si sta facendo strada dalla Cina al mondo intero.
Infine, va chiarito che, sebbene in questa analisi si sia adottato il punto di vista di pensatori, intellettuali, statisti e governanti, come gruppi che hanno esercitato un’importante influenza sulla concezione del futuro in Cina, tuttavia, va anche detto che, in ogni periodo, la concezione di futuro all’interno della società si rivela alquanto variegata. Per conoscere in modo appropriato la visione cinese del futuro sarebbe utile studiare questa varietà di concezioni in maniera approfondita confrontandole con il pensiero dominante.

Traduzione di Nicoletta Pesaro e Marco Fumian

Immagine tratta da Nebula, Future Fiction, disegno di Eleonora Mamerti

Le concezioni cinesi del futuro. PDF

Wu Yan, nato a Pechino nel 1962, insegna alla Southern University of Science and Technology di Shenzhen. Autore di racconti di fantascienza, è attualmente forse il più noto teorico e divulgatore della narrativa fantascientifica nell RPC.

 

References
1 L’autore rispetta qui la tendenza convenzionale, in uso nella Repubblica Popolare Cinese (RPC), a distinguere fra un’epoca “moderna” (xiandai 现代), che si concluderebbe secondo la storiografia cinese ufficiale con la fondazione della RPC nel 1949, e un’epoca “contemporanea” (dangdai 当代), che andrebbe invece dal 1949 al presente. Ntd.
2 Sun Tzu, L’Arte della guerra (Roma: Newton Compton Editori, 2008), 38. Trad. it. di R. Fracasso. Sia il Mozi che L’Arte della guerra sono testi filosofici, sebbene di diverso orientamento, redatti durante l’epoca di maggior fioritura del pensiero cinese classico (VI-II secolo a.C.). Ndt.
3 Laozi. Daodejing. Il Canone della Via e della Virtù (Torino: Giulio Einaudi, 2018), 107. Trad. it. di A. Andreini.
4 Il Ciyuan è il primo dizionario enciclopedico cinese moderno, la cui prima edizione risale al 1915. Quanto alla parola weilai, essa è composta dall’avverbio wei, che significa “non ancora”, e dal verbo lai, che significa “venire”. Il futuro sarebbe perciò “ciò che non è ancora venuto”, un po’ come nel senso della nostra parola “avvenire”. Ndt.
5 In questa frase weilai è usata come espressione verbale, “non essere ancora venuto”.
6 L’espressione deriva dal dramma teatrale del XIII sec. Huangliang meng 皇粮梦 di Ma Zhiyuan 马致远. Ndt.