Alla fine di aprile del 2025, l’Associazione dei Traduttori della Cina (中国翻译协会, Zhongguo fanyi xiehui) ha tenuto la sua assemblea annuale a Dalian. Nell’occasione è stata presentata un’iniziativa ambiziosa fondata sui cosiddetti “4 progetti” (si ge gongcheng, 四个工程) – formazione, mediazione, ricerca, pratica – con il mandato esplicito di «guidare lo sviluppo del settore traduttivo, servire le strategie nazionali e potenziare la capacità di comunicazione internazionale della Cina». Niente di particolarmente sorprendente, per chi segua da anni le politiche culturali della Repubblica Popolare. E tuttavia, rileggendo il discorso inaugurale di Huang Youyi (黄友义), Vicepresidente esecutivo dell’associazione, la sensazione è quella di trovarsi davanti a qualcosa di più di una dichiarazione di politica professionale: la traduzione vi è descritta come «l’ultimo miglio» della comunicazione globale, come strumento per «costruire un sistema discorsivo internazionale indipendente» e, in definitiva, come contributo alla «costruzione di una comunità dal futuro condiviso per l’umanità».
Non si tratta di retorica isolata. È l’espressione coerente di una logica che attraversa ormai da decenni le istituzioni, i programmi e le pratiche della traduzione in Cina. Una logica che propongo di chiamare translational statecraft, una sorta di “statalismo in ambito traduttivo”: l’espressione indica la gestione statale strategica della traduzione come infrastruttura di comunicabilità transnazionale, orientata a costruire forme di «sovranità discorsiva» (话语权, huayu quan) – ossia la capacità di autorizzare rappresentazioni legittime di concetti culturalmente e politicamente rilevanti nella circolazione internazionale delle idee.1)Su questo tema, vedi anche gli interventi raccolti nel numero di Sinosfere “Cosa significa “rafforzare il potere discorsivo della Cina”. Il punto di vista di un intellettuale cinese”. Un saggio esteso su questo tema è in corso di pubblicazione per i tipi di Edizioni Dell’Orso (Alessandria), nel volume collettaneo Statecraft Strategies, Cultural Mediation, and the Construction of China’s Image, che raccoglie gli esiti del progetto PRIN 2022 «Borrowing a boat to cross the ocean» (Università di Torino e Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano).
Un’anomalia analitica
Il punto di partenza è un confronto con la sociologia della circolazione culturale internazionale elaborata da Johan Heilbron e Gisèle Sapiro,2)Heilbron, Johan. 1999. “Towards a Sociology of Translation”. European Journal of Social Theory 2 (4): 429–444; Sapiro, Gisèle. 2016. “How Do Literary Works Cross Borders (or Not)?”. Journal of World Literature 1 (1): 81–96; Ead. 2021. “The Sociology of Translation: A New Research Specialization Still in the Making”. Perspectives 29 (2): 171–188. secondo cui i flussi traduttivi sono determinati da una struttura gerarchica del mercato mondiale dei beni simbolici: centri, semiperiferie e periferie interagiscono attraverso una pluralità di mediatori – editori, traduttori, agenti, istituzioni. In questo modello, lo Stato non è assente, ma agisce prevalentemente in modo indiretto: sussidi alla traduzione, politiche linguistiche, sostegno alla diffusione editoriale.
Il caso cinese contemporaneo mette sotto pressione questo schema. Lo Stato non è qui semplicemente uno degli attori istituzionali che intervengono nella circolazione culturale: è un attore fortemente centralizzato, dotato di una marcata intenzionalità culturale, che interviene non soltanto all’interno delle dinamiche del mercato globale dei beni simbolici, ma nel tentativo dichiarato di riorientarne parzialmente le gerarchie attraverso politiche traduttive di lungo periodo. Il modello di Heilbron e Sapiro non viene confutato, ma deve essere arricchito e messo sotto tensione produttiva.
Una caratteristica strutturale del translational statecraft cinese è quella che chiamo «ambiguità strategica»: la coesistenza di mandati istituzionali sovrapposti, la differenziazione deliberata del messaggio in base al pubblico di destinazione, la conservazione di margini di indeterminatezza nelle procedure di selezione e valutazione. Questi elementi non sono disfunzioni del sistema: ne sono caratteristiche costitutive, che permettono flessibilità operativa mantenendo discrezione e limitando la responsabilità esterna.
Un labirinto di nomi, un sistema di funzioni
Orientarsi nell’architettura istituzionale che sovrintende alla traduzione in Cina richiede una certa pazienza. L’ente che più direttamente governa la traduzione e la diffusione all’estero dei contenuti culturali e politici cinesi risponde ufficialmente al nome di 中国外文出版发行事业局 (Zhongguo waiwen chuban faxing shiyeju), comunemente abbreviato come 中国外文局 (Zhongguo waiwenju), Ufficio per le lingue straniere. A livello internazionale si presenta però come China International Communications Group (中国国际传播集团, Zhongguo guoji chuanbo jituan, CICG) – denominazione adottata nel gennaio 2022 in sostituzione della precedente China International Publishing Group (中国国际出版集团, CIPG). Il passaggio semantico da «publishing» a «communications» non è casuale: segnala un’espansione del mandato, dall’editoria all’integrazione mediale e alla disseminazione globale di contenuti.
Basta confrontare le versioni cinese e inglese del sito web del CICG per cogliere la logica sottostante. Nella versione cinese, la subordinazione al Comitato Centrale del Partito comunista e il ruolo nella propaganda esterna (对外宣介, duiwai xuanjie) sono esplicitamente dichiarati; la leadership politica è in primo piano. Nella versione inglese, questi riferimenti scompaiono e il CICG si presenta come un’organizzazione di comunicazione culturale sotto il motto «We Are CICG. We Present China to the World.» Non è una variazione stilistica: è una strategia deliberata di differenziazione del pubblico. Il sito istituzionale diventa così un testo performativo in cui l’identità politica viene articolata selettivamente a seconda dell’interlocutore.
Distinto dal CICG – ma spesso confuso con esso nella letteratura straniera – è China Publishing Group Co., Ltd. (中国出版集团有限公司, Zhongguo chuban jituan youxian gongsi), un grande conglomerato editoriale a orientamento prevalentemente interno. Nel sistema del translational statecraft, le due istituzioni svolgono funzioni complementari: China Publishing Group concentra la produzione di contenuti e la gestione dei diritti, inclusa la traduzione letteraria; il CICG si occupa della comunicazione esterna, dell’integrazione mediale e della disseminazione globale. Non una gerarchia rigida, ma una divisione del lavoro funzionale all’interno di un modello di governance distribuita.
Un’ecologia dei programmi
I programmi governativi di promozione della traduzione verso l’estero si articolano attorno alla Strategia «Going Global» dell’editoria cinese (中国出版走出去战略, Zhongguo chuban zou chuqu zhanlue): ne fanno parte il Piano internazionale di promozione del libro cinese (中国图书对外推广计划, Zhongguo tushu duiwai tuiguang jihua), il Progetto «Classici della Cina» (经典中国国际出版工程, Jingdian Zhongguo guoji chuban gongcheng), il Progetto di traduzione e pubblicazione all’estero di opere culturali cinesi (中国文化著作对外翻译出版工程), il Programma di traduzione di opere contemporanee (中国当代作品翻译工程, Zhongguo dangdai zuopin fanyi gongcheng) promosso dall’Associazione degli Scrittori Cinesi (中国作家协会, Zhongguo zuojia xiehui), il Programma di traduzione accademica (中华学术外译项目, Zhonghua xueshu waiyi xiangmu)² e, con esplicita valenza geopolitica, il Programma per la Nuova Via della Seta (丝路书香工程, Silu shuxiang gongcheng), collegato all’Iniziativa «Belt and Road» (一带一路倡议, Yidai yilu changyi).3)Le dotazioni del Programma di traduzione accademica (中华学术外译项目, Zhonghua xueshu waiyi xiangmu) prevedono allocazioni tra 1.000 e 1.500 yuan per mille caratteri per monografie (tetto: 500.000 yuan per opera) e tra 400.000 e 600.000 yuan annui su ciclo triennale per riviste scientifiche. Tra le opere finanziate per il 2025 figura una nuova traduzione italiana della Breve storia della narrativa cinese (中国小说史略) di Lu Xun 鲁迅, di cui esiste già una versione italiana del 1960 (Editori Riuniti, condotta indirettamente sull’edizione inglese).
Questi programmi non costituiscono un sistema nettamente segmentato: i loro perimetri si sovrappongono e i loro effetti sono spesso indiretti, operando attraverso criteri di ammissibilità e linguaggio valutativo piuttosto che attraverso prescrizioni dirette. Vale la pena soffermarsi su un caso emblematico di questa logica: il Han Suyin International Translation Contest (韩素音国际翻译大赛, Han Suyin guoji fanyi dasai),4)Han Suyin 韩素音 (12 settembre 1917 – 2 novembre 2012), pseudonimo di Rosalie Elisabeth Kuanghu Chow, scrittrice sino-britannica attiva nella promozione dell’immagine della Cina in Occidente. La 37a edizione del concorso a lei intitolato si è tenuta a Pechino il 22 novembre 2025, con oltre 31.000 partecipanti e 144 concorrenti stranieri. organizzato dal CICG. La denominazione internazionale evoca la traduzione letteraria, ma il concorso è in pratica orientato verso traduttori cinesi e testi conformi alle norme di rappresentazione ufficialmente sancite. Il termine «internazionale» designa essenzialmente la traduzione verso lingue straniere, non la partecipazione sostanziale di istituzioni o attori editoriali stranieri. Il carattere internazionale dichiarato implica un orientamento rigorosamente outbound.
L’indeterminatezza come strumento di governance
I criteri di ammissibilità del Programma di traduzione di opere contemporanee dell’Associazione degli Scrittori – resi pubblici dal bando 2025 pubblicato su Wenyi bao (文艺报) – offrono una finestra rivelatrice sul funzionamento operativo del sistema. I progetti devono rispondere a un «corretto orientamento politico» (正确的政治导向, zhengque de zhengzhi daoxiang) e dimostrare un elevato valore ideologico e artistico (思想性和艺术性, sixiangxing he yishuxing). I contenuti specifici di questi criteri non sono però esplicitamente definiti.
Questa indeterminatezza non è un vuoto normativo: è uno strumento strutturale di governance flessibile. Da un lato, consente alle case editrici margini reali di autonomia nella selezione di autori e testi. Dall’altro, preserva la possibilità di intervento diretto qualora le condizioni politiche si modifichino o vengano adottate interpretazioni più restrittive. È una logica che Xi Jinping ha riaffermato esplicitamente al decimo Congresso della Federazione dei circoli letterari e artistici, nel novembre 2025: gli scrittori devono fungere da cinghia di trasmissione delle direttive del Partito. Le opere selezionate devono «narrare in profondità la Cina contemporanea» (深刻讲述当代中国故事, shenke jiangshu dangdai Zhongguo gushi), «mettere in risalto le sensibilità estetiche cinesi» (中国审美旨趣, Zhongguo shenmei zhiqu) e «diffondere i valori contemporanei cinesi» (传播当代中国价值观念, chuanbo dangdai Zhongguo jiazhi guannian).5)Un caso emblematico di questo orientamento alla sovranità terminologica è il sito bilingue Key Concepts in Chinese Thought and Culture (中华思想文化术语, https://www.chinesethought.cn/), che dichiara esplicitamente che la definizione condivisa dei concetti fondamentali della cultura cinese è «un mezzo importante per salvaguardare la sovranità culturale della Cina», e raccomanda a uffici governativi, organizzazioni sociali e media di utilizzare tali concetti nella comunicazione internazionale. Sul dibattito cinese attorno alla «decolonizzazione» della traduzione letteraria cfr. Pesaro, Nicoletta. 2025. “Fanyi hao Zhongguo gushi: Teoria e pratica della traduzione come soft power”, in Leggere la Cina, capire il mondo, Mimesis, Milano-Udine, pp. 189–219.
Ne emerge una tensione strutturale: i criteri valutativi chiedono contestualmente «ampia accettabilità per un pubblico internazionale» e «corretto orientamento politico». Dove i lettori stranieri non condividono le premesse valutative dei criteri ideologici domestici, la tensione diventa attrito. È qui che l’ambiguità strategica non risolve il problema ma lo gestisce, preservando il sistema dalla necessità di scegliere tra i due obiettivi.
Quando i mercati smentiscono le politiche: Yu Hua a Torino
La traduzione letteraria è il caso limite del translational statecraft, il punto in cui la logica del controllo infrastrutturale incontra vincoli che nessun programma istituzionale può superare per decreto. La traduzione politicamente orientata punta alla precisione terminologica e alla stabilità concettuale. La traduzione letteraria non si riduce all’equivalenza semantica: la sua efficacia dipende dall’adeguatezza stilistica, dalla mediazione editoriale, dal posizionamento di mercato e dalle dinamiche di ricezione nel campo letterario di arrivo. In questo ambito, le istituzioni cinesi investono risorse considerevoli restando strutturalmente dipendenti da attori – traduttori stranieri, redattori, sinologi, lettori – la cui autorità non possono pienamente rivendicare.
La Fiera Internazionale del Libro di Torino del maggio 2024 ha offerto un caso di scuola emblematico. In occasione della presentazione della traduzione italiana di Wencheng 文城 di Yu Hua 余华 (La città che non c’è, Feltrinelli, Milano 2024), l’arrivo dello scrittore ha generato un entusiasmo da evento di massa: centinaia di presenze, trasferimento dell’ultimo minuto in uno spazio molto più grande, code per le firme. Una dinamica simile si è replicata a Milano. Nessun programma istituzionale di sostegno alla traduzione può spiegare o rivendicare questo risultato.
La chiave sta altrove, ovvero nella serie video letteraria Wo zai daoyu dushu 我在岛屿读书 («Leggo su un’isola»), girata sull’isola di Hainan e lanciata nel 2022 sulla piattaforma Xigua Video (西瓜视频), con Yu Hua, Mo Yan (莫言), Su Tong (苏童) e Cheng Yongxin (程永新). Due stagioni, concluse nell’agosto 2023, capaci di riposizionare la «alta letteratura» all’interno della cultura digitale di massa, attirando un pubblico giovane e trasversale. Yu Hua è diventato, secondo alcuni media cinesi, un «top influencer» dell’universo letterario. Questa trasformazione mediale si è prodotta in modo del tutto indipendente dalla politica della traduzione – ma ha condizionato indirettamente la ricezione internazionale dell’autore in misura che nessun budget di promozione avrebbe potuto acquistare.
Nelle code torinesi per le firme si notavano spesso giovani con la traduzione italiana tra le mani: quasi certamente non in grado di leggerla, ma economicamente e simbolicamente presenti. Si trattava, infatti, soprattutto di studenti universitari cinesi all’estero, o giovani della diaspora, formati culturalmente da quella serie video. La loro partecipazione non aveva una funzione di trasmissione ideologica: funzionava piuttosto come strumento di attivazione del mercato locale, come segnale agli editori stranieri che esiste un pubblico, come amplificatore di visibilità. Il translational statecraft può costruire l’infrastruttura dell’esportazione letteraria; non può ingegnerizzare i circuiti informali – reti diasporiche, media digitali, mobilità degli autori – attraverso cui quell’esportazione raggiunge visibilità reale.
Lo stato al limite del suo potere
L’architettura istituzionale che ho descritto è altamente articolata ma internamente differenziata nelle funzioni che attribuisce alla traduzione letteraria: strumento di disseminazione ideologica, veicolo di soft power, marcatore di prestigio culturale, tecnologia per la costruzione di un discorso internazionale autonomo. Queste attribuzioni non sono mutuamente esclusive, ma neppure coerenti: riflettono i mandati sovrapposti e le logiche distinte di enti coordinati in modo lasco, senza una catena di comando unificata. Il risultato è un sistema la cui complessità non è accidentale: è strutturale, e uno dei suoi effetti è moltiplicare le aspettative funzionali poste sulla traduzione letteraria senza risolverle.
Il caso cinese non invalida il modello di Heilbron e Sapiro, ma lo obbliga a fare i conti con una configurazione che il framework originale non era pensato per descrivere: uno Stato che agisce non come mediatore tra campo letterario e mercato globale, ma come attore strategico di lungo periodo, intenzionato a riorientare parzialmente le gerarchie di quel mercato attraverso investimenti istituzionali, normativi e finanziari di scala. Le conversazioni condotte al Beijing International Book Fair 2025 con responsabili di istituzioni che promuovono la letteratura cinese all’estero – presentate con maggiore ampiezza in altra sede – convergono su un punto: nessuno dei miei interlocutori ha descritto un sistema di controllo prescrittivo, titolo per titolo. Tutti hanno descritto un sistema di incentivi e di orientamento normativo che rende certe scelte più convenienti di altre, senza imporle. L’allineamento si produce in anticipo, non viene verificato ex post.
E tuttavia, gli stessi interlocutori hanno espresso scetticismo sull’efficacia dei grandi programmi di finanziamento della traduzione come strumento di impatto internazionale. Più efficace, nella loro valutazione, una combinazione di risorse finanziarie moderate con attività promozionali – tour degli autori, eventi pubblici, promozione digitale. Lo stesso Yu Hua a Torino insegna che la visibilità letteraria si co-produce in circuiti che nessun programma statale governa direttamente. Il translational statecraft può strutturare le condizioni di possibilità dell’esportazione letteraria; non può sostituirsi ai traduttori stranieri, agli editori, ai sinologi, ai lettori la cui autorità non può rivendicare. Questa dipendenza non è un fallimento del sistema: è una sua caratteristica costitutiva. Operare al limite di ciò che la governabilità statale può fare è, per il translational statecraft in ambito letterario, una condizione permanente – non una disfunzione temporanea in attesa di essere corretta.
Immagine: logo dell’Ufficio per le lingue straniere
Stefania Stafutti è professoressa ordinaria di Lingua e letteratura cinese presso l’Università degli Studi di Torino. Ha svolto il ruolo di responsabile scientifica in diversi progetti di ricerca; il più recente, intitolato «Prendere in prestito una barca per attraversare l’oceano: l’immagine della Cina come potenza culturale promossa dalle strategie del governo della RPC e dalle comunità cinesi di origine italiana», si è concluso nel febbraio 2026. La sua attività di ricerca si concentra principalmente sulla letteratura cinese e sugli studi culturali, con particolare attenzione alla letteratura e alla produzione culturale, considerate strumenti essenziali per comprendere sia la società cinese contemporanea sia la sua evoluzione storica. Attualmente lavora a un progetto dedicato alla storia culturale della letteratura cinese.
| ↑1 | Su questo tema, vedi anche gli interventi raccolti nel numero di Sinosfere “Cosa significa “rafforzare il potere discorsivo della Cina”. Il punto di vista di un intellettuale cinese”. |
|---|---|
| ↑2 | Heilbron, Johan. 1999. “Towards a Sociology of Translation”. European Journal of Social Theory 2 (4): 429–444; Sapiro, Gisèle. 2016. “How Do Literary Works Cross Borders (or Not)?”. Journal of World Literature 1 (1): 81–96; Ead. 2021. “The Sociology of Translation: A New Research Specialization Still in the Making”. Perspectives 29 (2): 171–188. |
| ↑3 | Le dotazioni del Programma di traduzione accademica (中华学术外译项目, Zhonghua xueshu waiyi xiangmu) prevedono allocazioni tra 1.000 e 1.500 yuan per mille caratteri per monografie (tetto: 500.000 yuan per opera) e tra 400.000 e 600.000 yuan annui su ciclo triennale per riviste scientifiche. Tra le opere finanziate per il 2025 figura una nuova traduzione italiana della Breve storia della narrativa cinese (中国小说史略) di Lu Xun 鲁迅, di cui esiste già una versione italiana del 1960 (Editori Riuniti, condotta indirettamente sull’edizione inglese). |
| ↑4 | Han Suyin 韩素音 (12 settembre 1917 – 2 novembre 2012), pseudonimo di Rosalie Elisabeth Kuanghu Chow, scrittrice sino-britannica attiva nella promozione dell’immagine della Cina in Occidente. La 37a edizione del concorso a lei intitolato si è tenuta a Pechino il 22 novembre 2025, con oltre 31.000 partecipanti e 144 concorrenti stranieri. |
| ↑5 | Un caso emblematico di questo orientamento alla sovranità terminologica è il sito bilingue Key Concepts in Chinese Thought and Culture (中华思想文化术语, https://www.chinesethought.cn/), che dichiara esplicitamente che la definizione condivisa dei concetti fondamentali della cultura cinese è «un mezzo importante per salvaguardare la sovranità culturale della Cina», e raccomanda a uffici governativi, organizzazioni sociali e media di utilizzare tali concetti nella comunicazione internazionale. Sul dibattito cinese attorno alla «decolonizzazione» della traduzione letteraria cfr. Pesaro, Nicoletta. 2025. “Fanyi hao Zhongguo gushi: Teoria e pratica della traduzione come soft power”, in Leggere la Cina, capire il mondo, Mimesis, Milano-Udine, pp. 189–219. |

