È il 19 maggio 2025, in una qualsiasi città statunitense. Gli habitué delle piattaforme social prendono in mano il proprio smartphone, nella convinzione di poter iniziare la giornata con un po’ di rilassante scrolling su TikTok, e scoprono che quei contenuti virali con i quali speravano di intrattenersi non sono più accessibili: il social network cinese tra i più diffusi al mondo è stato oscurato. Senza addentrarci nelle dinamiche politiche di questo avvenimento, è interessante notare cosa è successo dopo. Gli utenti statunitensi, ormai orfani della piattaforma, decidono di migrare in una terra mediale finora inesplorata: RedNote, in cinese Xiaohongshu 小红书, uno dei social network più utilizzati nella Repubblica Popolare Cinese. Episodi come questo ricordano quanto i media — dalla stampa alla radio, dal cinema al fumetto — abbiano da sempre costituito uno spazio di connessione e scambio tra individui, culture e società, e quanto il loro studio resti un terreno vivo e in continuo movimento, capace di raccontare tanto il passato quanto il presente. I media cinesi, del resto, scandiscono oggi la vita quotidiana di oltre un miliardo di persone all’interno della Repubblica Popolare e, allo stesso tempo, raggiungono le comunità sinofone nel mondo e un pubblico sempre più ampio che con la Cina non ha, o non aveva, alcun legame. Non stupisce, dunque, che studiarli sia ormai sempre più una necessità all’interno della vasta area degli studi cinesi.
In questa cornice si colloca Media cinesi, manuale curato da Martina Caschera e Natalia F. Riva per Carocci Editore (2026), che si propone come un unicum all’interno della produzione editoriale accademica italiana in ambito sinologico. Il volume, costituito, oltre che dall’introduzione, dal contributo di quindici autrici e autori di alto rilievo, nasce per colmare l’assenza di un manuale capace di indirizzare studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici e appassionati e appassionate che vogliono avvicinarsi allo studio dei media cinesi, tradizionali e nuovi. Ognuna delle otto sezioni è dedicata a uno specifico medium — la comunicazione pubblica, la stampa, la radio, il cinema, la televisione, la pubblicità, il fumetto, i social media — e si apre con una scheda storica introduttiva, cui seguono contributi più specifici che delineano fonti, metodi e casi di studio.
Colpisce, nella lettura, l’attenzione costante all’aspetto pratico della ricerca: ogni contributo lascia ampio spazio al come fare ricerca, presentando in modo chiaro e accessibile cornici teoriche e strumenti di lavoro. Chiude il volume una bibliografia ricca e aggiornata, che ne conferma la vocazione di strumento dedicato agli addetti e alle addette ai lavori (o aspiranti tali).
Il pregio principale del volume sta però in un’altra scelta, meno scontata: quella di restituire una fisionomia non monolitica ma eterogenea del sistema mediatico cinese, e di conseguenza della Cina stessa. Un approccio chiarito già nell’introduzione, dove le curatrici argomentano la scelta del titolo: non Media in Cina ma Media cinesi, a segnalare che la Cina, in quanto realtà culturalmente e socialmente connotata, non funge semplicemente da punto di riferimento geografico, ma è sostanza stessa dei prodotti mediali che produce, ontologicamente legati a loro volta al contesto da cui nascono. Aggiungere la prospettiva degli studi sui media al campo degli studi cinesi permette di allargare una visione troppo spesso monolitica e imposta di una realtà culturale vasta e stratificata: un mattone in più nella costruzione di una consapevolezza sempre meno dipendente dai paradigmi con cui l’Occidente ha tradizionalmente costruito il proprio sapere sulla Cina. Lo dimostrano bene le pagine del volume, che danno conto della distanza — spesso ignorata da chi osserva la Cina dall’esterno — tra i media più ufficiali e quelli più permeabili all’intervento degli e delle utenti.
Data questa premessa, ne consegue che provare a comprendere i prodotti mediali cinesi richiede tanto la contestualizzazione linguistica e culturale propria degli studi d’area, quanto i metodi di analisi sviluppati dai Media Studies. Ne sono un esempio i contributi sul cinema, che uniscono la contestualizzazione storico-culturale agli strumenti teorico-metodologici dell’analisi filmica e del linguaggio visuale, o il saggio sulla pubblicità, che offre al lettore un vero e proprio “toolkit semiotico” (p. 196) per affrontare l’analisi della pubblicità commerciale cinese.
L’apertura verso una prospettiva transdisciplinare smette così di essere un vezzo accademico e diventa una necessità metodologica: l’analisi di ogni prodotto mediale, oltre alla contestualizzazione d’area e agli strumenti che gli sono propri — l’analisi visuale, la semiotica dei media, e così via — chiede spesso l’utilizzo di lenti disciplinari ulteriori affinché si possa cogliere fino in fondo la complessità dei fenomeni oggetto di studio. Non stupisce, allora, che ogni contributo avvii un dialogo anche con approcci, metodologie e strumenti che nei Media Studies non nascono, ma vi trovano un importante campo d’applicazione. Il capitolo dedicato al fumetto maoista ne è un esempio: affiancando l’approccio del Systemic Functional Grammar agli studi di genere, mostra come il contributo di queste discipline sia una chiave di lettura imprescindibile per comprendere la produzione e la ricezione del lianhuanhua 连环画 caso di studio. In questa sede si sono riportati solo tre esempi, ma bastano a chiarire la trasversalità metodologica che le curatrici rivendicano nell’introduzione.
Come è inevitabile in paragrafi necessariamente contenuti, la contestualizzazione e la presentazione dei framework teorici e metodologici è prettamente introduttiva; questa è, tuttavia, la natura stessa di un manuale, pensato per orientare la ricerca di chi legge più che per esaurirla, come conferma la ricca bibliografia che chiude il volume.
A rafforzare questa impostazione concorre, infine, la stessa architettura autoriale del libro: la pluralità di studiose e studiosi coinvolti, ciascuno con una specializzazione diversa, non è un dettaglio redazionale, ma l’espressione stessa della trasversalità che il volume rivendica come proprio metodo.
Con Media cinesi si compie così un primo, necessario lavoro di sistematizzazione, utile tanto a sinologhe e sinologi che si affacciano per la prima volta ai Media Studies, quanto a studiose e studiosi dei media che vogliono esplorare l’universo degli studi cinesi. Il volume si candida a diventare un punto di riferimento in lingua italiana imprescindibile per questo ambito di studio, offrendo — pur nella sua sinteticità — gli strumenti metodologici per iniziare e indirizzare la propria ricerca in quest’ambito così ampio e variegato. Importante, tuttavia, ricordare la vicenda da cui siamo partiti, con milioni di utenti statunitensi migrati in poche ore su una piattaforma cinese fino ad allora sconosciuta ai più, che ci ricorda la dinamicità propria di qualsiasi ecosistema mediatico. Più che un limite, è un invito: a Caschera, Riva, agli autori e alle autrici, e a chi vorrà proseguire lì da dove il volume si è concluso.
Immagine: particolare dalla copertina del libro
Cristina Manzone ha conseguito la laurea in Lingue e Civiltà dell’Asia e dell’Africa Mediterranea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, con un focus sulla letteratura cinese moderna e contemporanea. Ricercatrice indipendente, al momento è cultrice della materia presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna. Dopo il conseguimento della laurea magistrale, ha indirizzato i propri interessi di ricerca verso gli studi di genere e le scienze sociali, anche fondando la piattaforma divulgativa Gender China nel 2020. Ha curato e tradotto il volume He-Yin Zhen. Il tuono dell’Anarchia (D Editore: 2023), che costituisce la prima e unica traduzione in lingua italiana di una selezione di scritti della pensatrice e attivista anarco-femminista.

