Wang Jibing ha vinto il premio Lu Xun per la letteratura. Per una volta, l’evento ha attirato l’attenzione dei media internazionali, altrimenti ben poco interessati a queste dinamiche del mondo letterario cinese: ne hanno parlato il Corriere della sera, il Guardian, e anche molti altri. Il Lu Xun, per capirci, è uno dei premi letterari più prestigiosi in Cina, intitolato allo scrittore considerato “padre” della letteratura moderna, e vinto negli anni da autori anche noti e apprezzati in Italia, da Su Tong (autore di Mogli e concubine) sino a Fang Fang, protagonista della controversa vicenda intorno ai suoi Diari di Wuhan in tempo di covid (ovviamente prima che diventasse “controversa”).

Va detto però che anche da parte dei media cinesi l’attenzione per il premio di quest’anno è stata maggiore del normale. Wang Jibing (classe 1969) è una specie di superstar in Cina. È un poeta, ma la cosa che lo contraddistingue è che di lavoro fa il rider. Non è uno scrittore a tempo pieno, né uno che affianca alla scrittura un lavoro in ambito culturale. È lavoratore ordinario e, come molti altri della sua età, si è visto costretto a entrare nell’economia (e nel precariato) del delivery per arrivare a fine mese con maggiore tranquillità. L’attività di waimaiyuan 外卖员 (fattorino delle consegne) gli consente di integrare i non eccezionali proventi del negozietto che gestisce con la moglie a Kunshan, città nei pressi di Suzhou, nella provincia del Jiangsu.

La notorietà è arrivata nel 2022, quando è andata virale una sua poesia, Coloro che rincorrono il tempo (Gan shijian de ren 赶时间的人). Come si evince dal titolo, la poesia parte dai ritmi massacranti imposti dal lavoro dei fattorini per tratteggiare un’immagine del rider un po’ a metà tra lo sfruttamento e l’alienazione quotidiana e una sorta di senso di perseveranza nonostante le difficoltà, espressa in termini “eroicizzanti”:

rincorrere il vento dall’aria
rincorrere coltelli dal vento
rincorrere il fuoco dalle ossa
rincorrere l’acqua dal fuoco

 chi rincorre il tempo non conosce stagioni
ma solo questa destinazione e la prossima
il mondo non è altro che un indirizzo
così come Wang Zhuangcun [luogo di nascita del poeta]

ogni giorno mi imbatto
in rider al galoppo, uno dopo l’altro
con i piedi martellano la terra
forgiandosi senza sosta in questo mondo

In un primo momento Wang Jibing pubblica la poesia online, di certo senza aspettarsi che sarebbe andata virale subito dopo. Questa cosa, come spesso accade nella Cina di oggi (che ha una ricchissima scena di poeti e scrittori amatoriali online), attira l’attenzione tanto dell’apparato culturale quanto del mercato editoriale. Da lì la svolta. Wang Jibing viene letteralmente preso d’assalto, cercato, intervistato e pubblicato: da allora sono uscite cinque raccolte di poesie, la prima con il titolo appunto Coloro che rincorrono il tempo. È una di queste, Dichu feixing 低处飞行 (Volare basso), che gli ha fatto vincere il premio Lu Xun.

Il picco della fama è stato probabilmente nel 2025, quando Wang Jibing, in piena uniforme blu da rider, è apparso sul palco del “Gala di capodanno”, l’evento televisivo più seguito dai cinesi tra un boccone e l’altro del cenone per il capodanno lunare. Nella manciata di minuti al centro dei riflettori, il nostro esordisce così: “Salve a tutti, mi chiamo Wang Jibing e sono un rider”, aggiungendo poco dopo: “Grazie alle poesie, fare consegne è meno dura”.

Una cosa interessante da sottolineare è che i temi del lavoro non sono esattamente preminenti nelle poesie di Wang Jibing. Purtroppo in italiano non è (ancora) possibile leggerle, se non per Alle tre del pomeriggio, su Internazionale, nella traduzione di Martina Benigni, acuta giovane studiosa di poesia cinese contemporanea. La delicata profondità che caratterizza i versi di questa poesia è una caratteristica generale del “poeta rider”, che scrive una poesia “ben poco rider”, nel senso che tra i suoi temi più esplorati vi sono la caducità del tempo, le ricadute di quest’ultimo sui rapporti e sugli affetti, la famiglia.

Fatto sta che per i media cinesi Wang Jibing diventa il “poeta rider”, da esibire a ogni occasione possibile. Ciò vale anche oltre i confini nazionali: l’anno scorso Wang Jibing ha fatto un piccolo tour in Italia, dove è stato seguito da un’attenzione mediatica non meno spettacolarizzante di quella che gli viene riservata in Cina. Per inciso, non è il primo poeta lavoratore a farsi notare in Cina, anzi, negli ultimi vent’anni ce ne sono stati tantissimi. In Italia sono arrivate Zheng Xiaoqiong, con la silloge Versi di umana resistenza (Orientalia, 2022, traduttrice Serena Zuccheri), e l’antologia Lavoratori migranti poeti della Cina contemporanea (Aracne, 2023, curatrice Giusi Tamburello).

Ma il successo di Wang Jibing non è solo dovuto al suo presentarsi – o, più precisamente, essere presentato – come “poeta rider” o alla qualità delle sue poesie. C’è anche – soprattutto – il fatto che rappresenta una figura forse ideale per l’indirizzo culturale della Cina di Xi Jinping.

È almeno dal 2024, infatti, che lo slogan della politica culturale di Stato è “nuova letteratura e arte delle masse” (xin dazhong wenyi 新大众文艺). Ormai onnipresente, si trova non solo nelle categorie di fiere e librerie, ma addirittura nell’ultimo Piano quinquennale, approvato a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo, il cui paragrafo dedicato alla cultura, solitamente un insieme di formule abbastanza generiche, stavolta prescrive esplicitamente di “far fiorire la nuova letteratura e arte delle masse nelle condizioni di internet”.

La menzione di internet la dice lunga sulla natura del fenomeno. Infatti, se volessimo cercare di sintetizzare come se ne sta parlando in Cina, potremmo identificare tre punti principali: 1) le masse non sono solo destinatarie della produzione culturale, ma ne sono ora anche autrici dirette, grazie al fatto che internet consente a scrittori perlopiù amatoriali, senza alcuna specializzazione, spesso provenienti da contesti subalterni, di raccontare e raccontarsi; 2) è un fenomeno, appunto, tipico dell’era digitale, ma anche distintivo di una Cina che si proietta a Paese avanzato, perché la precondizione fondamentale è l’elevazione del livello culturale generale della popolazione; 3) il messaggio che viene trasmesso è sostanzialmente veicolo di “energia positiva” (zheng nengliang 正能量).

“Energia positiva” è un altro concetto centrale per l’ideologia non solo culturale ma anche politica della “nuova era” di Xi (clamorosamente preso in prestito da un libro di autoaiuto britannico). L’idea è che l’arte debba sempre veicolare valori morali positivi. Sono spesso valori di tenacia e perseveranza per sormontare le difficoltà incontrate nel proprio percorso: mai mollare, mai lasciarsi vincere dalla depressione, ma tenere duro e lavorare sodo. Non tanto per diventare ricchi: quell’epoca è passata, la crisi morde anche in Cina. Il punto è semmai respingere emozioni “negative” che possono ostacolare il contributo di ciascuno allo sviluppo e alla produzione e, soprattutto, lasciare intatto lo status quo pur riconoscendo le difficoltà di coloro che vengono “lasciati indietro”. Contro le possibili esplosioni della lotta di classe, in un capitalismo particolarmente instabile che sta accumulando contraddizioni, il discorso sull’“energia positiva” atomizza i lavoratori e nasconde le cause strutturali di diseguaglianze e sfruttamento.

Il neovincitore del premio Lu Xun, Wang Jibing, si allinea perfettamente a questo discorso: un rider come tanti altri che grazie alla scrittura trova la forza di andare avanti e guardare con ottimismo a una vita altrimenti difficile. Anche sul piano del messaggio morale Wang Jibing è ineccepibile: per lui la scrittura non è uno strumento per denunciare le diseguaglianze né per infondere coscienza di classe, ma per automigliorarsi secondo il discorso moraleggiante della coltivazione di sé. Come scrive in postfazione a Coloro che rincorrono il tempo, la scrittura per lui “è come guardarmi allo specchio, è un dialogo con me stesso, un modo per sottopormi a verifica e per capire dove mi trovo. La scrittura mi ricorda di agire come una persona perbene e di correggere costantemente le mie colpe passate”.

Da qui a farne un feticcio, un token da esibire per l’industria culturale, il passo è breve: quanto un autore come lui viene apprezzato e discusso, tanto da vincere prestigiosi premi letterari, per l’immagine pubblica che ne viene costruita (il “poeta rider”), più che per la sua scrittura?

Qui tocchiamo la questione forse più importante. Se da una parte abbiamo una politica culturale di Stato che vuole pacificare le tensioni di classe nella società cinese dando ai lavoratori una valvola di sfogo e un riconoscimento “di status”, dall’altra è oggettivo che questo crea grandi opportunità per persone che sarebbero altrimenti escluse da un’attività, quella letteraria, appannaggio delle élite. Come spesso accade nella complessità cinese (e non), nello stesso fenomeno si ritrovano agenti diversi con interessi diversi: lavoratori che hanno scelto la letteratura per soddisfare l’esigenza di esprimersi e raccontarsi, l’apparato culturale che vuole “armonizzare” le contraddizioni sociali con il discorso sull’“energia positiva”, un mercato editoriale che ha interesse a pubblicare cose che vendano. E la “subalternità” ostentata e fatta feticcio vende non poco, in molti sensi.

Gli autori insomma non sono mai marionette passive di regime ma soggetti pensanti che fanno le proprie valutazioni in base a quello che gli offre un sistema assai complesso, dove sapersi muovere è essenziale, specie per chi non ha particolari intenzioni sovversive (e il nostro “poeta rider” non ne ha). Wang Jibing stesso dimostra piena consapevolezza di queste dinamiche: a marzo, intervenendo a un dibattito sulla “nuova letteratura e arte delle masse” a Kunshan, dove vive, si è paragonato a una “cicala”, che prima di poter spiccare il volo in autonomia ha bisogno della protezione del suo esoscheletro. Il suo esoscheletro è la definizione di “poeta rider”. In un’interessante intervista per il Quotidiano di Pechino, ha riconosciuto che fare consegne non è più essenziale per campare, ma vuole continuare a farlo per, nelle sue parole, “tenere i piedi per terra e non vivere atteggiandomi o mettendomi in posa”.

Comunque, che il caso Wang Jibing stia straripando sui media internazionali è indicativo di come Pechino stia promuovendo questi autori che in patria categorizza come “nuova letteratura e arte delle masse”. Il caso più eclatante è quello di Hu Anyan, un ex corriere, il cui memoir, Consegno pacchi a Pechino, un bestseller in Cina, sta venendo tradotto in numerose lingue europee (nella nostra da Laterza). Xiao Hai, finora conosciuto praticamente solo agli specialisti di letteratura operaia cinese, è un altro autore che sta ricevendo una certa notorietà all’estero grazie alla pubblicazione in inglese del memoir Adrift in the South (Granta). È possibile che ne arriveranno altri. Capire come sia possibile che autori che parlano o fanno discutere di sfruttamento e diseguaglianze in Cina possano essere promossi dalle stesse istituzioni cinesi sarà fondamentale per affrontare questo fenomeno nelle sue complessità e contraddizioni.

(articolo originariamente pubblicato nella newsletter di Simone Pieranni Il Partito)

Immagine: Wang Jibing fa il rider

Federico Picerni (federico.picerni2@unibo.it) è ricercatore presso l’Università di Bologna, dove insegna cultura e letteratura cinese. La sua ricerca si concentra sul rapporto tra produzione culturale e società in Cina, sugli scrittori operai e sulla poesia contemporanea cinese.