Una categoria di lavoratori onnipresente nel tessuto urbano diventa una presenza da controllare, disciplinare e tenere a distanza: è al contempo indispensabile e invisibile, essenziale e relegata ai margini degli spazi che contribuisce a tenere in funzione. Wo zai Beijing song kuadi 我在北京送快递, il libro autobiografico di Hu Anyan pubblicato in Cina nel 2023 e diventano in breve tempo un vero e proprio caso editoriale, è uscito in Italia per Laterza con la traduzione di Federico Picerni.

Pechino. In un ufficio anonimo dodici persone sono in piedi in una stanza. Sono tutti uomini, provengono da varie parti della Cina e stanno aspettando il proprio turno per un colloquio come corrieri per un’azienda di logistica. I presenti non nutrono grandi aspettative: molti di loro hanno già svolto lavori simili altrove e sanno che dovranno sgobbare. Nessuno ha pensato di distribuire delle sedie, ma anche se venissero invitati a sedersi rimarrebbero tutti in piedi, come l’uomo che sta parlando davanti a loro. È il manager.

Sta tentando di convincerli che quel lavoro lì porterà lontano o, per dirla con le parole di Hu Anyan, uno dei presenti, li sta persuadendo che «appartenevamo tutti al popolo lavoratore, e anche per noi si sarebbero aperte ampie prospettive di carriera»: da semplice corriere a responsabile delle risorse umane.

La disillusione è tuttavia un sentimento che non trova spazio in Wo zai Beijing song kuadi 我在北京送快递, il libro autobiografico di Hu Anyan pubblicato in Cina nel 2023 e diventato in breve tempo un vero e proprio caso editoriale. Nato nel 1979 a Guangzhou, Hu entra nel mondo del lavoro dopo aver conseguito il diploma di scuola secondaria, percorrendo una strada comune a milioni di persone nella Repubblica popolare: trasferirsi da una città all’altra e guadagnarsi da vivere con lavori occasionali, alcuni dei quali non dureranno più di una manciata di giorni. La sua storia incontra però un’eccezione: dopo aver svolto 19 lavori in sei città diverse, durante il blocco imposto dal Covid-19 inizia a condividere online il racconto delle proprie esperienze. I post diventano virali in breve tempo e Hu entra nel mercato editoriale nazionale.

«Il successo straordinario avuto da Hu Anyan e Consegno pacchi a Pechino [..] dimostra l’interesse che suscitano questi temi all’interno dell’opinione pubblica, ma anche il ruolo dello Stato e del mercato cinesi». Sono le parole di Federico Picerni, ricercatore e docente presso l’Università di Bologna, nonché traduttore delle memorie di Hu Anyan, pubblicate in Italia da Laterza il 3 aprile scorso. In una puntata dedicata della newsletter domenicale di China Files, Picerni spiega che negli ultimi anni il sistema culturale cinese ha progressivamente assorbito i fenomeni riconducibili alla letteratura operaia, «inserendoli nella categoria della “nuova letteratura delle masse” (xin dazhong wenyi 新大众文艺). Quest’ultima è la nuova buzzword dell’industria e della politica culturale; persino il XV Piano quinquennale di recente approvazione la cita esplicitamente come qualcosa da promuovere».

Se la retorica ufficiale è quella di favorire esempi letterari incentrati sulla vita e sulle esperienze di lavoro di persone comuni, continua Picerni, è difficile «non vedere questa operazione come un tentativo di dare una valvola di sfogo a una società dove la crescita rallenta e le contraddizioni si accumulano».

Le esperienze vissute da Hu, spesso brutali, toccano un nervo scoperto in un paese in cui il tema del lavoro torna spesso al centro del dibattito pubblico, complice una serie di scandali mediatici e inchieste che hanno fatto luce sulle condizioni delle categorie più fragili. Uno dei primi esempi di giornalismo investigativo prodotto all’interno del contesto mediatico cinese che ha indagato l’impatto del controllo algoritmico nel settore delle consegne è il reportage Waimai qishou, kun zai xitong li, 外卖骑手,困在系统里 (“Fattorini, intrappolati nel sistema”). Realizzato da un team di giornalisti anonimi e pubblicato nel settembre 2020 dalla rivista Renwu 人物, l’articolo fa luce per la prima volta sulla realtà che si cela dietro alla gestione appaltata all’algoritmo dei lavori di consegna di cibo a domicilio. Secondo un nuovo rapporto del Centro di ricerca sulle nuove forme di occupazione, nel 2025 il numero di persone coinvolto in occupazioni poco tutelate, precarie, a chiamata, gestite da app o piattaforme digitali e legati all’economia on-demand è salito a 280 milioni di persone. Potrebbe raggiungere quota 320 milioni entro quest’anno.

Molti degli aspetti emersi dall’inchiesta di Renwu trovano ampio riscontro nella testimonianza diretta dell’autore di Consegno pacchi a Pechino. La progressiva riduzione dei tempi di consegna esercita una pressione crescente sui corrieri. Tuttavia, il controllo algoritmico non incide soltanto sui ritmi di lavoro, ma plasma anche le relazioni che i rider intrattengono con gli altri fattorini, con gli addetti alla sicurezza dei compound abitativi, con ristoratori e negozianti e, naturalmente, con i clienti. Ogni interazione può rappresentare un potenziale ostacolo che l’addetto alla consegna è chiamato a gestire e mitigare.

Spossato dalla fatica fisica, con i sensi sempre all’erta, il fattorino è esposto a scatti d’ira e crisi di panico, soprattutto quando, dopo aver superato gli ostacoli logistici del traffico e delle barriere architettoniche, si trova ad affrontare le richieste irragionevoli dei clienti. E non si tratta di episodi isolati: il sistema è dominato dai capricci dei consumatori, che si sentono legittimati a chiedere al corriere di attenderli per ore o di tornare in un secondo momento, arrivando perfino a pretendere che il rider aspetti sulla soglia di casa mentre provano immediatamente la merce ricevuta, così da decidere sul momento se fare reso qualora non li soddisfi.

Il cliente rappresenta il perno dell’economia delle piattaforme. A lui è affidata anche una parte significativa del sistema di valutazione della qualità del servizio, attraverso recensioni e reclami. Le conseguenze per il lavoratore possono essere molto pesanti, dalle multe pecuniarie fino al licenziamento. Hu lo racconta senza sconti: svolgere questo lavoro significa in molti casi essere costretto a sborsare di tasca propria, ad esempio per riparare i mezzi malandati forniti dall’azienda (i sanluche 三轮车, tradizionali veicoli a tre ruote con tettuccio, un’evoluzione moderna dei tradizionali risciò) o per coprire errori di consegna o errori legati ai resi, anche quando la responsabilità ricadrebbe sul cliente.

Come denunciava il reportage di Renwu, il governo ha scaricato la responsabilità sui singoli lavoratori, già vulnerabili, invece di investire nella realizzazione di infrastrutture e servizi adeguati al numero crescente di persone che svolgono questo genere di lavori. Invece che emanare normative capaci di intervenire sui fattori algoritmici che spingono i fattorini a violare il codice della strada (più avanti Pechino tenterà di prendere una serie di misure in tal senso), le città hanno preferito puntare sulla sorveglianza e sulla punizione dei singoli fattorini. Nel 2024 aveva suscitato scalpore la decisione dell’amministrazione municipale di Guangzhou di introdurre una serie di misure per arginare il problema delle frequenti infrazioni del codice della strada tra i fattorini: oltre al rilascio di licenze speciali per le biciclette elettriche utilizzate per la consegna, figurava però anche la sospensione dall’accettazione di ordini su qualsiasi piattaforma per almeno un giorno per i rider che avessero commesso tre o più violazioni nell’arco di una settimana.

Una categoria di lavoratori onnipresente nel tessuto urbano finisce per essere una presenza da controllare, disciplinare e tenere a distanza: è al contempo indispensabile e invisibile, essenziale e relegata ai margini degli spazi che contribuisce a tenere in funzione. Le memorie di Hu Anyan non mancano di raccontare gli effetti delle rigide regole di mobilità a cui sono sottoposti i fattorini, che ne vietano o limitano l’ingresso: nei grattacieli che ospitano decine o centinaia di hotel o uffici, sono costretti a utilizzare ascensori laterali dedicati al personale, spesso insufficienti ad accogliere l’elevato numero di addetti alle consegne. Nei complessi residenziali, invece, i temuti addetti alla sicurezza (bao’an 保安) li costringono ad attendere al cancello d’entrata.

Si tratta di variabili sulle quali i lavoratori delle consegne non esercitano alcun controllo, ma che richiedono un notevole sforzo emotivo e si traducono costantemente in perdite di tempo e, quasi sempre, di soldi. Il valore della storia di Hu risiede proprio nella sua universalità, nella capacità di raccontare le trame di un sistema socio-economico, quello della gig economy, che svela più di tutti la natura disumanizzante del lavoro contemporaneo. In Cina, tuttavia, tutto sembra più veloce, più spietato.

Dal canto suo, il governo si è mostrato più reattivo di fronte a questi grandi cambiamenti, rispetto a quanto osservato in altre grandi economie. La leadership ha assunto posizioni critiche contro le modalità opache e poco regolamentate dei colossi tecnologici nazionali, cresciuti a ritmi da record, promuovendo una serie di interventi volti ad allinearne le pratiche agli obiettivi strategici del paese.

La massiccia stretta regolamentare sulle Big Tech avviata da Pechino nel 2021, che ha incluso misure in materia di tutela dei dati, limiti antitrust e controllo sugli algoritmi, era stata inizialmente interpretata da alcuni osservatori come la volontà di frenare l’espansione del settore. Al contrario, le intenzioni del governo erano semmai quelle di correggere uno sviluppo di capitale definito “disordinato”, adeguando i loro obiettivi di profitto alle priorità nazionali.

Sul piano delle condizioni di lavoro, la retorica è quella di un Partito-stato capace di garantire condizioni di lavoro migliori per centinaia di milioni di cittadini. A fine aprile il Consiglio di Stato cinese e il Comitato centrale del Partito comunista hanno pubblicato un nuovo piano volto a rafforzare  le tutele delle “nuove categorie di lavoratori” (xin jiuye qunti 新就业群体) e standardizzare le pratiche occupazionali nell’economia delle piattaforme entro il 2027. Ancora una volta, l’obiettivo dichiarato non è quello di ostacolare il loro sviluppo, bensì di correggerne le distorsioni che hanno generato forti squilibri sociali.

Il nuovo quadro normativo prevede un sistema di sicurezza sociale più solido, il pagamento puntuale ed equo dei salari e una maggiore trasparenza nel mondo in cui gli algoritmi delle piattaforme assegnano gli ordini, stabiliscono le tariffe e fissano i limiti di tempo. Alle piattaforme è inoltre richiesto di gestire i reclami in modo più equo e facendo uso di meccanismo di risoluzione delle controversie più efficaci, nel tentativo di invertire gradualmente dinamiche di potere sbilanciate. Le testimonianze raccolte rispecchiano i racconti forniti da Hu Anyan: le piattaforme tendono a privilegiare la soddisfazione del cliente e a penalizzare fattorini e corrieri in caso di controversia. «A volte servirebbe prendere in considerazione anche il punto di vista dei rider», ha commentato al SCMP un rider di cognome Wu.

Gli analisti, tuttavia, concordano sul fatto che le nuove linee guida emanate negli ultimi anni per definire una base giuridica a tutela dei lavoratori delle piattaforme si siano scontrate con la mancanza di strumenti efficaci per garantirne l’applicazione. La situazione, di base, non è cambiata in modo sostanziale. Nel mentre, la gig economy è ancora per Pechino una garanzia di nuove opportunità lavorative: a fronte dei cambiamenti strutturali che hanno interessato il mercato lavorativo della Repubblica popolare, le mansioni da piattaforma (autisti privati, addetti alla consegna, creatori di contenuti digitali e altre figure professionali) sono diventate molto più che semplici attività secondarie, evolvendo in un bacino capace di assorbire parte della disoccupazione.

Secondo le stime fornite da RAND China Research Center, tra gennaio e giugno 2025 sono stati creati in Cina 12,5 milioni di posti di lavoro, 1,6 milioni in meno rispetto alla traiettoria pre-pandemia. Nell’ultimo decennio circa 15 milioni di persone hanno abbandonato il settore edile, man mano che la crisi immobiliare si aggravava fino a esplodere. Parallelamente, il settore dei servizi ha continuato a crescere. Ad aprile il governo ha presentato un piano per espanderlo fino a raggiungere i 100 mila miliardi di yuan (oltre 14 mila miliardi di dollari) entro il 2030 e migliorarne la qualità, proprio con l’obiettivo di rafforzarne il contributo alla creazione di posti di lavoro e alla crescita dei consumi. I dati ufficiali riportano che la crescita si è mantenuta attorno al 5% su base annua, raggiungendo gli 80,89 mila miliardi di yuan nel 2025.

Pechino continua inoltre a puntare sulle industrie ad alta tecnologia come motore di crescita. Ma l’immagine della Cina come paese innovatore e leader nella ricerca e sviluppo delle tecnologie strategiche deve fare i conti con un problema strutturale: il persistente disallineamento tra il crescente numero di laureati e le opportunità di lavoro disponibili. Lo dimostra un tasso di disoccupazione giovanile che ha superato la doppia cifra da oltre un decennio, malgrado aggiustamenti e ricalcoli nel tentativo di attenuare gli allarmismi. Ad aprile si è attestata al 16,3%.

Non è quindi improbabile che i giovani cinesi che hanno concluso percorsi universitari e che si affacciano al mondo del lavoro finiscano a consegnare pacchi a domicilio, come Hu. In un mercato del lavoro contratto e che fatica ad assorbire la mole di neolaureati che cresce di anno in anno, pesa anche la pressione esercitata dall’avvento delle tecnologie di Intelligenza Artificiale. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le notizie relative a licenziamenti su larga scala nei grandi gruppi tecnologici. Sebbene l’IA venga presentata come una grande opportunità, lo stesso Xi Jinping ne ha riconosciuto i possibili rischi sul fronte occupazionale, ribadendo la necessità di impedire che questa tecnologia “sfugga al controllo”. Che sia già possibile o meno dimostrare che le principali aziende del tech stanno già attivamente “sostituendo gli esseri umani con l’intelligenza artificiale” (AI tidai renlei AI替代人类), la preoccupazione si è diffusa a tal punto da essere ribattezzata dagli utenti di Internet con l’hashtag #AIAnxiety (AI Jiaolǜzheng AI焦虑症)

L’impatto dell’automazione e delle nuove tecnologie è differente a seconda del livello della catena alimentare della piattaforma digitale. Nel settore della logistica dell’ultimo miglio non sembra giovare ai corrieri: anzi, richiede loro ancora più rapidità, minimizza la possibilità dell’errore e esacerba le conseguenze per l’addetto alla consegna.

Dal racconto di Hu Anyan si comprende come la competizione sfrenata e il lavoro ad alta intensità non fanno per lui. La sua esperienza come fattorino, che inizia con il colloquio citato all’inizio di questo articolo, termina con il licenziamento comunicato da Pinjun, la società per cui lavora. Siamo nel 2019, a pochi mesi dallo scoppio della pandemia. La piattaforma di e-commerce Vip.com decide di interrompere la collaborazione con Pinjun per affidare la propria logistica a S, uno dei principali concorrenti del settore.

Si potrebbe pensare che si tratti di un momento drammatico, di incertezza verso il futuro. Invece Hu stesso si sorprende di quanto si senta sereno, anche se pienamente consapevole che di lì a poco si ritroverà senza lavoro. Sono giorni lenti, i pacchi che deve consegnare giornalmente non sono più decine e decine, a volte non più di tre o quattro. Si ritrova a godersi il tempo, si scopre «più gentile, più paziente con gli altri». «Era la dimostrazione», aggiunge, «che odiavo questo lavoro, che anzi avevo odiato tutti i lavori che avevo fatto».

Il periodo successivo non è l’unico in cui Hu trascorrerà settimane o mesi senza lavoro. Anni prima, a ventiquattro anni, approda nella capitale in un momento catartico: poco prima di trasferirsi trascorre sei mesi come apprendista in una rivista di manga cinesi, un lavoro che non lo soddisfa granché ma che gli permette di legare con nuovi amici che gli fanno scoprire la musica dei Sex Pistols, dei Nirvana e dei Pink Floyd, ma soprattutto che lo introducono a discorsi critici nei confronti della società, dell’omologazione sociale e dell’opportunismo del mondo degli adulti. In aperto conflitto con le scelte dell’editore della rivista per cui lavorano, decidono di trasferirsi nella capitale per una vita di «vagabondaggio e creazione artistica».

Sarà un periodo fondamentale, per Hu, per spogliarsi «di ogni illusione sul mondo – o almeno su questa società». I lavoretti che accetta appena trasferitosi a Pechino vengono visti dai suoi amici come l’ennesimo esempio di schiavitù. «Eravamo puri, impulsivi, ingenui e ardenti», commenta l’autore con una vena nostalgica. Quell’esperienza contribuirà a fargli comprendere cosa sia davvero importante nella vita e quali siano il valore e il significato delle cose. Eppure, malgrado riconosca la portata formativa di quel periodo, Hu ricorda di aver sempre provato un certo nervosismo, un bisogno di un senso di sicurezza originato dal tipo di educazione ricevuto dai propri genitori.

Non avendo parenti nella stessa città, i suoi genitori non sono mai stati preoccupati di “perdere la faccia” per il confronto continuo con altri coetanei del proprio figlio. Non lo hanno spinto a studiare o a frequentare corsi extra, non lo hanno cresciuto votato all’ambizione: l’insegnamento principale, per loro, è stato sempre quello di comportarsi bene e rispettare le regole, convinti che «autodisciplina e impegno erano qualità ben più preziose della furbizia».

In questa ed altri parti del libro, l’autore non manca di sferrare alcuni affondi alla logica estrattivista del lavoro contemporaneo. All’inizio del libro, ad esempio, lo vediamo impegnato in un’azienda di logistica, affaticato dalle pratiche della compagnia per cui lavora, che distribuisce il personale tra smistamento e imballaggio in base al carico di lavoro. «I capitalisti mica ti tengono a grattarti la pancia», sentenzia.

Eppure, le sue riflessioni contengono anche una buona dose di colpevolizzazione personale. In fin dei conti, Hu riconosce che il sistema determini condizioni di indigenza, sfruttamento e sofferenza, ma quando analizza i diversi aspetti della propria vita tende spesso ad attribuire le sue sconfitte a tratti del proprio carattere. Anche le prese di consapevolezza più lucide sembrano avere un effetto limitato sulla sua esistenza. «Sono stato in costante ricerca di certezza in un sistema di valori con il quale ero compatibile, per poi cadere in continue disperazioni e sconfitte», commenta. Poco dopo, però, dichiara di non poter attribuire tutte le cause dei propri fallimenti a fattori esterni. Il problema, secondo lui, è aver trascorso gran parte della vita alla ricerca dell’approvazione altrui.

Le riflessioni che chiudono il libro sembrano dissolvere quasi del tutto questo senso di amarezza. Ripercorrendo le sue esperienze di lavoro, Hu esprime gratitudine e nostalgia, aggiungendo di voler lasciarsi alle spalle il risentimento e il rancore provati in passato. È una conclusione che non sorprende: gli anni di precarietà e disillusione vengono infatti riletti alla luce dell’inaspettato successo del libro che ne è nato. Hu arriva perfino a definire una benedizione non essere mai riuscito a vivere di scrittura, che, a suo dire, «le ha dato un significato più personale, più intenso, speciale e puro».

Immagine: particolare dalla copertina del libro

Vittoria Mazzieri è editor di China Files, dove coordina anche progetti formativi con le scuole superiori. Si occupa di gig economy e mobilitazioni del lavoro. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Il Manifesto, nella newsletter Il Partito, su Siamo Mine e Valigia Blu.