Marco Fumian (MF): Hai cominciato a scrivere negli anni Ottanta, e scrivi ormai da quarant’anni. Sono stati decenni di enormi cambiamenti storici per la Cina. A livello letterario, sulla “nuova era” degli anni Ottanta e sulla mercatizzazione e globalizzazione iniziate negli anni Novanta e primi duemila sappiamo molto. Sappiamo poco invece delle tendenze del presente, ovvero degli ultimi dieci o quindici anni. Ci sono, secondo te, dei cambiamenti di rilievo nelle tendenze della creazione letteraria cinese, connesse alle trasformazioni nazionali e internazionali della Cina in questo periodo?
Ye Zhaoyan (YZY): Questo aspetto non saprei spiegarlo con chiarezza nemmeno io, ma naturalmente una relazione c’è—come potrebbe non esserci? In quanto scrittore concreto, uno scrittore che scrive e ha sempre scritto, forse si limita a scrivere ciò che desidera e ciò che è capace di scrivere.
MF: Negli anni Ottanta e Novanta, la letteratura cinese è stata fortemente influenzata dal modernismo e postmodernismo occidentale, e caratterizzata da una spinta ad “andare verso il mondo”, ottenendo un riconoscimento soprattutto nel mondo occidentale. Oggi i rapporti con il mondo occidentale sono più complessi e sembra esserci una più forte spinta alla “localizzazione” culturale. Nello stesso tempo, le industrie culturali e i produttori culturali cinesi sono incoraggiati a “uscire” dal paese. Pensi che sia cambiato qualcosa nel modo in cui gli scrittori cinesi concepiscono il loro rapporto fra la loro scrittura e il “mondo”? Cosa significa “localizzazione”, secondo te, è davvero un fenomeno diffuso? Ci sono delle tendenze originali della narrativa che vale la pena di seguire, in relazione a questa tendenza?
YZY: Il fatto che la letteratura si apra al mondo è da sempre una tradizione della letteratura cinese moderna e contemporanea. Basta guardare alla generazione del Movimento del Quattro Maggio per rendersene conto: in realtà, la letteratura cinese non ha mai potuto prescindere dalla letteratura mondiale, sebbene in epoche diverse abbia guardato a “mondi” diversi. L’esempio della generazione di Lu Xun non ha bisogno di essere ripreso.
Possiamo piuttosto ricordare gli anni Quaranta del secolo scorso: dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i romanzi del tedesco Remarque conobbero un’enorme diffusione e, quando le sue opere apparvero in Occidente, furono tradotte quasi simultaneamente anche in Cina. Questo avveniva prima del 1949. Dopo il 1949, invece, il romanzo cinese fu profondamente influenzato dalla letteratura sovietica. Si può dire che la generazione di scrittori dei miei genitori sia stata quasi interamente formata sotto l’influsso della letteratura russo-sovietica.
La nostra generazione è naturalmente diversa; tuttavia, forse dovremmo riconoscere che l’influenza esercitata su di noi dal modernismo e dal postmodernismo occidentali presenta in realtà alcune analogie con quella che la letteratura sovietica ebbe sulla generazione precedente. In altre parole, gli scrittori cinesi sono aperti e ricettivi, e hanno sempre avuto presente l’idea di “mondo”. È solo che, in momenti diversi, hanno scelto mondi diversi. Così è stato in passato, così è oggi, e così sarà in futuro.
Personalmente, penso raramente alla cosiddetta “localizzazione”: la letteratura, per sua natura, dovrebbe essere mondiale. La buona letteratura è destinata a essere universale; parlare di “localizzazione” rischia di diventare una forma di auto-limitazione. Anche l’idea di “uscire all’estero” mi sembra una sorta di monologo: il fatto di riuscirci o meno non dipende dalla volontà individuale, ma dal fatto che il mondo ne abbia o meno bisogno. Localizzarsi è la cosa più facile; ciò che è difficile — e necessario — è raggiungere una dimensione universale.
MF: Come descriveresti l’evoluzione della tua opera, in relazione all’evoluzione storico-culturale della Cina contemporanea, negli ultimi quarant’anni? Pensi che le forme e i contenuti delle tue opere si siano evolute adattandosi ai tempi? Se sì, in che modo?Per esempio, nel 1988 hai scritto il romanzo breve d’“avanguardia” La storia del giuggiolo, poi tradotto in italiano. Che cosa ti ha spinto, chi ti ha convinto a scrivere quest’opera sperimentale, all’epoca? Puoi riassumere il clima di quel periodo, in particolare i “valori” letterari e culturali in voga in quel periodo? Potresti, allo stesso modo, spiegare brevemente come le tendenze strutturali formatesi nei due decenni successivi hanno indirizzato le tue scelte creative?
YZY: Negli ultimi quarant’anni, c’è una cosa che ho sempre cercato di fare: impegnarmi a scrivere, e a scrivere bene. Uno scrittore cerca sempre di produrre qualcosa di diverso. Forma e contenuto sono in continua ridefinizione, ed è proprio questo che la scrittura richiede. La cosiddetta “letteratura sperimentale” è un’etichetta che ha poco significato, perché per uno scrittore quasi ogni opera dovrebbe avere una dimensione sperimentale.
La narrativa d’avanguardia in Cina è da sempre un tema difficile da definire con chiarezza. Personalmente, ritengo che ciò che viene chiamato “narrativa d’avanguardia”, nelle sue fasi iniziali, non fosse altro che un insieme di opere non accolte dal campo letterario. In un certo senso, si potrebbe dire che la narrativa d’avanguardia è la narrativa dei “falliti” della creazione letteraria. L’avanguardia è per sua natura solitaria, non accettata; nel momento in cui ha successo, diventa di moda e viene celebrata, perde inevitabilmente il suo carattere d’avanguardia.
MF: Molto spesso i tuoi romanzi sono romanzi storici, però caratterizzati da un’attenzione rilevante per l’intimità dei personaggi, l’introspezione psicologica, rispetto alle grandi narrazioni storiche. È così? Da dove nasce questa visione? Potresti riassumere la visione della storia nei tuoi romanzi, soprattutto per quanto riguarda il rapporto fra storia nazionale ed esperienza umana in essa?Oggi, data la spinta a “raccontare bene le storie cinesi”, mi sembra che si stiano riaffermando di nuovo le “grandi narrazioni”. È così? In particolare, negli ultimi anni si è cominciato a parlare di “epica nazionale”. Come possiamo comprendere questa definizione? Ci sono autori e opere abbastanza recenti che riflettono in modo significativo questa tendenza a scrivere “epiche nazionali”?
YZY: Il romanzo è un’arte della finzione e, nella letteratura mondiale, i temi storici sono molto comuni. Ciò che viene messo alla prova è la capacità di invenzione dello scrittore: in definitiva, ciò che conta è se l’opera è riuscita oppure no. La storia del romanziere non è la stessa cosa della storia dello storico; il punto decisivo resta sempre la qualità della scrittura, quanto sia efficace, quanto sia avvincente.
A dire il vero, la mia concezione del romanzo mi viene dalla letteratura mondiale. Se non avessi letto così tanti romanzi stranieri, non sarei diventato uno scrittore. Nella letteratura mondiale ci sono innumerevoli grandi opere, e sono proprio queste a essere state le mie guide spirituali: mi hanno fornito i criteri per giudicare ciò che è valido. Il mio sistema di valori letterari deriva dalla letteratura mondiale, e la mia scrittura è, in fondo, un omaggio alla migliore letteratura del mondo.
Quanto a espressioni come “raccontare bene la Cina”, “grande narrazione” o “epica nazionale”, devo dire che non rientrano tra le mie preoccupazioni. In realtà, non ci ho mai nemmeno pensato. Ciò che uno scrittore dovrebbe fare è immergersi nella propria scrittura, lasciarsi assorbire dalle storie che desidera raccontare. Tutto il resto è pensare troppo: è del tutto superfluo.
MF: Tuo nonno era il grande scrittore Ye Shengtao, protagonista del movimento per la nuova cultura. All’epoca c’era una spinta a “imparare dall’occidente”, diffondendo una cultura illuminista. Anche negli anni Ottanta è stato un po’ così. Oggi l’occidente è in caduta libera, i “diritti” e le “regole” sono profondamente in crisi, a livello internazionale vige ormai la legge del più forte. Il soft power americano è a rotoli. Cosa ne pensi della crisi dell’occidente? È una nemesi delle colpe passate? Era davvero inevitabile? E cosa ne pensi dei valori dell’illuminismo, pensi che questa crisi discrediti una volta per tutte i valori dell’illuminismo, incentrati su un’utopia di libertà umana universale?
YZY: Non ritengo affatto che l’attuale tendenza della Cina a guardare all’Occidente e la cultura illuminista siano necessariamente inferiori a quelle di epoche passate. Abbiamo attraversato molti periodi difficili; in realtà, il progresso della civiltà non può essere fermato. Per quanto il mondo possa essere imperfetto, continua comunque ad avanzare. Da un punto di vista ottimistico, andare avanti è la tendenza generale della civiltà umana.
La nostra insoddisfazione e la nostra frustrazione odierne derivano semplicemente dalla percezione che le cose non siano ancora abbastanza buone. La scienza sta trasformando il mondo, e le connessioni globali si fanno sempre più strette. In fondo, ciò che sentiamo è che il presente non è ancora all’altezza: ci sono ancora molti problemi, troppi problemi.
Ma non dovremmo, a causa di queste difficoltà, esagerare quanto fosse migliore il passato. Molte delle criticità di oggi sono in realtà il risultato delle insufficienze del passato. In definitiva, ciò che stiamo facendo è ancora saldare vecchi debiti della storia.
MF: Ci sono degli scrittori e dei critici emergenti che secondo te incarnano le trasformazioni storico-culturali più recenti? Faresti eventualmente il nome di qualche autore e di qualche opera? Pensi che negli ultimi anni il ruolo delle istituzioni letterarie, come la zuoxie, si sia rafforzato o indebolito?
YZY: Nuovi scrittori emergeranno sempre; semplicemente, io non li conosco molto bene. Come si dice, ogni generazione produce i suoi talenti. Tuttavia, la valutazione delle opere veramente valide non cambia certo per il semplice fatto che siano “nuove”. Ciò che è buono è buono, ciò che non lo è non lo è: questo non ha nulla a che vedere con la novità o con il cambiamento di fase. In realtà, sappiamo tutti che, nel mondo della letteratura, le opere mediocri — quelle che si trovano ovunque — costituiscono la maggioranza, tanto in Cina quanto in Occidente.
Di tanto in tanto leggo anch’io qualcosa di autori emergenti, con l’intento di capire quanto io sia ormai superato; ma il risultato non è questo. A dire il vero, ciò che scrivono non è di grande qualità.
Quanto al ruolo delle istituzioni letterarie, dipende da chi si considera: per alcuni può essersi rafforzato, per altri evidentemente non ha alcun impatto. Rafforzamento e indebolimento sono sempre relativi. Un vero scrittore dovrebbe prendere le distanze da queste cose: chi vi presta troppa attenzione, spesso scrive male e difficilmente potrà scrivere bene.
MF: Oggi mi sembra che ci sia una tendenza diffusa (più diffusa di prima) ad affermare che il compito della letteratura e dell’arte sia diffondere il vero il buono e il bello. Ovvero a fornire rappresentazioni edificanti che “elevano” dalla realtà. È così? Cosa ne pensi di questa visione, cosa cambia dalle idee letterarie dei decenni precedenti? In che modo, personalmente, comprendi la funzione e il rapporto fra il vero il buono e il bello?
YZY: Naturalmente non la penso così. Parlare di diffondere il cosiddetto “vero, il buono e il bello” finisce spesso per diventare un presupposto dato per scontato da parte dello scrittore. Prima di tutto, bisognerebbe chiedersi se lo scrittore stesso sia davvero vero, buono e bello. Lo scrittore non è un sacerdote in chiesa, né un insegnante in aula.
La letteratura è una forma di comunicazione tra interiorità. Uno scrittore scrive perché ha qualcosa che nasce dal profondo da dire e da mettere per iscritto; il lettore legge perché desidera trovare qualcosa che sente il bisogno di leggere. Scrittura e lettura sono in una relazione profondamente paritaria: entrambe si limitano a risvegliarsi a vicenda, a risvegliare in noi il vero, il buono e il bello — a condizione però che questi esistano già dentro di noi.
La letteratura non può svegliare chi finge di dormire. In questo mondo, molte persone — forse la maggioranza — non hanno alcun rapporto con la letteratura; in questi casi, parlare di “elevazione” può essere solo un’illusione. La letteratura si occupa del cuore umano, della natura umana, di ciò che nell’uomo è più universale e condiviso.
MF: Hai scritto più volte della “vecchia Nanchino”, in particolare del periodo repubblicano. Oggi, però, questa città, come tutte le città cinesi, si è trasformata in una metropoli altamente modernizzata e digitalizzata. Allo stesso tempo, le tracce del passato vengono spesso ricostruite integralmente e gestite in chiave commerciale. Qual è oggi il rapporto tra la città e il suo passato? È ancora possibile cogliere tracce della memoria storica? E, come scrittore, in che modo mantieni vivo questo legame con la memoria?
YZY: Scrivo di Nanchino semplicemente perché è la città che conosco meglio. All’interno di questo spazio, la mia scrittura diventa più naturale. Quanto alla memoria storica, ho sempre avuto un’idea molto semplice: tutto dipende dal fatto che dentro di noi esista o meno un senso della storia. Se c’è, allora la città che descriviamo e la storia che immaginiamo, anche se non sono del tutto “vere”, non rappresentano un grande problema. Se invece manca, anche riprodurre una città perfettamente fedele alla storia, identica in ogni dettaglio, non ha comunque alcun significato.
Il legame tra questa città e il suo passato non si fonda sulle rovine. In realtà, Nanchino è una città che ha subito distruzioni ripetute, e conserva pochissime tracce materiali. Senza una continuità culturale, senza una sensibilità per le vicissitudini del tempo, non possiamo davvero entrare in contatto con la storia del passato.
Immagine: Ye Zhaoyan

