Marco Fumian (MF): Hai cominciato a scrivere molto presto, pubblicando il tuo primo libro quando avevi solo nove anni; da quel momento non hai mai smesso. Quindi hai espresso il tuo talento creativo molto presto. Essendo nata nel 1989, sei stata catalogata come scrittrice “post-ottanta”. Ma il fenomeno letterario dei post-ottanta, e in generale il tema del “talento”, è legato all’emergere della prima generazione dei figli unici, all’evoluzione del sistema scolastico da sistema basato sugli esami a sistema basato sulla qualità, all’affermazione dell’economia di mercato, eccetera. Puoi parlare dell’evoluzione del sistema educativo, e dell’ossessione verso il talento e il successo che lo contraddistingueva 20 anni? È ancora così? Puoi parlare delle tematiche generali relative alla tua crescita come adolescente e come scrittrice che ti sei trovata ad affrontare nei tuoi lavori?

Jiang Fangzhou (JFZ): Durante la mia crescita mi sono trovata proprio in un periodo piuttosto particolare della Cina, intorno agli anni 2000. In quel momento, le élite iniziarono a esplorare un’alternativa all’istruzione basata sugli esami, promuovendo un’educazione più orientata allo sviluppo globale della persona. C’era una sorta di aspettativa collettiva: se un bambino non segue il percorso dell’istruzione tradizionale, può comunque avere successo?

Con il supporto dei media, nacque così un gran numero di “giovani prodigi”. Tra questi, il pianista Lang Lang e il giocatore di snooker Ding Junhui, uno degli asiatici di maggior successo nella storia di questo sport. Entrambi si sono allontanati dal sistema scolastico tradizionale, raggiungendo il successo grazie alla coltivazione del loro talento da parte dei genitori.

Anche nel campo della scrittura emerse un’ondata di “bambini prodigio” che pubblicavano libri già intorno ai dieci anni. Inoltre, si affermò il concorso di scrittura “Xin Gainian”, rivolto agli studenti delle scuole superiori: bastava una buona composizione per ottenere l’ammissione in una delle migliori università della Cina. Io mi trovavo proprio dentro questo contesto e sono diventata parte di questo “gruppo di prodigi”.

Essendo coinvolta in questo fenomeno, ho ricevuto molta attenzione e accesso a risorse sociali che probabilmente non mi sarebbero spettate. Allo stesso tempo, però, ho dovuto affrontare molte sfide. La più grande è stata il dubbio su cosa significhi davvero “talento”. Con il passare degli anni, l’aura di “bambina prodigio” è svanita gradualmente, mentre le critiche e i dubbi dei media sono aumentati. Ho iniziato a chiedermi se possedessi davvero talento, e se questa strada fosse una mia scelta o qualcosa in cui sono stata trascinata passivamente.

Per questo motivo, nelle mie opere affronto spesso il tema del rapporto tra individuo e mondo esterno. In particolare, mi interessa capire cosa succede quando un bambino viene catapultato troppo presto in un mondo adulto che non è ancora in grado di affrontare.

MF: Parliamo del rapporto fra educazione e letteratura. Il romanzo Le tre porte attribuito a Han Han, all’inizio degli anni Duemila, metteva in luce la difficoltà di coltivare le soggettività letterarie nel sistema educativo cinese. L’altro romanzo rappresentativo dei balinghou, Città incantata di Guo Jingming, invece, era un racconto fantasy che traduceva le angosce dei figli unici in una narrazione allegorica di fuga. In seguito, sia Han Han che Guo Jingming sono diventati degli “imprenditori culturali” di successo. Puoi parlare delle dinamiche della formazione degli scrittori cinesi, oggi, delle opportunità e delle trappole incontrare nel navigare fra le pressioni dello stato e del mercato?

JFZ: Penso che il problema del sistema di formazione degli scrittori in Cina sia che le prospettive per lo sviluppo della loro carriera siano troppo limitate.

Come dicevi tu, ci sono quasi solo due strade tra cui scegliere: una è entrare nell’associazione degli scrittori, pubblicare su riviste letterarie statali e affidarsi al sistema istituzionale; l’altra è seguire una strada completamente orientata al mercato, diventando uno scrittore di bestseller.

Ma, in un certo senso, entrambe queste strade conducono alla “morte” della letteratura: entrando nel sistema, i temi e la libertà di scrittura vengono limitati, e ci si allontana sempre di più dai lettori comuni, trasformando la letteratura in un gioco autoreferenziale interno al proprio ambiente; diventando uno scrittore di bestseller, invece, uno dei modi principali per ottenere successo è l’adattamento cinematografico o televisivo delle opere—ma allora perché non diventare direttamente sceneggiatore o regista? Non a caso, alcuni autori di successo come Han Han e Guo Jingming hanno finito per abbracciare il mondo del cinema, allontanandosi sempre di più dalla letteratura.

Quindi, se le due strade più visibili davanti a noi non si stanno ampliando ma restringendo sempre di più, come dovrebbe scegliere un giovane scrittore? È una questione estremamente difficile.

Allo stesso tempo, nella società cinese esiste una realtà che è sia un’opportunità sia una sfida: la popolazione è enorme e il mercato è vastissimo. Per uno scrittore cinese è già sufficiente rivolgersi al pubblico interno, e per questo motivo raramente gli autori cinesi, a differenza di quelli di altri paesi e regioni dell’Asia orientale (come Taiwan, Giappone o Corea del Sud), guardano ad una scena internazionale, spinti dalla ristrettezza del loro mercato domestico.

Perciò, l’enorme mercato interno è per gli scrittori sia un dono che una maledizione.

MF: All’università, invece di studiare lettere, hai scelto di studiare giornalismo. Poi hai cominciato a lavorare per un settimanale importante, il News Weekly. Alla fine però ti sei licenziata per diventare una “scrittrice indipendente”. Puoi parlare del tuo rapporto con i media? In che modo uno scrittore può diventare “indipendente”, dal punto di vista economico, nel mercato cinese di oggi? In che modo, come scrittrice, cerchi di sfruttare le potenzialità dei media senza farti inghiottire dalla loro logica commerciale e pubblicitaria? Puoi fare l’esempio di altri scrittori cinesi che hanno successo nel promuovere il loro lavoro attraverso l’uso dei media?

JFZ: Sì, ho lavorato nei media per molto tempo, perché non volevo diventare una di quelle scrittrici sempre chiuse nel proprio studio, ma desideravo mantenere sempre uno sguardo attento sulla realtà sociale.

Allo stesso tempo, dato che sono stata esposta molto presto ai media di massa — giornali, televisione — mi ha sempre interessato una questione: in che modo i media plasmano una persona? E come il giornalismo, attraverso le sue narrazioni, ricostruisce la realtà?

Tuttavia, intorno al 2019 ho iniziato a rendermi conto che gli argomenti di cui i media potevano occuparsi diventavano sempre più limitati. Inoltre, con lo sviluppo dei social media, il pubblico dei media tradizionali è diminuito progressivamente. Così ho deciso di dimettermi e diventare una scrittrice a tempo pieno.

Nel contesto del mercato cinese, a parte gli autori di bestseller, è molto difficile per uno scrittore essere economicamente indipendente: pubblicare un libro ogni due anni spesso non garantisce entrate sufficienti neppure per sostenere una famiglia. Per questo molti scrittori hanno anche un altro lavoro, ad esempio insegnano all’università.

La mia situazione è un po’ particolare: ho iniziato presto a usare i social media, quindi posso sfruttarli in molti modi — dalla pubblicità alla promozione personale. Inoltre, oggi produco anche un podcast letterario. Tutte queste attività mi garantiscono entrate molto superiori a quelle dei libri.

Per mantenere l’indipendenza creativa ed evitare di essere assorbita dalla logica commerciale, gestisco con attenzione il mio tempo: ad esempio, mentre scrivevo il romanzo Possesso (Zhanyou), sono rimasta quasi due o tre anni senza alcun reddito, vivendo solo dei miei risparmi e mantenendo uno stile di vita molto semplice. Questo mi ha permesso di preservare la mia autonomia artistica.

Penso che, rispetto agli scrittori tradizionali, gli autori di letteratura online in Cina siano più abili nell’utilizzare i social media e le regole del mercato: quando pubblicano romanzi a puntate su internet, curano molto il rapporto con i lettori e sfruttano il traffico generato per aumentare le possibilità di adattamenti cinematografici e televisivi, attirando così nuovi lettori.

Credo che uno dei problemi della scrittura in Cina sia che, se non sei visibile su internet, il tuo pubblico rimane limitato. Perciò, per uno scrittore, il primo passo è essere visibile, venire notato.

Negli ultimi anni anche gli scrittori tradizionali sono diventati molto attivi sui nuovi media: Yu Hua appare frequentemente nei programmi televisivi, mentre Mo Yan ha aperto i propri account sui social, pubblicando articoli e video. Tutte queste iniziative li hanno riportati al centro dell’attenzione dei lettori.

MF: Parliamo del pubblico. Come coltivi la tua relazione con il pubblico, in che modo cerchi di soddisfarne il gusto e gli interessi? Per esempio, ho visto che hai fatto numerosi podcast, in cui parli anche di letteratura.

JFZ: Sì, credo che tra autore e lettori esista una relazione reciproca di formazione e selezione. Per questo, negli oltre di dieci anni in cui ho gestito i miei social media, ho sempre condiviso periodicamente i libri e i film che ho trovato validi. Intorno al 2019 ho anche realizzato un podcast dedicato alla letteratura, che ha raggiunto oltre 70 milioni di ascolti.

Oggi ho iniziato un nuovo podcast letterario, che conta già centinaia di migliaia di follower su diverse piattaforme.

Il mio modo attuale di condividere la letteratura nasce soprattutto da un senso di restituzione e gratitudine: da bambina ho ricevuto così tanto nutrimento dalla letteratura che sento l’urgenza di trasmettere agli altri ciò che mi ha dato.

Dall’altro lato, penso che con il declino della letteratura tradizionale e dei classici, molti giovani lettori non abbiano più gli strumenti per capire cosa sia la buona letteratura né come affrontarla. Per questo spero di costruire un ponte tra i lettori e la letteratura.

Nel mio programma, ho dedicato sette-otto ore a discutere di Gabriel García Márquez e della letteratura latinoamericana, e altre sette-otto ore a Lev Tolstoj. Ho scoperto che i giovani ascoltatori apprezzano molto questi contenuti: molti mi hanno detto che, proprio grazie al mio programma, hanno letto per la prima volta Márquez e Tolstoj, rendendosi conto che non sono affatto difficili o oscuri come immaginavano.

MF: Spesso, il ciclo lavoro/tempo libero fa’ sì che i lettori prediligano letture facili e di evasione. Come cerchi di mediare conciliando nel tuo lavoro la logica dell’intrattenimento con le tue riflessioni “letterarie” sulla vita di oggi?

JFZ: In realtà, per quanto riguarda i miei gusti di lettura, ho sempre preferito opere letterarie più accessibili per i lettori.

Per esempio, i testi della letteratura postmoderna, come quelli di David Foster Wallace e Thomas Pynchon, li ho letti e riconosco che sono autori straordinari, ma non rappresentano il tipo di letteratura che amo di più. Continuo a preferire i romanzi di Lev Tolstoj e Jane Austen, quelli che, una volta iniziati, non riesci più a mettere giù.

Per quanto riguarda l’equilibrio tra intrattenimento e valore letterario: da un lato, credo che uno scrittore non debba compiacere i lettori. In fondo, rispetto al cinema o ai videogiochi, la letteratura richiede già molto di più al pubblico; se l’obiettivo fosse semplicemente piacere, allora uno scrittore potrebbe anche non scrivere libri e diventare sceneggiatore. Una delle responsabilità fondamentali di chi scrive è quella di enunciare le verità scomode della vita.

Dall’altro lato, penso che uno scrittore debba avere fiducia nei lettori, nella loro capacità di comprendere e riflettere. Negli ultimi anni ho maturato sempre più una convinzione: se uno scrittore esplora questioni autentiche — che riguardino la natura umana o le difficoltà del proprio tempo — allora i lettori riusciranno a percepirlo e a rispondere.

In questo senso, lo scrittore non ha bisogno né di compiacere deliberatamente né di assumere un atteggiamento altezzoso.

MF: Negli ultimi anni la globalizzazione è entrata in crisi, mentre le tensioni fra la Cina e il mondo occidentale sono aumentate. Le spinte nazionaliste nel mondo occidentale sono in aumento, ma anche in Cina si afferma che occorre difendere la “soggettività culturale” della “nazione cinese”. Tu invece recentemente hai fatto un viaggio a Napoli e a Palermo, e poi hai scritto un bell’articolo in cui parli di Murakami, del Gattopardo, di Elena Ferrante, e del piacere del viaggio come mezzo di confrontarsi con l’ignoto. In questo articolo citi anche le parole del primo ministro canadese Mark Carney sulla scomparsa del vecchio ordine mondiale. Puoi riassumere il senso di quel tuo articolo? Dove è stato pubblicato? Quante persone l’hanno letto? E quali sono i lettori di questo tipo di contenuti? Come si può, secondo te, coltivare in modo concreto (e non come mera retorica) un senso di cosmopolitismo nel mondo di oggi?

JFZ: Sì, questo è un testo che ho scritto dopo essere andata in Sicilia alla fine del 2025. L’ho poi trasformato in uno script per un podcast e l’ho pubblicato anche sul mio account pubblico, ottenendo circa 50–60 mila letture, per lo più da parte di giovani.

Durante il viaggio, per comprendere meglio la storia della Sicilia, ho letto il romanzo Il Gattopardo. Ho scoperto che, pur raccontando una storia di oltre un secolo fa, questo libro è estremamente attuale: il vecchio ordine sta crollando, mentre uno nuovo sta emergendo; il mondo antico è ormai decadente, ma quello nuovo è pieno di ambiguità; i lupi e i leopardi vengono sostituiti da cani e sciacalli.

Il protagonista del romanzo rappresenta il principe-leopardo, nostalgico del vecchio mondo, ma c’è anche il nipote opportunista: due atteggiamenti diversi che riflettono scelte con cui anche noi oggi dobbiamo confrontarci.

Credo che uno dei grandi benefici del viaggio sia proprio quello di rendersi conto che il mondo è vasto e sconosciuto. Oggi siamo abituati a conoscere il mondo attraverso brevi video e social network, ma ci manca sempre un’esperienza diretta. Per questo, il mondo che percepiamo attraverso lo schermo non è del tutto affidabile.

A mio avviso, il vero spirito cosmopolita consiste nell’avere una curiosità viva, nel recarsi davvero — con il proprio corpo, con i propri passi — in luoghi sconosciuti, fermarsi lì per un periodo e lasciarsi attraversare dalle diverse culture. Non significa diventare seguaci di un’ideologia o di un’identità precostituita, giudicando gli altri sulla base di preconcetti.

MF: Parliamo dei giovani cinesi. Immagino che costituiscano il grosso del tuo pubblico. Spesso nel mondo occidentale si tende ad avere della Cina una visione abbastanza monolitica. Così, i giovani cinesi sono spesso rappresentati, alternativamente, o come quelli che si “sdraiano”, ovvero disertano la “lotta” della competizione economica in una società con poche opportunità di ascesa sociale, o come nazionalisti che riecheggiano la voce ufficiale dello stato. Quello che spesso ci dimentichiamo di fare, nel guardare alla Cina, è di riconoscere che questa, come tutte le altre società, è una società complessa attraversata da visioni diverse e conflittuali. Inoltre, molte dinamiche che attraversano la società cinese, sono simili, anche se non necessariamente identiche, a quelle che attraversano le società occidentali. Per esempio, la percezione della cosiddetta “involuzione” è probabilmente un fenomeno globale che investe fortemente anche i giovani italiani. Puoi parlare, dal tuo punto di vista, delle principali dinamiche sociali che influenzano le tendenze culturali e psicologiche dei ventenni cinesi di oggi?

JFZ: Sì, i giovani cinesi sono un gruppo estremamente complesso: esistono voci irrazionali e radicali, ma anche moltissimi giovani intelligenti e dotati di spirito critico.

Personalmente penso che i ventenni cinesi di oggi — soprattutto per quanto riguarda le loro espressioni online — mostrino due tendenze piuttosto evidenti.

La prima è l’intensificarsi della “guerra tra i sessi”. Le giovani donne istruite hanno spesso posizioni molto avanzate sulle questioni di genere: la maggior parte si riconosce nel femminismo e critica gli uomini che detengono una grande quantità di risorse sociali. D’altra parte, molti uomini in condizioni meno vantaggiose percepiscono il femminismo come una minaccia: sentono di perdere opportunità nelle relazioni e reagiscono con ostilità verso le donne. Di conseguenza, uno dei principali conflitti nello spazio online cinese è proprio la contrapposizione tra i sessi, che sta diventando sempre più intensa senza segni di attenuazione.

Il secondo fenomeno è, a mio avviso, un crescente risentimento verso le élite e i ricchi. Inizialmente questo sentimento era rivolto a celebrità, influencer o “capitalisti”, ma col tempo si è esteso a gruppi più ampi, come gli studenti che studiano all’estero, spesso percepiti come privilegiati perché provenienti da famiglie benestanti. Recentemente, uno dei più popolari streamer cinesi ha diffuso numerosi discorsi ostili contro le studentesse all’estero: un esempio in cui si intrecciano sia l’odio verso i ricchi sia quello verso le donne.

Ritengo che questo risentimento derivi dalla riduzione delle opportunità di mobilità economica. I benefici della stagione delle riforme e apertura sono stati in gran parte assorbiti dalla generazione precedente: allora le possibilità di arricchirsi erano diffuse, mentre oggi il senso di rigidità sociale e di blocco delle classi produce una forte sensazione di frustrazione e disperazione.

MF: Parliamo del tuo lavoro creativo. Potresti dirci in breve come si è evoluta la tua scrittura? Leggo che hai scritto anche qualche opera di fantascienza. Puoi dirci il titolo, e di cosa trattano? Negli ultimi anni la fantascienza in Cina è diventata molto popolare. Puoi spiegarci perché, personalmente, ti sei interessata alla fantascienza? Quali sono i vantaggi che la scrittura fantascientifica offre oggi agli scrittori cinesi? Cos’è che reputi più fecondo, in questo genere? L’immaginazione scientifica, l’indagine del futuro, o le sue potenzialità di rappresentare allegoricamente la società contemporanea?

JFZ: Sì, ho scritto anche una raccolta di racconti di fantascienza, all’interno della quale ci sono due testi particolarmente importanti. Uno si intitola “Passeggiare con l’unica persona che sa perché le stelle brillano”. Quando l’ho scritto, nel 2020, era appena scoppiata la pandemia, quindi ho immaginato anch’io un’epidemia capace di cambiare il mondo. La storia è ambientata in un piccolo paese europeo che, dopo lo scoppio dell’epidemia, cade in uno stato di isolamento totale, interrompendo ogni contatto con l’esterno. Col tempo, gli abitanti perdono persino il concetto di geografia: non riescono più a concepire l’esistenza di “paesi stranieri”, e tutti i beni provenienti dall’estero vengono dichiarati prodotti nazionali. Chiunque tenti di fuggire all’estero viene condannato a morte.

Questo racconto nasce da una mia paura personale: temevo che la pandemia potesse portare, a livello globale, a forme estreme di populismo e protezionismo nazionale. In un certo senso, questa paura si è in parte realizzata.

L’altro racconto si intitola “Alla frontiera arrivano degli sconosciuti”. Qui immagino una possibilità sociale: quella in cui gli esseri umani acquisiscono una longevità estrema, persino l’immortalità. Ritengo che molte opere di fantascienza commettano un errore nel rappresentare questo scenario, dando per scontato che tutta la società acquisisca contemporaneamente tale capacità. Nella mia visione, invece, sono inizialmente solo i ricchi a ottenere l’immortalità, monopolizzando il progresso tecnologico. Questo genera una rabbia enorme tra i poveri, sfociando in un grande sconvolgimento sociale. Il conflitto si conclude con la vittoria dei ricchi, mentre i poveri vengono espulsi fuori dai confini dell’“Impero”, costretti a vivere in ambienti naturali ostili, con un’aspettativa di vita sempre più breve.

Tuttavia, col passare del tempo, i ricchi immortali conducono un’esistenza comoda ma vuota: pur disponendo di tecnologie avanzate, perdono lucidità e forza. Alla fine, vengono completamente annientati dai poveri in cerca di vendetta. Così si conclude la storia.

Ho scritto questo racconto anche ispirandomi a una notizia circolata in Cina qualche anno fa, riguardante uno scienziato che conduceva esperimenti estremi di editing genetico. Negli ultimi anni, inoltre, sempre più ricchi nel mondo hanno iniziato a investire nella ricerca sull’estensione della vita.

In passato, il limite naturale della vita rappresentava una delle più grandi forme di uguaglianza tra gli esseri umani. Ma se anche questa venisse meno, che tipo di società nascerebbe? Questo è ciò che mi interessa.

Per questo, la fantascienza che prediligo non riguarda tanto lo spazio, gli alieni o l’intelligenza artificiale, quanto piuttosto una speculazione sociale: cosa accadrebbe se portassimo all’estremo un certo modello di sviluppo della società?

Se il romanzo realistico non riesce più a stare al passo con la realtà, allora forse possiamo usare la fantascienza o l’allegoria per rappresentarla?

MF: Ci sono degli scrittori cinesi, o delle tendenze letterarie cinesi, che trovi originali e che segui con interesse? Ci sono opere uscite recentemente, per esempio negli dieci ultimi anni, che secondo te sarebbero interessanti per un giovane europeo, e meriterebbero di essere tradotte?

JFZ: Negli ultimi anni, mi capita di pensare che, con il progressivo declino della letteratura tradizionale, sia la narrativa online — e persino la fanfiction (per esempio alcuni racconti pubblicati su AO3, anche su relazioni omoerotiche) — a risultare più viva e vitale.

Questi autori spesso non hanno ricevuto una formazione professionale, sono anche molto giovani, e scrivono non per ottenere fama o profitto, ma semplicemente per passione. Tra loro, molte opere sono apprezzate anche all’estero.

Per questo ho sempre avuto una concezione piuttosto semplice della letteratura: bisogna credere nella forza intrinseca della scrittura. Quando le parole sono davvero vive, è come se avessero gambe e piedi: riescono da sole a farsi strada e a essere viste da sempre più persone.

MF: Il tuo ultimo romanzo, Possesso, è descritto come una “biografia finzionale”. In esso, parli della crescita di una giovane aspirante scrittrice dall’infanzia alla maturità, descrivendo in particolare il complesso rapporto con le ambizioni della madre. Puoi riassumere brevemente l’opera? Puoi dire quali sono le tematiche generazionali più significative toccate dall’opera?

JFZ: Quest’opera è basata sulla mia esperienza personale ed è appunto una sorta di “autobiografia finzionale”. La chiamo così perché la protagonista ha molti punti in comune con me. Come lei, anche io ho iniziato a scrivere all’età di sette anni, spinta — quasi ingannata — da mia madre, entrando così nei media e in un mondo adulto che non ero in grado di comprendere. Tuttavia, dopo i diciotto anni, il destino della protagonista del romanzo si discosta dal mio: lei abbandona la scrittura e diventa una presentatrice.

Questa era una strada che anche io avevo pensato di intraprendere a diciotto anni: smettere di scrivere, perché sentivo che la scrittura era una scelta fatta da mia madre per me, e non da me stessa. Così, nel romanzo, ho vissuto una vita che nella realtà non ho mai sperimentato.

Nel libro si racconta il rapporto tra madre e figlia come una relazione di reciproco possesso: inizialmente la protagonista crede che sia la madre a possedere la sua vita, ma con lo sviluppo della storia si rende conto che, in realtà, è lei stessa a possedere quella della madre.

L’intero romanzo ruota quindi attorno a questo rapporto in cui madre e figlia si invadono a vicenda, pur desiderando allo stesso tempo liberarsi l’una dall’altra.

Nell’ultima parte del romanzo, adotto la voce di mia madre per ripercorrere la sua infanzia e la sua giovinezza.

La sua infanzia si è svolta durante la Rivoluzione Culturale. I suoi genitori erano tipici adulti segnati da quell’epoca: silenziosi, impauriti, incapaci di comunicare con i propri figli. In quegli anni, molte persone, sotto la pressione politica, sviluppavano malattie mentali senza esserne consapevoli. Mio nonno materno morì durante un trattamento psichiatrico, mentre mia nonna materna si uccise bevendo una bottiglia di pesticida.

Mia madre non ha mai ricevuto amore né calore dai suoi genitori, e così ha cercato di riversare tutto il suo affetto su di me, sua unica figlia. Tuttavia, questo amore e queste aspettative sono diventati, per me, un peso molto gravoso.

La mia esperienza di crescita può anche essere particolare, ma ciò che descrivo è in realtà il destino di un’intera generazione di figli unici in Cina: portiamo sulle spalle le aspettative dei nostri genitori e, allo stesso tempo, consumiamo — in qualche modo — le loro vite.

Intervista a cura di Marco Fumian. Traduzione dal cinese di Matteo Garbelli

Immagine: Jiang Fangzhou