Introduzione

A lungo studiata dagli accademici, la governance multietnica della Cina è emersa come argomento saliente nel dibattito pubblico globale dell’ultimo decennio, durante il quale il governo cinese ha avviato uno sforzo intensificato e sistematico per assimilare la sua vasta popolazione di minoranze etniche.1)L’articolo è stato originariamente pubblicato nel volume a cura di M. Fumian Leggere la Cina, capire il mondo. Narrazioni dominanti e discorso critico in un’era di competizione (Milano-Udine, Mimesis, 2025), 301-207). Si ringrazia l’editore per la concessione di ripubblicarlo. Nella Repubblica Popolare Cinese (Rpc), l’autorità politica gestisce le relazioni interetniche del paese attraverso un complesso di politiche e istituzioni collettivamente note come “politica etnica” (o “politica delle nazionalità”, minzu zhengce 民族政策), la cui origine può essere fatta risalire agli anni ’20, quando il Partito Comunista Cinese (Pcc) si confrontò per la prima volta con le eterogenee popolazioni delle regioni occidentali del paese. Nel corso del tempo, tale politica si è caratterizzata per tre componenti interconnesse: 1) un sistema di classificazione etnica che assegna a ciascun cittadino una singola identità etnica (minzu shenfen 民族身份) selezionata da un elenco predeterminato e fisso di 56 categorie; 2) un sistema di autonomia regionale su base etnica che garantisce alle popolazioni minoritarie interessate determinati privilegi nella governance locale; 3) un insieme di politiche preferenziali su base etnica volte a promuovere la diversità e l’uguaglianza interetnica nelle sfere socioeconomiche e politiche.2)J. Leibold, Ethnic Policy in China: Is Reform Inevitable?, East-West Center, Honolulu, HI 2013. Mentre in teoria queste componenti consentono alle minoranze etniche di tutelare i propri interessi rispetto alla maggioranza Han, in pratica molti principi importanti, come la libertà di fede, i diritti alla lingua indigena e l’autonomia regionale non sono mai stati pienamente rispettati. Tuttavia, questa politica è sancita nella Costituzione e nelle leggi nazionali, e fornisce pertanto un quadro legale e politico per l’attuazione e la discussione della governance multietnica in Cina.

Questa politica, tuttavia, ha conosciuto in tempi recenti una svolta assimilazionista, annunciata dalla leadership politica cinese in due conferenze governative incentrate sul tema della governance multietnica tenutesi nel 2014, ovvero la Seconda Conferenza Centrale di Affari sullo Xinjiang (Di’er ci zhongyang Xinjiang gongzuo huiyi 第二次中央新疆工作会议) e la Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità (Zhongyang minzu gongzuo huiyi 中央民族工作会议), entrambe presiedute dall’allora neonominato Segretario Generale del Pcc Xi Jinping. Svoltesi a soli cinque mesi di distanza l’una dall’altra, le due assemblee hanno per la prima volta delineato apertamente l’obiettivo di rafforzare l’“identificazione nazionale” delle variegate popolazioni minoritarie della Cina promuovendo la cosiddetta “fusione etnica”.3)J. Leibold, Xinjiang Work Forum Marks New Policy of “Ethnic Mingling”, in “Jamestown Foundation China Brief”, a. XIV, n. 12, 2014, pp. 3–6; Id., A Family Divided: The CCP’s Central Ethnic Work Conference, in “Jamestown Foundation China Brief”, a. XIV, n. 21, 2014, pp. 12-15. Molti importanti cambiamenti di indirizzo politico, come l’istruzione obbligatoria in mandarino nelle regioni abitate dalle minoranze, i programmi di rieducazione e conversione destinati ai musulmani turchi dello Xinjiang, la riduzione dei diritti speciali per le minoranze etniche, e la repressione in ambito religioso a livello nazionale, sono state così avviati o intensificati per effetto di queste due conferenze.4)O. Klimeš, Advancing “Ethnic Unity” and “De-Extremization”: Ideational Governance in Xinjiang under “New Circumstances” (2012–2017), in “Journal of Chinese Political Science”, a. XXIII, n. 3, 2018, 413-436; G. Roche e J. Leibold, China’s Second-Generation Ethnic Policies Are Already Here: What China’s History of Paper Genocide Can Tell Us about the Future of Its “Minority Nationalities”, in “Made in China Journal”, 7 settembre 2020, https://madeinchinajournal.com/2020/09/07/chinas-second-generation-ethnic-policies-are-already-here/; S. Kam e M. Clarke, Securitization, Surveillance and “de-Extremization” in Xinjiang, in “International Affairs”, a. XCVII, n. 3, 2021, pp. 625-42.

Ciò che però interessa, ai fini di questo saggio, è che questa svolta è stata preceduta da un dibattito pubblico di alto profilo, originatosi nel 2004, in cui la futura direzione della politica etnica nazionale è stata discussa, congiuntamente, da eminenti professori universitari, ricercatori di affiliazione governativa, e funzionari di alto rango, prima che la politica intervenisse per delimitarne in modo univoco l’orientamento.

Noto per il suo rigido controllo sulla comunicazione politica e per la sua mano pesante nei confronti delle voci critiche, il Partito-Stato cinese di solito non rivela il disaccordo delle élites sugli orientamenti politici al grande pubblico, e ancor meno è disposto a tollerare un dibattito aperto su tali orientamenti. La politica etnica, per giunta, è un argomento molto sensibile, generalmente schermato dalle discussioni critiche non solo dal sofisticato meccanismo di censura del regime, ma anche da un più ampio discorso sociale di correttezza politica che non mette in discussione i principi fondanti della governance multietnica. Perciò, il dibattito sulla politica etnica che verrà esaminato in questo saggio non costituisce la norma, quanto piuttosto l’eccezione di come viene condotta la discussione in ambito politico nella Cina contemporanea. Tuttavia, proprio per questo motivo, questo stesso dibattito presenta anche una rara occasione per gettare lo sguardo all’interno dei processi di definizione delle politiche cinesi e nello stesso tempo intravedere il terreno ideologico controverso su cui poggia la materia della politica etnica, osservando nel contempo anche le modalità con cui gli intellettuali partecipano a questi processi di definizione politica nella Cina odierna.

Generalmente, nel trattare i temi della politica etnica cinese, tanto nel discorso accademico quanto nel discorso pubblico del mondo occidentale, l’enfasi tende a ricadere prevedibilmente sull’egemonia del Partito-Stato. Quando si riportano le opinioni degli studiosi o degli intellettuali pubblici cinesi, se mai lo si fa, questi vengono per lo più descritti o come allineati al regime, o come voci critiche situate quasi esclusivamente all’interno di gruppi emarginati come i dissidenti o la diaspora. In questo saggio, invece, si mira a offrire un quadro più complesso del contesto sociale che ha preceduto la recente svolta assimilazionista. Il già menzionato dibattito, durato oltre un decennio, ha evidenziato non solo l’impegno attivo degli intellettuali cinesi nelle discussioni sulle politiche del governo, ma anche, ciò che più conta, le opinioni divergenti sulla governance multietnica proprio all’interno di un Partito-Stato generalmente ritenuto opaco e monolitico. Come si dimostrerà, le voci prese in esame in questo saggio appartengono principalmente a intellettuali dell’establishment,5)C. L. Hamrin e T. Cheek, China’s Establishment Intellectuals, Routledge, Armonk, N.Y 1987. studiosi che per affiliazione professionale erano, all’epoca del dibattito, caratterizzati da uno stretto legame con il regime. Benché manifestatisi in una finestra di tempo piuttosto limitata (2004-2015), gli intensi scambi e le opinioni contrastanti tra coloro che lavoravano all’interno della stessa struttura istituzionale dovrebbero costituire un utile promemoria del fatto che il Partito-Stato non opera in un contesto segnato da un incontrastato consenso, ma deve affrontare e gestire forti divisioni e accesi dibattiti. Contro la crescente tendenza autocratica del regime e la contrazione dello spazio civico sotto la leadership di Xi Jinping, è ancora più utile guardare oltre il leviatano del Partito-Stato nel tentativo di trovare i “cento fiori” che un tempo sbocciavano e che, forse, continuano a sbocciare anche nella Cina di oggi.

Il dibattito sulla politica etnica della Cina, 2004-2015

A iniziare il dibattito sulla politica etnica è stata una proposta di riforma avanzata dal professor Ma Rong, rinomato sociologo dell’Università di Pechino, che ha cominciato a invocare, nel 2004, un approccio “depoliticizzato” alle relazioni interetniche. L’idea centrale del suo pensiero era che il governo avrebbe dovuto rivedere le sue politiche preferenziali nei confronti delle minoranze etniche, riformandole ai fini di ridurre la connotazione politica delle identità etniche per evitare che i conflitti sociali venissero politicizzati sulla base di categorie etniche. Preoccupato che la Cina avrebbe seguito un destino simile a quello dell’Unione Sovietica, Ma sosteneva che la leadership del paese avrebbe dovuto riorientare la propria politica etnica per promuovere l’unità politica attorno a una singola identità nazionale. Qualche anno dopo, il dibattito ha ottenuto ulteriore visibilità pubblica in seguito all’articolo scritto nel 2011 dal professore dell’Università Tsinghua Hu Angang e dal suo collega Hu Lianhe (di seguito i “due Hu”), nel quale molte delle idee di Ma Rong sono state riconfezionate in un programma di riforma molto più aggressivo denominato “politica etnica di seconda generazione”. Le rispettive proposte di Ma Rong e dei due Hu hanno innescato delle reazioni nel complesso negative da parte di vari studiosi e consiglieri politici, molti dei quali hanno risposto con critiche aspre, e spesso articolate in linguaggi politicizzati. La forte reazione della comunità accademica contrasta con la reazione blanda del regime fino al cambio di leadership nel Partito-Stato a cavallo fra il 2012 e il 2013. Dopo le due conferenze governative promosse dalla nuova leadership nel 2014, però, mentre le figure chiave che avevano innescato il dibattito hanno continuato a promuovere le proprie posizioni politiche, coloro che prima avevano criticato Ma e i due Hu hanno cominciato a mostrare una certa moderazione. Il crescente numero di scritti critici verso la politica etnica esistente pubblicati nel 2015 è indicativo di come a partire da quel momento la leadership del Partito-Stato abbia deciso di spingere la propria politica etnica verso una direzione più assimilazionista, come già precedentemente raccomandato da Ma e dai due Hu.

Data la relativa trasparenza del dibattito, gli studiosi che se ne sono occupati hanno potuto esaminarne i contenuti sotto molteplici punti di vista. Nonostante ciò, la maggior parte degli studi esistenti fuori dalla Cina si è comunque concentrata su un numero piuttosto esiguo di partecipanti, prendendo in esame solo quegli studiosi cinesi che hanno esercitato la maggiore influenza sull’indirizzo politico, senza tentare, però, di portare avanti un’indagine più inclusiva. Per questo, le loro analisi non colgono appieno l’eterogeneità delle posizioni emerse nella cerchia più ampia degli intellettuali che hanno partecipato a vario titolo al dibattito. E parimenti, le visioni di coloro che hanno contestato e respinto le proposte di riforma, piuttosto che come una ricerca genuina di soluzioni politiche alternative, sono state intese per lo più come una mera difesa degli interessi acquisiti da parte delle élites.6)J. Leibold, Ethnic Policy in China: Is Reform Inevitable?, East-West Center, Honolulu, HI 2013; Y. Sun, Debating Ethnic Governance in China, in “Journal of Contemporary China”, a. XXVIII, n. 115, 2019, pp. 118-32. In altre parole, è mancata l’analisi di come coloro che hanno avanzato posizioni critiche nel dibattito hanno contribuito in modo sostanziale allo sviluppo della discussione, se non nella misura in cui essi avrebbero svolto una semplice funzione di difesa dell’ortodossia politica. Se, come suggerisce Bulag,7)U. E. Bulag, Minority Nationalities as Frankenstein’s Monsters? Reshaping “the Chinese Nation” and China’s Quest to Become a “Normal Country”, in “The China Journal”, a. LXXXVI, 2021, pp. 46-67. le critiche rivolte a Ma Rong e alle proposte dei due Hu possono essere comprese nei termini di una gramsciana “guerra di posizione” ingaggiata fra studiosi con orientamenti diversi, allora diviene assolutamente centrale nella nostra analisi dedicare maggiore attenzione proprio a quelle voci.

Questo saggio rappresenta dunque un primo tentativo di affrontare questa lacuna. In particolare, lo scopo è quello di illustrare le differenze e le contestazioni tra le posizioni degli studiosi della Rpc in seno al dibattito sulla politica etnica, mostrando così l’esistenza di un quadro più complesso dei fondamenti intellettuali che hanno condotto all’approccio assimilazionista nella governance multietnica promossa sotto la leadership di Xi Jinping. A questo fine, il saggio presenta un resoconto cronologico del dibattito sulla politica etnica della Cina compreso tra il 2004 – anno in cui Ma Rong pubblica per la prima volta le sue tesi sulla “depoliticizzazione” – e il 2015, ovvero l’anno successivo alle già menzionate conferenze governative che hanno dato l’impronta alla politica etnica della nuova leadership. L’articolo di Ma Rong del 2004 costituisce un’importante pietra miliare nelle discussioni degli studiosi cinesi sulla politica etnica del Paese, mentre il 2015 rappresenta un plausibile momento di cesura che ci consente di valutare l’impatto immediato dell’ascesa di Xi Jinping sull’evoluzione del dibattito politico in Cina. Nella selezione delle fonti, ho cercato di includere quante più risposte possibili alle proposte di Ma Rong e dei due Hu, tenendo conto dell’evoluzione di queste posizioni nel tempo. Benché il contributo offra solo una visione parziale del dibattito, per il quale ci sarebbe bisogno di una trattazione ben più ampia, dovrebbe essere comunque sufficiente a dimostrare la complessità e il dinamismo del panorama intellettuale cinese nello specifico ambito preso in esame, ovvero quello della governance multietnica nella Cina contemporanea. Il resto dell’articolo è suddiviso in sei sezioni: nelle prime cinque, si traccerà l’evoluzione del dibattito nelle sue diverse fasi, riassumendole con i titoli “Il dibattito sulla ‘depoliticizzazione’”, “Il dibattito sulla ‘politica etnica di seconda generazione’”, “Una famiglia divisa sulla politica etnica”, “L’interpretazione del messaggio del Centro”, e “Freccia a sinistra, e svolta a destra”. L’ultima sezione riassumerà e concluderà le riflessioni portate avanti nelle precedenti sessioni.

Il dibattito sulla “depoliticizzazione”

Da quando discipline come l’etnologia, la sociologia, e le scienze politiche sono state reintegrate nell’accademia cinese, negli anni ’80, la discussione sulle cause delle tensioni etniche ha prodotto in Cina diversi filoni di spiegazioni.8)Tang Ming, Minzu maodun yuanyin tixi de lilun jiangou: wo guo xueshujie guanyu minzu maodun huo minzu wenti yuanyin de ji zhong zhuyao lilun guandian (Il sistema alla base dei conflitti etnici: principali prospettive teoriche nei circoli accademici cinesi), in “Guangxi minzu yanjiu”, 1, 2002, pp. 6-9. A partire dai primi anni 2000, in particolare, gli studiosi si sono concentrati sempre di più sull’analisi di come le politiche governative forgino le identità e le appartenenze etniche/nazionali.9)Yu Pengjie, Zuqun rentong de xiandai hanyi: yi Hunan Chengbu Miaozu wei li (Il significato moderno dell’identità etnica: l’esempio del popolo Chengbu dei Miao nello Hunan), in “Guangxi Minzu Daxue Xuebao”, 4, 2005, pp. 87-90. Nel contempo, una questione che ha occupato per decenni gli studiosi cinesi di questi temi, centrale nelle riflessioni del mio saggio, è se il termine cinese minzu 民族 dovesse essere inteso come “nazione/nazionalità”, come “gruppo etnico/etnia”, o come ancora qualcos’altro. Nella terminologia ufficiale della Rpc, infatti, minzu può significare sia nazione, sia gruppo etnico o minoranza. Per evitare confusione e la possibilità che il termine possa essere utilizzato per giustificare l’autodeterminazione nazionale delle minoranze, perciò, alcuni hanno sostenuto che minzu dovrebbe essere inteso nel senso esclusivo di “gruppo etnico”, mentre altri hanno preferito usare, per indicare lo stesso significato, il termine più specifico zuqun 族群.10)Wang Dongming, Guanyu “minzu” yu “zuqun” gainian zhi zheng de zongshu (Una sintesi sulla disputa sui concetti di “minzu” e “zuqun”), “Guangxi Minzu Daxue Xuebao”, 2, 2005, pp. 89-97. Il professore dell’Università di Pechino Ma Rong, per esempio, ha optato per la seconda soluzione. Secondo i suoi ragionamenti, mentre un gruppo designato come zuqun (nel senso di “gruppo etnico”) può coesistere in modo pacifico con altri gruppi dotati dello stesso status all’interno di un’unica comunità politica, un gruppo definito come minzu (nel senso di “nazione”) ambisce naturalmente a uno stato indipendente che rappresenti i propri interessi. Inoltre, secondo Ma Rong, i modi in cui un dato gruppo si autopercepisce possono essere plasmati in modo significativo dalle politiche del governo, le quali possono distintamente enfatizzare, nella costruzione dell’identità etnica, o la connotazione culturale, da lui definita “culturalizzazione” (wenhuahua 文化化), o la connotazione politica, da lui definita “politicizzazione” (zhengzhihua 政治化). Associando il primo approccio agli Stati Uniti e alla Cina antica, e il secondo all’ex-Unione Sovietica e alla Cina post-1949, Ma Rong ha affermato che la Cina avrebbe dovuto smettere di politicizzare l’identità etnica, per iniziare invece a “culturalizzarla” o a “depoliticizzarla” (quzhengzhihua 去政治化), rimuovendo cioè la connotazione di nazionalità dalla sua definizione in modo da evitare alla Cina un destino simile a quello dell’ex vicino comunista.11)Ma Rong, Lijie minzu guanxi de xin silu: shaoshu zuqun wenti de “quzhengzhihua” (Un nuovo approccio per comprendere le relazioni etniche: la ‘depoliticizzazione delle questioni delle minoranze’), in “Beijing Daxue Xuebao”,  6, 2004, pp. 122-33.

In termini più concreti, la proposta di Ma Rong implicava la graduale riduzione o rimozione di tutte quelle politiche e istituzioni finalizzate a preservare le minoranze etniche come entità sociali separate – come nel caso delle misure preferenziali legate all’autonomia regionale su base etnica – con l’intento di eliminare qualsiasi trattamento preferenziale per le minoranze. Mentre tale visione non sembrava problematica dal punto di vista del liberalismo classico,12)B. Sautman, Scaling Back Minority Rights: The Debate about China’s Ethnic Policies, in “Stanford Journal of International Law”, a. XLVI, n.1, 2010, p. 76. con il quale Ma Rong era in sintonia nella sua critica dei diritti collettivi, essa appariva, nel contesto cinese in cui era stata formulata, un’idea decisamente controversa. La Rpc, infatti, eredita in buona parte le caratteristiche territoriali della dinastia Qing (1644–1911), la quale, a sua volta di origine straniera, aveva un tempo governato su popoli diversi – come ad esempio mongoli, tibetani e uiguri – che non si consideravano – e in parte non si considerano tuttora – come “cinesi”. La depoliticizzazione dell’identità etnica di queste popolazioni, perciò, sembrava ignorare la loro storia all’interno dello stato multinazionale cinese presentandosi come un attacco, di conseguenza, alle loro identità storicamente separata. Inoltre, la proposta di Ma apriva le porte a un’interpretazione molto più “statista” della governance multietnica, in virtù della quale le minoranze etniche avrebbero dovuto rinunciare a partecipare alla vita politica a partire dalle loro distinte categorie etniche, accontentandosi di ricevere un trattamento non-politico delle loro identità peculiari.

Le proposte di Ma Rong, pertanto, sono state accolte dalla comunità accademica cinese con reazioni prevalentemente negative. Chen Yuping dell’Università del Sud-Ovest delle Minoranze, per esempio, ha affermato come per le politiche governative, in quanto forme di comportamento politico attuate dal potere statale con finalità redistributive, sia impossibile non “politicizzare” l’etnicità.13)Chen Yuping, Minzu wenti nengfou “quzhengzhihua” lunzheng zhi wo jian (Le mie visioni sul dibattito sulla “depoliticizzazione” delle questioni etniche), in “Xinan Minzu Daxue Xuebao, 7, 2008, pp. 1-7. Se un approccio depoliticizzante potrebbe essere adatto a paesi costituiti principalmente da migranti come gli Stati Uniti, in Cina, data la posizione di vantaggio politico e socioeconomico dei cinesi Han rispetto alle altre etnie, senza un intervento governativo attivo l’uguaglianza e la solidarietà interetnica semplicemente non possono essere garantite.14)Ivi, p. 5. In modo simile, Chen Jianyue dell’Istituto di Etnologia e Antropologia della CASS (Accademia Cinese delle Scienze Sociali) ha criticato Ma Rong per avere equiparato l’identificazione etnica alla nozione di “uno stato, una nazione” spesso invocata dai movimenti nazionalisti.15)Chen Jianyue, Duominzu guojia hexie shehui de goujian yu minzu wenti de jiejue: Ping minzu wenti de “quzhengzhihua” yu “wenhuahua” (La costruzione della società armoniosa in un Paese multietnico e la soluzione delle soluzioni etniche: La “politicizzazione” e la “culturalizzazione”), in “Shijie Minzu”, 5, 2005, pp. 1-13. Citando le ricerche sul federalismo nell’Unione Sovietica e sul popolo Ainu in Giappone, questi ha anche contestato gli esempi di Ma sugli svantaggi di un approccio “politicizzante” e sui vantaggi di un approccio “depoliticizzante” o “culturalizzante”, arrivando addirittura a criticare il lavoro di Ma Rong, nella sua conclusione, come “una perdita di coscienza accademica”, rimproverando allo studioso di avere “usato la ricerca per influenzare la politica”.16)Ivi, p. 13. Molti altri studiosi, tra cui il collega di Chen Jianyue alla CASS Wang Xi’en,17)Wang Xi’en, Ye tan zai woguo minzu wentishang de “fansi” he “shishiqiushi”: yu Ma Rong jiaoshou de jidian shanghe (Sulla “riflessione” e sulla “ricerca della verità dai fatti” riguardo alle questioni etniche nazionali: discussioni assieme al prof. Ma Rong), in “Xinan Minzu Daxue Xuebao”, 1, 2009, pp. 1-17. il professore dell’Università Centrale delle Minoranze Pan Jiao,18)Pan Jiao, “Zuqun” yu “minzu” gainian de hubu haishi dianfu (La complementarità o sovversione dei concetti di “zuqun” e “minzu”), in “Yunnan Minzu Daxue Xuebao”, 1, 2009, pp. 22-28. e il professore dell’Università del Guangxi per le Minoranze Li Fuqiang,19)Li Fuqiang, Dui Zhongguo minzu zhengce “fansi” de fansi (Una riflessione sulla “riflessione” sulla politica etnica della Cina), in “Guihai Luncong”, 6, 2009, pp. 37-40. hanno espresso nei loro articoli delle critiche simili.

Un piccolo numero di ricercatori ha invece sostenuto direttamente o indirettamente le tesi di Ma Rong. Fra questi, quello che ha espresso un sostegno più elaborato, almeno fino al 2010, è stato Zhou Ping, professore all’Università dello Yunnan, che ha contestato la politica etnica esistente per il suo “orientamento valoriale” (jiazhi quxiang 价值取向) ritenuto scorretto. Pur riconoscendo la necessità storica e i benefici portati dalla politica etnica esistente durante i primi anni del regime, quando questa aveva consentito di unire le minoranze nella mobilitazione per la rivoluzione comunista e, in seguito, di integrarle nel nuovo stato socialista promuovendo l’uguaglianza interetnica e facilitando lo sviluppo socioeconomico,20)Zhou Ping, Zhongguo minzu zhengce jiazhi quxiang fenxi (Analisi dell’orientamento valoriale della politica etnica della Cina), in “Dangdai Shijie yu Shehuizhuyi”, 2, 2010, pp. 132-41. Zhou Ping ha nonostante tutto affermato che, nelle circostanze attuali, questa politica manifestava dei risvolti negativi data la sua istituzionalizzazione delle differenze etniche, responsabile a suo avviso di esacerbare le tensioni fra le etnie minoritarie e di indebolire l’integrazione nazionale. Per affrontare questi problemi, ha concluso Zhou, le autorità dovevano riorientare la politica verso il cosiddetto “statismo” (guojia zhuyi 国家主义), che consisteva nel “sottolineare gli interessi generali dello stato, mettere sempre l’interesse dello stato al primo posto, trattare sempre gli interessi dello stato come punto di partenza e obiettivo delle politiche, e nell’occuparsi delle relazioni e delle eventuali questioni etniche dal punto di vista del miglioramento della governance dello stato”.21)Ivi, p. 140. In pratica, ciò significava dare la priorità all’identificazione nazionale, promuovere l’assimilazione etnica, sostituire nella definizione delle politiche gli approcci incentrati sui gruppi etnici con quelli incentrati sulla geografia, mettendo in guardia contro la crescente identificazione etnica delle specifiche entità minoritarie.22)Ivi, p. 141. Pur non citando Ma Rong nemmeno una volta, di fatto Zhou Ping ha sostenuto le sue stesse argomentazioni.

  1. Il dibattito sulla “politica etnica di seconda generazione”

Hu Angang è un professore di economia e direttore del Centro Studi Cinesi presso la Tsinghua University, nonché un noto intellettuale pubblico spesso ritenuto un membro della “Nuova Sinistra” cinese (xin zuopai 新左派). Nel 2011, lui e un suo collega, Hu Lianhe, hanno scritto un articolo intitolato “La politica etnica di seconda generazione: promuovere la fusione etnica e la co-prosperità integrata” (in seguito denominata “politica 2G”), la cui pubblicazione sulla Rivista dell’Università Normale dello Xinjiang ha innescato un nuovo scambio di opinioni molto acceso sulla direzione da dare alla politica etnica del Paese, trasformando il dibattito accademico in una discussione politica.

Affermando che la leadership avrebbe segnalato la propria intenzione di riformare la politica etnica nazionale attraverso l’uso dell’espressione “interazione, scambio e integrazione tra gruppi etnici” (minzu jiaowang jiaoliu jiaorong 民族交往交流交融), apparsa per la prima volta nel discorso di Hu Jintao alla Prima Conferenza Centrale di Lavoro sullo Xinjiang tenutasi nel 2010, i due Hu hanno affermato che: “dobbiamo […] stare al passo con i tempi e promuovere ‘l’interazione, lo scambio e l’integrazione tra gruppi etnici’, per garantire il continuo rafforzamento e lo sviluppo rigoglioso dell’integrazione della nazione cinese”.23)Hu An’gang e Hu Lianhe Hu, Di’erdai minzu zhengce: cujin minzu jiaorong yiti he fanrong yiti (La politica etnica di seconda generazione: promuovere la fusione etnica e la co-prosperità integrata), in “Xinjiang Shifan Daxue Xuebao”, 5, 2011, pp. 1-12. Riecheggiando Ma Rong, i due Hu hanno sostenuto gli approcci esistenti alla governance multiculturale erano sostanzialmente due: il modello del “Melting Pot” (da ronglu moshi 大熔炉模式), esemplificato dagli Stati Uniti e caratterizzato dall’enfasi sull’identificazione con lo stato nazionale (guozu rentong 国族认同), e il modello del “Piatto Misto” (da pingpan moshi 大评判模式) rappresentato dall’ex Unione Sovietica e dalla Jugoslavia e caratterizzato da un’enfasi sulla distinzione etnica e sul pluralismo territoriale (diyu duoyuan zhuyi 地域多元主义).24)Ivi, pp. 3-6. La Cina, secondo loro, si trovava ad affrontare una sfida seria riguardo al problema dell’integrazione nazionale a causa del tempo relativamente breve di costruzione del suo stato-nazione e dell’attuazione di quella a cui hanno dato il nome di  “politica etnica di prima generazione” improntata al modello sovietico, caratterizzata dalla sua priorità verso l’identificazione etnica rispetto all’identificazione nazionale.25)Ivi, p. 6. Essendo proprio questa impronta a rendere imperfetta la politica, il governo avrebbe dovuto riorientarsi verso una politica etnica di “seconda generazione”, volta a dare priorità all’identità nazionale, ad aumentare ulteriormente la cooperazione economica tra le aree Han e quelle minoritarie, a imporre il mandarino standard come lingua nazionale, e a promuovere schemi residenziali di mescolanza etnica così come i matrimoni misti.26)Ivi, pp. 6-12.

Se togliamo alcune differenze terminologiche, l’articolo dei due Hu mostra una sorprendente somiglianza con quello di Ma Rong. Ciò che distingue davvero i due articoli è che i due Hu hanno elaborato un elenco dettagliato di raccomandazioni politiche quale non si era mai visto prima. È stato per questo, probabilmente, che il dibattito accademico, anche in vista dell’allora imminente cambio di leadership politica, ha virato sempre di più verso una direzione manifestamente politica. Lo studioso dell’Istituto dello Heilongjiang per le Nazionalità Du Yonghao, per esempio, è intervenuto scrivendo che tanto le proposte della politica 2G quanto quelle sulla depoliticizzazione traboccavano di visioni sciovinistiche ormai da tempo screditate, distorcendo i passati conseguimenti della governance multietnica e confondendo i mezzi con i fini; di conseguenza, esse non avrebbero fatto altro che rafforzare un senso di insicurezza tra le minoranze etniche minacciando ulteriormente la stabilità del paese.27)Du Yonghao e Youxian Zuo, Shenmeyang de minzu zhengce keyi baozheng guojia changzhijiu’an (Quale politica etnica può assicurare la stabilità di lungo periodo del Paese?), in “Heilongjiang Minzu Congkan”, 4, 2012, pp. 11-26. Il professore dell’Università del Nord-Ovest delle Minoranze Jia Donghai e il suo studente Chen Xiaojia, invece, hanno criticato entrambe le proposte per avere sorvolato sulle politiche di assimilazione forzata storicamente attuate da paesi come gli Stati Uniti, il Brasile e l’India – e sul razzismo endemico che esse hanno seminato – che per i due  Hu, invece, andrebbero considerate come esempi di integrazione nazionale di successo. Per giunta, hanno sostenuto che quelle proposte andavano contro la Costituzione, violando nello specifico il principio dell’autonomia regionale su base etnica.28)Jia Donghai e Chen Xiaojia, Zunzhong guoqing he lishi, jianchi shishiqiushi yuanze: Pingxi “di’erdai minzu zhengce” lundian (Rispettare le condizioni e la storia nazionale, continuare a cercare la verità dai fatti: Un giudizio sulle tesi della politica etnica di seconda generazione), in “Xibei Minzu Daxue Xuebao”, 4, 2012, pp. 20-26. Si trattava, perciò, di proposte che avrebbero dovuto essere esaminate attentamente sia dalla comunità accademica che dalle autorità governative.29)Ivi, p. 20. Similmente, il professore dell’Università Centrale delle Minoranze Jin Binggao ha dichiarato che le tesi della depoliticizzazione e della politica etnica 2G non solo violavano le politiche nazionali esistenti, ma pure ignoravano la condizione nazionale di base della Cina come paese multietnico.30)Jin Binggao e Xiao Rui, Jianchi Zhongguo tese shehuizhuyi minzu lilun zhengce: Pingxi “di’erdai minzu zhengce” shuo (Aderiamo alla teoria e alla politica etnica del Socialismo con caratteristiche cinese: Un giudizio sui discorsi della politica etnica di seconda generazione), in “Xibei Minzu Daxue Xuebao”, 4, 2012, pp. 12-19. Pertanto, ritenevano che la confusione “teorica e intellettuale” provocata dalle due tesi andasse chiarita.31)Ivi, p. 18.

La critica più elaborata delle proposte di Ma Rong e dei due Hu, però, è venuta da Hao Shiyuan, direttore dell’Istituto di Etnologia e Antropologia della CASS, che nel 2012 ha firmato quattro lunghi articoli in cui rielaborava molte delle obiezioni già sollevate. In ognuno di questi, lo studioso si concentra su un aspetto specifico delle argomentazioni avanzate, chiedendosi se le minoranze etniche in Cina avessero effettivamente goduto di miglioramenti socioeconomici a spese del resto del paese, se il governo dovesse difendersi da eventuali attività terroristiche e separatiste portate avanti dalle minoranze etniche,32)Hao Shiyuan, Ping “di’erdai minzu zhengce” zhuo de lilun yu Shijian wuqu (Sugli errori teorici e pratici delle tesi sulla “politica etnica di seconda generazione”), in “Xinjiang Shehui Kexue”, 2, 2012, pp. 44-62. se le relazioni e la politica etnica degli Stati Uniti potessero “offrire lezioni significative per la Cina”,33)Hao Shiyuan, Meiguo shi Zhongguo jiejue minzu wenti de biaobang ma? Ping “Di’erdai minzu zhengce” de “guoji jingyan jiaoxun” shuo (Gli Stati Uniti come modello per risolvere le questioni etniche cinesi? Sulle visioni della “politica etnica di seconda generazione e gli “insegnamenti dell’esperienza internazionale”), “Shijie Minzu”, 2, 2012, pp. 1-15. e se l’esperienza del Brasile potesse essere considerata una “storia di successo” di quel Paese.34)Hao Shiyuan, Baxi neng wei Zhongguo minzu shiwu tigong shenme “jingyan”? Zai ping “di’erdai minzu zhengce” de “guoji jingyan jiaoxun” shuo (Che lezione può dare il Brasile agli affari etnici cinesi? Di nuovo sulle visioni dell’utilità dell’esperienza internazionale per la “politica etnica di seconda generazione”), in “Xibei Minzu Daxue Xuebao, 4, 2012, pp. 1-11. Sulla base di queste analisi, Hao ha sostenuto che le tesi della politica 2G e sulla depoliticizzazione non solo costituivano una “grave mancanza nella condotta accademica”, ma erano pure “deliberatamente fuorvianti a livello politico”, nella misura in cui la politica 2G sarebbe stata in ultimo controproducente per la stabilità politica e l’armonia sociale.35)Hao Shiyuan, Yindu goujian guojia minzu de “jingyan” bu zhide Zhongguo xuexi. Xu ping “di’erdai minzu zhengce” de “guoji jingyan jiaoxun” shuo (L’esperienza dell’India nella costruzione dello stato-nazione non serve alla Cina. Ancora sulle visioni dell’utilità dell’esperienza internazionale per la “politica etnica di seconda generazione”), in “Zhongnan Minzu Daxue Xuebao, 6, 2012, pp. 1-12.

Ciò che è interessante notare, è che la maggior parte delle reazioni critiche alla politica 2G aveva colpito non solo i due Hu, ma anche Ma Rong. L’evidente convergenza tra le due proposte è stata evidenziata per esempio da Xie Shengjun, professore dell’Università di Pechino e collega di Ma, che in una recensione del 2012 critica la politica 2G sulla base di cinque vizi: 1) confusione teorica e concettuale; 2) ignoranza delle leggi fondamentali della governance multietnica cinese; 3) ignoranza della condizione nazionale della Cina e del principio di “cercare la verità dai fatti”; 4) ignoranza dei valori e degli ideali alla base della politica etnica della Cina; e 5) il suo essere “distruttiva senza essere costruttiva”.36)Xie Shengjun, “Di’erdai minzu zhengce” shuo yinqi de xueshu zhenglun ji shehui yingxiang (Dibattito accademico e impatto sociale dei discorsi sulla “politica etnica di seconda generazione”, in “Minzu Luntan”, 24, 2012, pp. 45–49. Elaborando questi punti, Xie sostiene che le tesi della politica 2G avrebbero provocato il panico tra le minoranze e confusione nell’opinione pubblica, con la possibilità di aprire un “vaso di Pandora” se le sue proposte fossero state adottate.37)Ivi, p. 49. Degno di nota, infine, è il fatto che, oltre a includere nelle sue critiche alcuni studiosi insieme a Hu Angang e Ma Rong, Xie Shengjun menziona fra i sostenitori delle tesi di questi ultimi anche un alto funzionario del partito, Zhu Weiqun, in quel momento vicedirettore del Dipartimento di Lavoro del Fronte Unito. Nominare un funzionario in carica nel contesto di un dibattito pubblico, infatti, nella Cina contemporanea è un evento molto raro, ancor più nel caso in cui a essere criticate siano delle posizioni politiche. È stato a questo punto, evidentemente, che il dibattito ha assunto una chiara natura politica.

Ulteriori prove della politicizzazione del dibattito sono arrivate circa sei mesi dopo la pubblicazione dell’articolo dei due Hu, quando nell’aprile del 2012, a Pechino, si è svolta la “Tavola rotonda sugli argomenti caldi nella ricerca teorica sulle nazionalità” a cui hanno partecipato non solo studiosi universitari e redattori di importanti riviste di etnologia, ma anche rappresentanti degli apparati del partito e dello stato tra cui la Commissione di Stato per gli Affari Etnici, il Dipartimento di Lavoro del Fronte Unito e la Scuola Centrale del Partito. All’incontro, tutti i partecipanti hanno concordato che le tesi della politica 2G costituivano una “fantasia politica” e delle idee false, e che la politica etnica della Cina aveva avuto successo, era corretta e doveva essere sostenuta.38)Pei Shengyu, Chen Yongliang e Ming Gong, Pingxi “di’erdai minzu zhengce” shuo: minzu lilun yanjiu redian wenti xueshu yantaohui zongshu (Un giudizio sulle visioni della “politica etnica di seconda generazione”: sommario del simposio sui temi chiave della ricerca sulla teoria etnica), in “Xibei Minzu Daxue Xuebao”, 4, 2012, pp. 33-37.

A dispetto di quest’accoglienza prevalentemente negativa, alcuni studiosi hanno comunque espresso il loro sostegno. Ad esempio, Xu Xianlong dell’Università del Centro-Sud delle Minoranze e Yuan Nianxing dell’Università di Pechino hanno concordato con l’analisi dei due Hu sostenendo che in effetti, nella Cina di oggi, un numero crescente di questioni relative alle minoranze etniche vengono “politicizzate”, mentre numerose questioni sociali risultano “etnicizzate”; il governo, per questo motivo, dovrebbe guidare l’identità etnica delle persone per rafforzare “l’ordine simbolico” di una Cina unificata.39)Xu Xianlong e Nianxing Yuan, Zhonghua minzu de duoyuan yiti yu ge minzu de gongshenghubu: Jianlun “di’erdai minzu zhengce” (La relazione di complementarità delle diverse etnie nell’unità molteplice della nazione cinese: una discussione sulla “politica etnica di seconda generazione”), in “Zhongnan Minzu Daxue Xuebao”, 5, 2012, pp. 13-19. Pur riconoscendo che i due Hu potrebbero aver avanzato delle “raccomandazioni politiche inappropriate”, Xu e Yuan hanno comunque dato loro atto di avere favorito un profondo ripensamento delle politiche attuali.40)Ivi, pp. 18-19. Allo stesso modo, mentre due studiosi come Peng Yingming41)Peng Yingming, Dangqian woguo minzu zhengce de jianchi yu tiaoshi chutan: jianping minzu wenti “quzhengzhihua” (La continuazione e l’adattamento della politica etnica nazionale esistente: una discussione sulla “depoliticizzazione” delle questioni etniche”), in “Zhongnan Minzu Daxue Xuebao, 4, 2012, pp. 21-25. e Xu Changjian42)Xu Changjiang, Zhongguo minzu zhengce de lixing sikao yu xianshi xuanze (Riflessioni razionali e scelte realistiche nella politica etnica della Cina), in “Zhongyang Minzu Daxue”, 2, 2013, pp. 11-17. hanno scelto di non sostenere né Ma né il programma politico specifico dei due Hu, entrambi hanno approvato la diagnosi dei due Hu secondo cui le identità delle minoranze etniche dovrebbero essere opportunamente guidate dal governo per evitare che esse assumano una deriva particolaristica lesiva della stabilità sociale. Peng Yingming, nello specifico, ha suggerito che “l’unità e la centralizzazione” dovrebbe avere nelle circostanze attuali la priorità rispetto all’autonomia etnica, considerando in particolare le sfide del “separatismo etnico”, del “terrorismo” e degli emergenti “nazionalismi locali”, così da “meglio salvaguardare l’unità nazionale e la solidarietà etnica”. Fra le idee da questi sostenute, c’è anche quella di “costruire una nazione-stato” (guozu 国族) – già avanzata da Ma Rong e dai due Hu – come mezzo per rafforzare l‘identificazione nazionale delle minoranze etniche.43)Peng Yingmin, cit., pp. 22-23. Xu Changjian, a sua volta, ha contestato l’idea che i problemi nelle relazioni etniche possano essere risolti semplicemente cambiando la terminologia da minzu a zuqun. Considerando la soppressione dell’identità etnica e l’assimilazione forzata come la vera causa della fallimentare politica multietnica dell’Unione Sovietica, Xu ha invece affermato che sarebbe controproducente imporre la de-etnicizzazione e l’identificazione nazionale attraverso delle misure politiche. Nello stesso tempo, egli ha espresso però la convinzione che sia importante “guidare correttamente la coscienza etnica” al fine di conseguire un’assimilazione volontaria.44)Xu Changjiang, cit., pp. 14-17.

  1. Una famiglia divisa sulla politica etnica

Nel periodo immediatamente successivo all’ascesa di Xi Jinping, il dibattito non si è comunque fermato. Nel 2013 tre studiosi, Hao Shiyuan della CASS, Zhang Haiyang dell’Università Cinese delle Minoranze e Ma Rong dell’Università di Pechino, hanno partecipato a una tavola rotonda dal titolo “Costruire nuovi tipi di relazioni etniche in Cina” in cui hanno scambiato le loro opinioni su una serie di argomenti sensibili con una franchezza priva di precedenti.45)Hao Shiyuan, Zhang Haiyang e Ma Rong, Goujian xinxing minzu guanxi : Hao Shiyuan, Zhang Haiyang, Ma Rong fangtan (Costruire un nuovo modello di relazioni etniche: interviste a Hao Shiyuan, Zhang Haiyang e Ma Rong), in “Xibei Minzu Yanjiu”, 1, 2014, pp. 65-82.

In quell’occasione, Hao Shiyuan ha negato che le tensioni nello Xinjiang e nel Tibet rappresentassero un qualcosa di eccezionale, dato che, “in realtà, guardando all’intero Paese, gli ‘incidenti di massa’ (quntixing shijian 群体性事件) non solo sono abbastanza comuni, ma al contrario si concentrano ancor di più nelle regioni orientali e centrali”.46)Ivi, p. 65. Parimenti, negando che le tensioni etniche nello Xinjiang e nel Tibet abbiano qualcosa a che fare con il separatismo, lo stesso Hao ha piuttosto individuato come loro causa fenomeni come la povertà, la disoccupazione e la mancanza di sviluppo. Inoltre, pur riconoscendo l’esistenza di individui e organizzazioni con base all’estero aventi l’obiettivo di minare le relazioni etniche della Cina, egli ha ritenuto tuttavia che la loro influenza sia insignificante. Il vero problema della politica etnica cinese, per Hao Shiyuan, consiste nella sua attuazione inadeguata. In particolare, osservando che l’approvazione delle normative sull’autonomia per le cinque regioni autonome della Rpc (Tibet, Guangxi, Xinjiang, Inner Mongolia, e Ningxia) ha incontrato grandi difficoltà a causa degli stratificati interessi politici coinvolti, egli ha sostenuto che il governo cinese dovrebbe emanare delle normative ad hoc per tutte le località autonome abitate dalle minoranze, fornendo quindi una garanzia legale per un’autonomia regionale davvero funzionante.

Zhang Haiyang, un professore dell’Università Cinese delle Minoranze esplicitamente critico di Ma Rong e dei due Hu, ha a sua volta condiviso con Hao Shiyuan la fiducia nella politica etnica esistente e la critica per cui sarebbe da ravvisarsi nell’attuazione impropria di quest’ultima la causa principale delle attuali tensioni etniche. Zhang, sottolineando che le relazioni etniche in Cina non dovrebbero essere intese come “relazioni d’interesse” (liyi guanxi 利益关系), ritiene che lo scopo della politica etnica, in Cina, dovrebbe essere quello di realizzare il riconoscimento, l’equità e la giustizia nella distribuzione dei diritti. Solo da una tale prospettiva il governo cinese può riconoscere il vero scopo della politica etnica e sostenere la sua legittimità di fronte alle popolazioni minoritarie. Per Zhang Haiyang la politica etnica della Rpc, anche se disegnata con le migliori intenzioni, non è mai stata messa in pratica in modo completo e corretto. Anche le amministrazioni di Jiang Zemin (1989-2002) e Hu Jintao (2002-2012), secondo lui, sono da criticare per non avere prestato sufficiente attenzione alle questioni etniche nelle politiche governative e nei programmi di sviluppo esistenti, come il programma del “Grande sviluppo occidentale” (xibu dakaifa 西部大开发), i programmi di assistenza nel Tibet e lo sfruttamento energetico nella Mongolia Interna. Anche il programma di educazione alla solidarietà etnica (minzu tuanjie jiaoyu 民族团结教育), colpevole a suo avviso di essere rivolto esclusivamente alle minoranze, sarebbe stato piuttosto irrilevante, mentre per Zhang sarebbero gli Han a dover ricevere una migliore istruzione sulla solidarietà etnica. Prendendo ad esempio la dinastia mancese dei Qing, Zhang ha lasciato intendere di essere a favore di una versione più forte del multiculturalismo caratterizzata da una maggiore autonomia per le minoranze nel decidere il loro destino all’interno dello stato cinese contemporaneo.

Ma Rong, invece, in qualità di maggiore e più sofisticato sostenitore della riforma della politica etnica, in occasione della suddetta tavola rotonda ha affermato che la politica etnica del periodo post-maoista (dal 1978 in poi) era mal diretta e minava la legittimità del regime. Prendendo come esempio le politiche sul Tibet al termine della Rivoluzione culturale, egli ha affermato che il cambiamento di politica avvenuto in quel periodo ha finito per alienare i tibetani fedeli al regime. Senza citare alcuna ricerca, Ma Rong ha inoltre affermato che la principale sorgente di conflitto durante la Rivoluzione culturale non era quella fra etnie, me tra diverse fazioni politiche. A suo dire, sarebbe stato l’approccio accomodante della politica etnica post-maoista a causare le crescenti tensioni etniche incoraggiando le persone a leggere le questioni sociali attraverso la lente dell’etnicità. Inoltre, pur riconoscendo che gli “incidenti di massa” (ovvero, nella retorica del partito, proteste, manifestazioni, o rivolte), in Cina, esistano ovunque, egli ha insistito sul fatto che solo nelle aree minoritarie come lo Xinjiang e il Tibet essi assumano la valenza di “questioni etniche”. Pertanto, l’unica via d’uscita sarebbe quella di de-enfatizzare l’identità etnica, per rafforzare invece l’identificazione nazionale delle minoranze. In ultima analisi, per Ma Rong la soluzione non può essere trovata nell’emancipazione politica delle minoranze etniche, dato che ciò a suo avviso porterebbe solo a maggiori conflitti fra diverse etnie e con il governo. In sintesi, le vedute dei tre studiosi esprimono in linea di massima lo spettro delle opinioni sul tema della politica etnica all’inizio del primo mandato di Xi Jinping. In altre parole, la comunità accademica che si interessava delle politiche etniche nazionali, ancora nel 2013, era in profondo disaccordo.47)Hao Shiyuan, Minzu quyu zizhi: Zhongyang minzu gongzuo huiyi jiangle shenme? (Autonomia regionale etnica: cosa ha detto la Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità?), in “Zhongyang Minzu Daxue Xuebao, 2, 2015, pp. 5-13.

  1. L’interpretazione del messaggio del Centro

La situazione, tuttavia, ha cominciato a mutare verso la fine del 2014. Come già accennato, alla Seconda Conferenza Centrale di Affari sullo Xinjiang (28-29/05/2014) e alla Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità (28-29/09/2014), la leadership ha per la prima volta parlato apertamente della necessità di rafforzare l’identificazione nazionale della popolazione diversificata della Cina attraverso la promozione della cosiddetta “fusione etnica”. Ciò naturalmente ha comportato tutta una serie di reazioni da parte di coloro che avevano in precedenza partecipato al dibattito.

Fra queste, la prima è stata quella di Hao Shiyuan, il quale, per sostenere la propria posizione sull’autonomia regionale per le minoranze, ha utilizzato una citazione di Xi nel tentativo di dimostrare che la leadership era dalla sua parte:

“… [Xi Jinping] ha detto a chiare lettere: ‘alcune persone hanno affermato che non dovremmo più mantenere il sistema di autonomia regionale su base etnica e che le regioni autonome potrebbero essere amministrate nello stesso modo delle altre province e municipalità. Questa visione è sbagliata e politicamente dannosa. Lo dirò di nuovo in modo chiaro: l’idea che il sistema di autonomia regionale su base etnica debba essere abolito va fermata’”.48)Ivi, p. 8.

Hao è stato comunque molto cauto a non presentarsi come un promotore del federalismo etnico. Dopo avere osservato che la leadership non aveva l’intenzione di abolire il suddetto sistema dell’autonomia regionale, ha fatto di tutto per aggiornare la sua posizione. Un attento confronto della sua nuova visione sull’autonomia regionale con quella espressa nei suoi saggi precedenti mette in luce quello che di fatto è un allineamento con la leadership del Partito-Stato, nonostante i toni apparentemente vittoriosi della prima parte del suo articolo. Ad esempio, nel nuovo scenario Hao assegna esplicitamente una maggiore importanza all’unità nazionale rispetto all’autonomia regionale delle minoranze, attingendo a quelle che probabilmente sono delle citazioni ufficiali tratta dalla Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità:

“L’autonomia regionale su base etnica non è il tipo di autonomia di cui gode esclusivamente un particolare gruppo etnico; una regione autonoma non è una regione di cui dispone in modo esclusivo un particolare gruppo etnico. Questo punto deve essere compreso chiaramente, altrimenti prenderemo la strada sbagliata”.49)Ivi, p. 9.

O ancora, Hao Shiyuan ha fatto eco a Xi Jinping nel suggerire che l’autonomia regionale non deve prendere in considerazione solo il “fattore etnico”, ma anche il “fattore regionale”,50)Ivi, p. 10. ovverosia un punto sollevato da Xi Jinping alla seconda conferenza plausibilmente ispirato dai sostenitori della riforma della politica etnica come Ma Rong e i due Hu.

Quanto alla reazione di Ma Rong, questa è invece apparsa un mese dopo la seconda conferenza, con il titolo “La bandiera sempre alta, i piedi ben piantati, praticare la riforma adattando le idee: una lettura della Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità”. In quell’occasione, per prima cosa, l’autore ha manifestato il suo accordo con la leadership rispetto alla volontà di non apportare cambiamenti radicali al linguaggio ufficiale della politica etnica.51)Ma Rong, Qizhi bubian, wenzhu zhenjiao, tiaozheng silu, wushi gaige: dui Zhongyang minzu gongzuo huiyi de jiedu (La bandiera sempre alta, i piedi ben piantati, praticare la riforma adattando le idee: una lettura della Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità), in “Qinghai Minzu Yanjiu”, 2, 2015, pp. 82-90. Inventariando le proprie opinioni così come quelle di altri fautori della riforma, e con queste le critiche dei loro oppositori, ha quindi affermato che la divergenza e l’antagonismo delle posizioni espresse avevano “portato a un certo grado di confusione ideologica e di disaccordo fra gli studiosi e gli addetti ai lavori di politica etnica del nostro Paese”.52)Ivi, p. 83. Dopodiché, Ma Rong ha cominciato a elencare i “nuovi elementi” della politica etnica introdotti nelle conferenze di cui sopra. Il suo scopo, evidentemente, era dare enfasi al fatto che le due conferenze fossero incentrate soprattutto sui “cambiamenti”. Pur ammettendo che l’autonomia regionale su base etnica non doveva essere abolita, egli ha comunque sottolineato in modo molto minuzioso come l’attuale politica etnica dovesse essere “migliorata” seguendo le linee da lui già tracciate in precedenza, per esempio considerando sia il “fattore etnico” che il “fattore regionale” nella progettazione di azioni positive, promuovendo “l’interazione, lo scambio e l’integrazione tra gruppi etnici”, e arginando i “nazionalismi locali” nelle aree abitate dalle minoranze.

  1. Freccia a sinistra, svolta a destra

Le divergenti reazioni di Hao Shiyuan e di Ma Rong catturano in modo emblematico l’essenza del discorso accademico sulla politica etnica nel periodo immediatamente successivo al 2014. Da un lato, le due conferenze del 2014 hanno chiarito che la nuova leadership non aveva alcuna intenzione di riprogrammare ex novo le proprie politiche. Dall’altro, hanno chiaramente illustrato che essa era intenzionata ad adattare le politiche sulla base delle nuove circostanze, contraddicendo in parte i principi fino a quel momento professati. Questo messaggio all’apparenza ambivalente ha di fatto aperto la porta a una molteplicità di cambiamenti di indirizzo politico nel solco di quelli già invocati dai sostenitori della riforma, consentendo alla politica di orientarsi verso una direzione assimilazionista senza parlare né di “depoliticizzazione” né di “seconda generazione”. Sebbene l’idea di abolire l’autonomia regionale su base etnica sia stata esplicitamente rigettata, è evidente che la vecchia impostazione doveva essere mantenuta solo a livello retorico. Le riforme di altro ambito, come l’universalizzazione dell’istruzione in mandarino e l’applicazione di un controllo più rigoroso sulle pratiche religiose, avevano invece l’approvazione ad andare avanti, come infatti è in seguito avvenuto. In effetti, questi sviluppi successivi erano stati predetti dalle posizioni schematizzate più sopra: mentre Hao Shiyun, a dispetto della sua piccola vittoria in merito al rifiuto della leadership di abolire l’autonomia regionale su base etnica, aveva ceduto su diversi punti sostenuti prima dai fautori della riforma e ora accreditati dalla leadership centrale, Ma Rong, d’altro canto, ha dovuto solo piegarsi alla retorica ufficiale del linguaggio politico esistente, per vedere per contro riconosciuti i cambiamenti politici da lui sostenuti in precedenza.

Questa dinamica è stata presto fatta proprio dal complesso della comunità accademica. Infatti, ad esclusione di un numero esiguo di pezzi critici sulle tesi della depoliticizzazione e della politica 2G,53)Liu Shizhe, Minzu lilun xuejie dui Zhongyang minzu gongzuo huiyi jingshen de xuexi renshi (Lo studio e la comprensione dello spirito della Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità da parte degli studiosi di teoria etnica), in “Minzu Lilun Yanjiu, 3, 2015, pp. 115-17. Zuo Xiuxian e Liu Ling, Jinkou shidai zhuti shenke linghui Zhongyang minzu gongzuo huiyi jingshen (Seguiamo i temi epocali comprendendo lo spirito della Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità), in “Heilongjiang Minzu Congkan”, 5, 2015, pp. 183-86. un numero crescente di pubblicazioni ha espresso invece approvazione nei confronti di queste ultime. Pan Chuanbiao dell’Università di Shanghai, per esempio, ha proposto una “de-legalizzazione” dell’identità etnica,54)Pan Chuanbiao, Lun minzu shenfen de “feifalühua”: fansi woguo jiyu minzu shenfen de minzu zhengce (Sulla “de-legalizzazione” dell’identità etnica: riflessioni sulle politiche nazionali basate sull’etnicità), in “Huadong Zhengfa Daxue Xuebao”, 1, 2016, pp. 152-61. mentre Chen Huaichuan dell’Università Normale del Xinjiang e Gan Wenxiu dell’Accademia Hexi hanno cominciato a sostenere la necessità di non equiparare la nozione di “minoranza etnica” con quella di categoria “socialmente svantaggiata”.55)Chen Huaichuan e Wenxiu Gan, Shaoshu minzu “ruoshi qunti” de fanchou bianxi ji duixiang bangfu: jian yu Ma Ping xiansheng shanghe (Analisi delle categorie di “minoranze etniche e “gruppi svantaggiati” come destinatari di aiuti: una discussione con Ma Ping), in “Guangxi Minzu Yanjiu”, 1, 2016, pp. 29-34. Li Jian dell’Università del Sichuan ha a sua volta affermato che la politica di lungo corso denominata “Due cali e una clemenza”, una misura progettata per garantire clemenza legale agli individui di origine minoritaria, politicizza ed “etnicizza” controversie legali altrimenti normali,56)Li Jian, “Lun xin xingshi xia sheji minzu yinsu maodun jiufen de jiejue silu: jianlun dui “liangshao yikuan” zhengce de fansi (Sulla soluzione delle contraddizioni e delle dispute etniche nella nuova situazione: una riflessione sulla politica dei “due cali e una clemenza”), in “Guojia Xingzheng Xueyuan Xuebao”, 5, 2016, pp. 117-121, 145. mentre Hu Youze e Cheng Rong dell’Università del Nord-Ovest delle Nazionalità hanno esplicitamente proposto che questa politica venisse abolita.57)Hu Youze e Cheng Rong, Xin shiqi “liangshao yikuan” shaoshu minzu zhengce yanjiu: Zhengque renshi “san xiang zhengce” zhi san (Ricerca sulla politica dei “due cali e una clemenza” nella Nuova era: una comprensione corretta della terza delle “tre politiche”), in “Qinghai Minxu Yanjiu”, 2, 2016, pp. 81-85. In sintesi, negli anni successivi alle due conferenze si è creato lo spazio per una discussione più critica nei confronti della politica etnica esistente. Sempre più studiosi sono stati incentivati a esaminare in modo critico aspetti specifici della politica etnica esistente utilizzando nuovi linguaggi teorici e concettuali. Per contro, gli oppositori delle precedenti proposte di riforma, pur continuando le loro critiche su un piano retorico, hanno progressivamente avvicinato le loro posizioni a quelle delle proposte di riforma.

  1. Osservazioni conclusive

 Come ha messo in evidenza la discussione di cui sopra, i partecipanti al dibattito sulla politica etnica della Cina non solo hanno esaminato le virtù e i vizi dei diversi approcci all’amministrazione delle relazioni interetniche, ma pure si sono dati battaglia rispetto alle rispettive inclinazioni normative, oscillanti in varia misura fra posizioni assimilatrici e posizioni di accomodamento. Prima dell’ascesa di Xi Jinping, il dibattito aveva acquisito un tale slancio e una tale visibilità pubblica che le figure coinvolte avevano finito per essere non solo studiosi universitari e ricercatori di think tank governativi, ma anche funzionari del Partito-Stato. Una riflessione collettiva tanto ampia su un argomento politico così sensibile da parte delle élites politiche e culturali del Paese avrebbe potuto incoraggiare anche una partecipazione ancora più vasta del pubblico, unitamente ad altre discussioni critiche dello stesso tenore su altri argomenti di interesse pubblico. Purtroppo, però, sotto la leadership di Xi Jinping il Partito-Stato ha presto mandato un chiaro segnale che il dibattito era andato oltre i limiti e avrebbe dovuto dunque moderarsi. Gli anni successivi hanno testimoniato non solo una chiara svolta assimilazionista nella politica etnica della Cina, ma anche un’evidente stretta negli spazi di discussione pubblica a livello nazionale. Le discussioni critiche come quella qui esaminata sono diventate molto più difficili da cogliere e da osservare dall’esterno. Ciononostante, le divergenze ideologiche, lo spirito critico e la contestazione intellettuale hanno continuato a esistere, anche quando i meccanismi di sorveglianza e di censura sono diventati sempre più sofisticati ed efficaci. Come dimostra la brusca conclusione della politica “Zero-Covid”, alla fine del 2022, dopo mesi di accesi dibattiti e una serie di proteste, l’agency degli attori sociali cinesi, intellettuali e cittadini comuni, rimane un elemento importante nei processi di decisione politica. Il dinamismo e le divisioni del panorama intellettuale sulla governance multietnica presentato in questo saggio, perciò, dovrebbero servire a renderci più consapevoli della frammentazione ideologica della società cinese contemporanea, della diversità degli orientamenti di valore, nonché delle sfide per il Partito-Stato nella gestione di tale complessità. A dispetto della sua politica autoritaria resiliente, e dei sofisticati strumenti di repressione a sua disposizione, il Partito-Stato non opera con il consenso automatico della popolazione. Allo stesso tempo, l’impegno attivo degli accademici cinesi nel dibattito sulla politica etnica del Paese mette in luce la capacità degli attori dell’establishment di partecipare in discussioni critiche nei confronti dell’establishment anche in un contesto non democratico.

Per concludere, una breve nota sui limiti empirici e concettuali del presente studio. Come menzionato poco sopra, la tendenza sempre più autoritaria del Partito-Stato cinese sotto Xi Jinping si è manifestata non solo attraverso la sua politica nei confronti delle minoranze etniche, ma anche nel suo approccio generale alla governance interna. Nonostante le difficoltà di accesso, è urgentemente necessario fare un follow-up nello studio sul discorso e sulla pratica della politica etnica negli anni che sono seguiti all’ascesa al potere di Xi. D’altra parte, infatti, l’ascesa del populismo e il ritorno dei nazionalismi in Europa, Nord-America e Asia ci ricordano con forza che la governance multiculturale è una sfida globale.58)T. Greven, The Rise of Rightwing Populism in Europe and the United States. A Comparative Perspective, in “Friedrich-Ebert-Stiftung”, maggio 2016, https://dc.fes.de/fileadmin/user_upload/publications/RightwingPopulism.pdf; F. Bieber, Is Nationalism on the Rise? Assessing Global Trends, in “Ethnopolitics”, a. XVII, n. 5, 2018), pp. 519-40. Ricordando la recente proposta di studiare la Cina secondo un approccio “globale”,59)I. Franceschini e N. Loubere, Global China as Method, Cambridge University Press, Cambridge 2022. la ricerca futura potrebbe estendere l’analisi leggendo il dibattito cinese come parte del discorso globale sulla governance multiculturale al fine di scoprire e problematizzare le connessioni internazionali e transnazionali dietro “politiche nazionali” come quella della mutevole politica etnica nella Repubblica Popolare Cinese.

Traduzione di Marco Fumian

Sinan Chu è ricercatore presso il German Institute for Global and Area Studies (GIGA) di Amburgo dove cura la pubblicazione del Journal of Current Chinese Affairs. Ha conseguito il dottorato alla Maxwell School of Citizenship and Public Affairs della Syracuse University. I suoi principali interessi di ricerca si focalizzano sulla relazioni internazionali globali, la legittimità nella global governance, e le politiche etniche in Cina. I suoi saggi sono stati pubblicati da Historical Social Research, International Studies Quarterly, International Theory, Millennium: Journal of International Studies, e Third World Quarterly.

Per citare: Sinan Chu, “Che cento fiori sboccino: il dibattito sulla politica etnica della Cina fra il 2004 e il 2015”, in M. Fumian (a cura di), Leggere la Cina, capire il mondo. Narrazioni dominanti e discorso critico in un’era di competizione (Milano-Udine, Mimesis, 2025), 301-207.

Immagine: villaggio nella Cina rurale (foto di Marco Fumian)

References
1 L’articolo è stato originariamente pubblicato nel volume a cura di M. Fumian Leggere la Cina, capire il mondo. Narrazioni dominanti e discorso critico in un’era di competizione (Milano-Udine, Mimesis, 2025), 301-207). Si ringrazia l’editore per la concessione di ripubblicarlo.
2 J. Leibold, Ethnic Policy in China: Is Reform Inevitable?, East-West Center, Honolulu, HI 2013.
3 J. Leibold, Xinjiang Work Forum Marks New Policy of “Ethnic Mingling”, in “Jamestown Foundation China Brief”, a. XIV, n. 12, 2014, pp. 3–6; Id., A Family Divided: The CCP’s Central Ethnic Work Conference, in “Jamestown Foundation China Brief”, a. XIV, n. 21, 2014, pp. 12-15.
4 O. Klimeš, Advancing “Ethnic Unity” and “De-Extremization”: Ideational Governance in Xinjiang under “New Circumstances” (2012–2017), in “Journal of Chinese Political Science”, a. XXIII, n. 3, 2018, 413-436; G. Roche e J. Leibold, China’s Second-Generation Ethnic Policies Are Already Here: What China’s History of Paper Genocide Can Tell Us about the Future of Its “Minority Nationalities”, in “Made in China Journal”, 7 settembre 2020, https://madeinchinajournal.com/2020/09/07/chinas-second-generation-ethnic-policies-are-already-here/; S. Kam e M. Clarke, Securitization, Surveillance and “de-Extremization” in Xinjiang, in “International Affairs”, a. XCVII, n. 3, 2021, pp. 625-42.
5 C. L. Hamrin e T. Cheek, China’s Establishment Intellectuals, Routledge, Armonk, N.Y 1987.
6 J. Leibold, Ethnic Policy in China: Is Reform Inevitable?, East-West Center, Honolulu, HI 2013; Y. Sun, Debating Ethnic Governance in China, in “Journal of Contemporary China”, a. XXVIII, n. 115, 2019, pp. 118-32.
7 U. E. Bulag, Minority Nationalities as Frankenstein’s Monsters? Reshaping “the Chinese Nation” and China’s Quest to Become a “Normal Country”, in “The China Journal”, a. LXXXVI, 2021, pp. 46-67.
8 Tang Ming, Minzu maodun yuanyin tixi de lilun jiangou: wo guo xueshujie guanyu minzu maodun huo minzu wenti yuanyin de ji zhong zhuyao lilun guandian (Il sistema alla base dei conflitti etnici: principali prospettive teoriche nei circoli accademici cinesi), in “Guangxi minzu yanjiu”, 1, 2002, pp. 6-9.
9 Yu Pengjie, Zuqun rentong de xiandai hanyi: yi Hunan Chengbu Miaozu wei li (Il significato moderno dell’identità etnica: l’esempio del popolo Chengbu dei Miao nello Hunan), in “Guangxi Minzu Daxue Xuebao”, 4, 2005, pp. 87-90.
10 Wang Dongming, Guanyu “minzu” yu “zuqun” gainian zhi zheng de zongshu (Una sintesi sulla disputa sui concetti di “minzu” e “zuqun”), “Guangxi Minzu Daxue Xuebao”, 2, 2005, pp. 89-97.
11 Ma Rong, Lijie minzu guanxi de xin silu: shaoshu zuqun wenti de “quzhengzhihua” (Un nuovo approccio per comprendere le relazioni etniche: la ‘depoliticizzazione delle questioni delle minoranze’), in “Beijing Daxue Xuebao”,  6, 2004, pp. 122-33.
12 B. Sautman, Scaling Back Minority Rights: The Debate about China’s Ethnic Policies, in “Stanford Journal of International Law”, a. XLVI, n.1, 2010, p. 76.
13 Chen Yuping, Minzu wenti nengfou “quzhengzhihua” lunzheng zhi wo jian (Le mie visioni sul dibattito sulla “depoliticizzazione” delle questioni etniche), in “Xinan Minzu Daxue Xuebao, 7, 2008, pp. 1-7.
14 Ivi, p. 5.
15 Chen Jianyue, Duominzu guojia hexie shehui de goujian yu minzu wenti de jiejue: Ping minzu wenti de “quzhengzhihua” yu “wenhuahua” (La costruzione della società armoniosa in un Paese multietnico e la soluzione delle soluzioni etniche: La “politicizzazione” e la “culturalizzazione”), in “Shijie Minzu”, 5, 2005, pp. 1-13.
16 Ivi, p. 13.
17 Wang Xi’en, Ye tan zai woguo minzu wentishang de “fansi” he “shishiqiushi”: yu Ma Rong jiaoshou de jidian shanghe (Sulla “riflessione” e sulla “ricerca della verità dai fatti” riguardo alle questioni etniche nazionali: discussioni assieme al prof. Ma Rong), in “Xinan Minzu Daxue Xuebao”, 1, 2009, pp. 1-17.
18 Pan Jiao, “Zuqun” yu “minzu” gainian de hubu haishi dianfu (La complementarità o sovversione dei concetti di “zuqun” e “minzu”), in “Yunnan Minzu Daxue Xuebao”, 1, 2009, pp. 22-28.
19 Li Fuqiang, Dui Zhongguo minzu zhengce “fansi” de fansi (Una riflessione sulla “riflessione” sulla politica etnica della Cina), in “Guihai Luncong”, 6, 2009, pp. 37-40.
20 Zhou Ping, Zhongguo minzu zhengce jiazhi quxiang fenxi (Analisi dell’orientamento valoriale della politica etnica della Cina), in “Dangdai Shijie yu Shehuizhuyi”, 2, 2010, pp. 132-41.
21 Ivi, p. 140.
22 Ivi, p. 141.
23 Hu An’gang e Hu Lianhe Hu, Di’erdai minzu zhengce: cujin minzu jiaorong yiti he fanrong yiti (La politica etnica di seconda generazione: promuovere la fusione etnica e la co-prosperità integrata), in “Xinjiang Shifan Daxue Xuebao”, 5, 2011, pp. 1-12.
24 Ivi, pp. 3-6.
25 Ivi, p. 6.
26 Ivi, pp. 6-12.
27 Du Yonghao e Youxian Zuo, Shenmeyang de minzu zhengce keyi baozheng guojia changzhijiu’an (Quale politica etnica può assicurare la stabilità di lungo periodo del Paese?), in “Heilongjiang Minzu Congkan”, 4, 2012, pp. 11-26.
28 Jia Donghai e Chen Xiaojia, Zunzhong guoqing he lishi, jianchi shishiqiushi yuanze: Pingxi “di’erdai minzu zhengce” lundian (Rispettare le condizioni e la storia nazionale, continuare a cercare la verità dai fatti: Un giudizio sulle tesi della politica etnica di seconda generazione), in “Xibei Minzu Daxue Xuebao”, 4, 2012, pp. 20-26.
29 Ivi, p. 20.
30 Jin Binggao e Xiao Rui, Jianchi Zhongguo tese shehuizhuyi minzu lilun zhengce: Pingxi “di’erdai minzu zhengce” shuo (Aderiamo alla teoria e alla politica etnica del Socialismo con caratteristiche cinese: Un giudizio sui discorsi della politica etnica di seconda generazione), in “Xibei Minzu Daxue Xuebao”, 4, 2012, pp. 12-19.
31 Ivi, p. 18.
32 Hao Shiyuan, Ping “di’erdai minzu zhengce” zhuo de lilun yu Shijian wuqu (Sugli errori teorici e pratici delle tesi sulla “politica etnica di seconda generazione”), in “Xinjiang Shehui Kexue”, 2, 2012, pp. 44-62.
33 Hao Shiyuan, Meiguo shi Zhongguo jiejue minzu wenti de biaobang ma? Ping “Di’erdai minzu zhengce” de “guoji jingyan jiaoxun” shuo (Gli Stati Uniti come modello per risolvere le questioni etniche cinesi? Sulle visioni della “politica etnica di seconda generazione e gli “insegnamenti dell’esperienza internazionale”), “Shijie Minzu”, 2, 2012, pp. 1-15.
34 Hao Shiyuan, Baxi neng wei Zhongguo minzu shiwu tigong shenme “jingyan”? Zai ping “di’erdai minzu zhengce” de “guoji jingyan jiaoxun” shuo (Che lezione può dare il Brasile agli affari etnici cinesi? Di nuovo sulle visioni dell’utilità dell’esperienza internazionale per la “politica etnica di seconda generazione”), in “Xibei Minzu Daxue Xuebao, 4, 2012, pp. 1-11.
35 Hao Shiyuan, Yindu goujian guojia minzu de “jingyan” bu zhide Zhongguo xuexi. Xu ping “di’erdai minzu zhengce” de “guoji jingyan jiaoxun” shuo (L’esperienza dell’India nella costruzione dello stato-nazione non serve alla Cina. Ancora sulle visioni dell’utilità dell’esperienza internazionale per la “politica etnica di seconda generazione”), in “Zhongnan Minzu Daxue Xuebao, 6, 2012, pp. 1-12.
36 Xie Shengjun, “Di’erdai minzu zhengce” shuo yinqi de xueshu zhenglun ji shehui yingxiang (Dibattito accademico e impatto sociale dei discorsi sulla “politica etnica di seconda generazione”, in “Minzu Luntan”, 24, 2012, pp. 45–49.
37 Ivi, p. 49.
38 Pei Shengyu, Chen Yongliang e Ming Gong, Pingxi “di’erdai minzu zhengce” shuo: minzu lilun yanjiu redian wenti xueshu yantaohui zongshu (Un giudizio sulle visioni della “politica etnica di seconda generazione”: sommario del simposio sui temi chiave della ricerca sulla teoria etnica), in “Xibei Minzu Daxue Xuebao”, 4, 2012, pp. 33-37.
39 Xu Xianlong e Nianxing Yuan, Zhonghua minzu de duoyuan yiti yu ge minzu de gongshenghubu: Jianlun “di’erdai minzu zhengce” (La relazione di complementarità delle diverse etnie nell’unità molteplice della nazione cinese: una discussione sulla “politica etnica di seconda generazione”), in “Zhongnan Minzu Daxue Xuebao”, 5, 2012, pp. 13-19.
40 Ivi, pp. 18-19.
41 Peng Yingming, Dangqian woguo minzu zhengce de jianchi yu tiaoshi chutan: jianping minzu wenti “quzhengzhihua” (La continuazione e l’adattamento della politica etnica nazionale esistente: una discussione sulla “depoliticizzazione” delle questioni etniche”), in “Zhongnan Minzu Daxue Xuebao, 4, 2012, pp. 21-25.
42 Xu Changjiang, Zhongguo minzu zhengce de lixing sikao yu xianshi xuanze (Riflessioni razionali e scelte realistiche nella politica etnica della Cina), in “Zhongyang Minzu Daxue”, 2, 2013, pp. 11-17.
43 Peng Yingmin, cit., pp. 22-23.
44 Xu Changjiang, cit., pp. 14-17.
45 Hao Shiyuan, Zhang Haiyang e Ma Rong, Goujian xinxing minzu guanxi : Hao Shiyuan, Zhang Haiyang, Ma Rong fangtan (Costruire un nuovo modello di relazioni etniche: interviste a Hao Shiyuan, Zhang Haiyang e Ma Rong), in “Xibei Minzu Yanjiu”, 1, 2014, pp. 65-82.
46 Ivi, p. 65.
47 Hao Shiyuan, Minzu quyu zizhi: Zhongyang minzu gongzuo huiyi jiangle shenme? (Autonomia regionale etnica: cosa ha detto la Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità?), in “Zhongyang Minzu Daxue Xuebao, 2, 2015, pp. 5-13.
48 Ivi, p. 8.
49 Ivi, p. 9.
50 Ivi, p. 10.
51 Ma Rong, Qizhi bubian, wenzhu zhenjiao, tiaozheng silu, wushi gaige: dui Zhongyang minzu gongzuo huiyi de jiedu (La bandiera sempre alta, i piedi ben piantati, praticare la riforma adattando le idee: una lettura della Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità), in “Qinghai Minzu Yanjiu”, 2, 2015, pp. 82-90.
52 Ivi, p. 83.
53 Liu Shizhe, Minzu lilun xuejie dui Zhongyang minzu gongzuo huiyi jingshen de xuexi renshi (Lo studio e la comprensione dello spirito della Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità da parte degli studiosi di teoria etnica), in “Minzu Lilun Yanjiu, 3, 2015, pp. 115-17. Zuo Xiuxian e Liu Ling, Jinkou shidai zhuti shenke linghui Zhongyang minzu gongzuo huiyi jingshen (Seguiamo i temi epocali comprendendo lo spirito della Conferenza Centrale di Affari sulle Nazionalità), in “Heilongjiang Minzu Congkan”, 5, 2015, pp. 183-86.
54 Pan Chuanbiao, Lun minzu shenfen de “feifalühua”: fansi woguo jiyu minzu shenfen de minzu zhengce (Sulla “de-legalizzazione” dell’identità etnica: riflessioni sulle politiche nazionali basate sull’etnicità), in “Huadong Zhengfa Daxue Xuebao”, 1, 2016, pp. 152-61.
55 Chen Huaichuan e Wenxiu Gan, Shaoshu minzu “ruoshi qunti” de fanchou bianxi ji duixiang bangfu: jian yu Ma Ping xiansheng shanghe (Analisi delle categorie di “minoranze etniche e “gruppi svantaggiati” come destinatari di aiuti: una discussione con Ma Ping), in “Guangxi Minzu Yanjiu”, 1, 2016, pp. 29-34.
56 Li Jian, “Lun xin xingshi xia sheji minzu yinsu maodun jiufen de jiejue silu: jianlun dui “liangshao yikuan” zhengce de fansi (Sulla soluzione delle contraddizioni e delle dispute etniche nella nuova situazione: una riflessione sulla politica dei “due cali e una clemenza”), in “Guojia Xingzheng Xueyuan Xuebao”, 5, 2016, pp. 117-121, 145.
57 Hu Youze e Cheng Rong, Xin shiqi “liangshao yikuan” shaoshu minzu zhengce yanjiu: Zhengque renshi “san xiang zhengce” zhi san (Ricerca sulla politica dei “due cali e una clemenza” nella Nuova era: una comprensione corretta della terza delle “tre politiche”), in “Qinghai Minxu Yanjiu”, 2, 2016, pp. 81-85.
58 T. Greven, The Rise of Rightwing Populism in Europe and the United States. A Comparative Perspective, in “Friedrich-Ebert-Stiftung”, maggio 2016, https://dc.fes.de/fileadmin/user_upload/publications/RightwingPopulism.pdf; F. Bieber, Is Nationalism on the Rise? Assessing Global Trends, in “Ethnopolitics”, a. XVII, n. 5, 2018), pp. 519-40.
59 I. Franceschini e N. Loubere, Global China as Method, Cambridge University Press, Cambridge 2022.