Questo articolo esplora la storia e il significato politico e culturale delle Tre grandi raccolte della letteratura folklorica Cinese (Zhongguo minjian wenxue santao jicheng 中国民间文学三套集成), la più vasta antologia di letteratura folclorica mai realizzata nella Repubblica Popolare Cinese (RPC). Frutto di un progetto durato oltre trent’anni, le Tre grandi raccolte mettono insieme miti, leggende, ballate e racconti orali di cinquantasei gruppi etnici, tradotti, trascritti e organizzati secondo la regione di (presunta) provenienza geografica. I volumi che la compongono furono pubblicati a intervalli irregolari fra il 1981 e il 2013. Dall’analisi delle fonti emerge come queste antologie diano espressione a una tensione costante tra due impulsi: la volontà di preservare la diversità culturale e l’esigenza politica di costruire una narrazione unificata della nazione. L’operazione editoriale, presentata come un progetto di “salvataggio culturale”, fu anche un atto di definizione identitaria: le culture minoritarie furono rappresentate come componenti armoniche di un insieme organico, secondo la formula ideologica della duoyuan yiti 多元一体 (molteplicità unificata). In definitiva, le antologie folkloriche cinesi appaiono come un dispositivo complesso, in cui la memoria orale e il potere editoriale si intrecciano per costruire — e talvolta contestare — l’immagine di una Cina plurale e unita.1)Questo articolo è parte del progetto di ricerca DIVE, finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione Europea nell’ambito della borsa Marie Skłodowska-Curie (n. 101062349).

Le voci della diversità

In un pomeriggio d’estate, nel 1957, un giovane ricercatore inviato da un istituto governativo arrivò in un remoto villaggio del Guizhou con un registratore a bobine portatile. Gli abitanti, appartenenti al gruppo etnico miao, lo accolsero con curiosità e diffidenza. Quell’apparecchio che emetteva ronzii metallici serviva a catturare la voce di un anziano cantore, che custodiva la memoria di una lunga ballata sull’origine del mondo, tramandata di generazione in generazione. La scena, anche se non attestata storicamente, è assolutamente verosimile alla luce delle modalità di raccolta dei testi fra le minoranze etniche nella Cina comuni negli anni ’50 e ’60.2)Ricercatori come Yang Yinliu, per esempio, hanno effettuato registrazioni su registratori portatili e a filo di canti popolari e rituali: Peter Micic, “Soundscapes of Memory: ethnomusicology in China”, Laodanwei.org, 2007. Altri report simili sono apparsi in quotidiani cinese, come per esempio Nan Chen, “The sound of traditional music goes online”, China Daily, 5 luglio 2022. Riassume lo spirito di un vasto progetto politico e culturale: raccogliere, trascrivere e pubblicare la letteratura orale delle minoranze etniche cinesi per farne il fondamento di una nuova narrazione nazionale.

La RPC (Repubblica Popolare Cinese), fondata nel 1949, aveva infatti ereditato dal secolare impero dei Qing (1644-1912) la consapevolezza di abitare un territorio immenso e culturalmente variegato. Nella nuova ideologia socialista, però, la diversità non doveva essere cancellata, bensì armonizzata: ogni gruppo “etnico” (minzu 民族) era chiamato a contribuire, con la propria cultura e il proprio folklore, alla costruzione di un’identità collettiva.3)L’attuale configurazione in 56 minzu riconosciuti — 55 minoritari più la maggioranza Han — è il risultato di un vasto processo di classificazione condotto negli anni ’50. Squadre composte da antropologi, linguisti e funzionari statali raccolsero dati su lingua, costumi e memoria storica delle diverse popolazioni locali. Sulla base di tali indagini, lo Stato stabilì quali comunità dovessero essere considerate minzu distinte, definendone tratti culturali rappresentativi e fissando così, almeno amministrativamente, i confini identitari all’interno della nuova nazione multietnica. Sul processo di formazione dei gruppi etnici nella RPC si veda Thomas S. Mullaney, Coming to Terms with the Nation: Ethnic Classification in Modern China (Berkeley: University of California Press, 2010). L’obiettivo era ambizioso: trasformare la “diversità” delle tradizioni locali in un mosaico coerente, in cui l’unità della nazione emergesse proprio dalla ricchezza delle sue differenze.

Le antologie di letteratura folklorica delle minoranze etniche nacquero da questa aspirazione. A partire dagli anni Cinquanta, ma soprattutto dopo la fine della Rivoluzione Culturale (1976), il governo cinese promosse una serie di campagne di raccolta su larga scala per documentare i racconti, i canti e i miti trasmessi oralmente nei villaggi di tutta la Cina. Migliaia di ricercatori, etnografi e scrittori vennero inviati in tutto il paese. Particolare enfasi venne posta sulle regioni di confine — Yunnan, Xinjiang, Tibet, Mongolia Interna — per registrare testi che spesso non avevano mai conosciuto la forma scritta. Ne nacquero collezioni monumentali, come le Tre grandi raccolte della letteratura folklorica Cinese (Zhongguo minjian wenxue san tao jicheng 中国民间文学三套集成, da qui in avanti abbreviato in Tre grandi raccolte), una grande opera di oltre cinquemila volumi pubblicati a intervalli irregolari tra in un trentennio dal 1981 e il 2013.4)Liu Xicheng, 我与中国民间文学三套集成’”, Minzu yishu, (Beijing: Zhongguo zuojia xiehui, 2021).

Dietro la natura apparentemente neutra di un progetto di catalogazione culturale si celava in realtà una complessa operazione ideologica di definizione identitaria. Da un lato, queste antologie rappresentavano un’enorme impresa di salvaguardia: senza di esse, molte tradizioni orali sarebbero probabilmente andate perdute per sempre. Dall’altro, la loro struttura, la selezione dei testi e le introduzioni editoriali riflettevano l’intento politico di presentare le “minoranze” come parte integrante del grande racconto nazionale cinese. L’ideale della “molteplicità unificata”  (duoyuan yiti 多元一体)espressa attraverso questo lavoro sintetizza perfettamente questo principio: le culture minoritarie sono diverse, ma la loro diversità conferma e rafforza l’unità dello Stato-nazione.

Leggere oggi quelle antologie significa dunque entrare in un doppio archivio: da un lato quello della memoria popolare, con le sue mitologie locali, i suoi eroi, le sue genealogie cosmiche; dall’altro quello di una precisa visione del mondo, costruita attraverso l’editing, la traduzione dalle lingue e dai dialetti parlati in Cina, e la classificazione dei materiali raccolti. I lavori raccolti, perciò, non sono più delle semplici creazioni letterarie, ma dei dispositivi che organizzano la conoscenza, selezionano quali testi includere (e quali escludere) e, in definitiva, stabiliscono chi appartiene alla nazione e in che modo.

Questo articolo esplora la storia e il significato delle antologie di letteratura folklorica dei gruppi etnici in Cina, dal loro contesto ideologico alle loro conseguenze culturali. Partiremo dalle radici del movimento folklorico cinese dei primi decenni del Novecento, per comprendere come la categoria di minzu sia diventata un pilastro della politica culturale della RPC. Esamineremo poi la grande impresa editoriale delle Tre grandi raccolte, le sue modalità di raccolta e organizzazione dei materiali, e infine una fra le narrazioni più emblematiche — un mito d’origine — che rivela la tensione costante tra autenticità locale e universalismo nazionale.

Le antologie folkloriche cinesi, più che semplici raccolte di racconti, vanno considerate strumenti di mediazione tra culture, epoche e ideologie. In esse, il passato orale delle minoranze si trasforma in patrimonio scritto della nazione, mentre la diversità culturale diventa il linguaggio stesso con cui la Cina moderna narra la propria identità.

 Le origini di un progetto: folklore e nazione nella Cina moderna

Molto prima che la RPC intraprendesse le sue campagne di raccolta demologica, la letteratura popolare del folclore locale cinese aveva già attirato l’attenzione di studiosi e scrittori. All’inizio del Novecento, in un’epoca segnata da crisi e riforme, intellettuali come Gu Jiegang, Zhou Zuoren e Lu Xun iniziarono a riflettere sul valore culturale delle storie, delle canzoni e dei miti del “popolo”.5)Gao Selina J., Saving the Nation through Culture: The Folklore Movement in Republican China, (Vancouver: University of British Columbia Press, 2019). Per questi intellettuali, il folklore non era solo curiosità etnografica, ma un mezzo per rigenerare la cultura cinese dopo il crollo dell’impero. In un mondo in cui la modernità occidentale sembrava avanzare con forza irresistibile, la riscoperta del “popolare” rappresentava una via per rinvigorire lo spirito nazionale senza perdere le radici.

Negli stessi anni, la nozione di minzu— termine che può essere variamente tradotto come “popolo”, “nazione” o “etnia” — cominciava a essere discussa nei dibattiti politici e letterari. Originariamente introdotto attraverso le traduzioni dal giapponese (minzoku), il termine si impose come chiave per pensare la modernità cinese. Parlare di minzu significava, infatti, immaginare l’esistenza di un’appartenenza collettiva: chi siamo, da dove veniamo, quali tratti ci distinguono come “nazione cinese”, etc. Ma in un territorio tanto vasto e plurilingue, la domanda si complicava: quante minzu esistono in Cina? E come possono convivere sotto un’unica identità nazionale?

Nel clima intellettuale del Movimento del 4 Maggio (1919), il folklore divenne una forma di scienza culturale. Studiosi e studenti fondarono società per la raccolta delle canzoni popolari (geyao 歌谣), delle fiabe (tonghua 童话) e delle leggende (chuanshuo 传说) locali. Il motto era “salvare la cultura del popolo” (jiu minsu 救民俗). Ma questa “salvezza” non era neutra: si trattava di selezionare, mondare e reinterpretare la voce popolare per adattarla al nuovo ideale nazionale. Lo stesso Gu Jiegang, autore della raccolta di saggi intitolata Dibattiti sulla storia antica (Gushi bian 古史辨), vedeva nel mito e nella leggenda dei mezzi per indagare la costruzione della coscienza collettiva. In altre parole, il folklore serviva a immaginare una nazione.6)Laurence A. Schneider, Ku Chieh-Kang and China’s New History: Nationalism and the Quest for Alternative Traditions, (Berkeley: University of California Press, 1971).

Naturalmente, non si tratta di un fenomeno esclusivamente cinese. In Europa, sin dall’Ottocento, la raccolta del folklore era sempre stata un gesto, almeno in parte, politico: basti pensare ai fratelli Grimm, che nelle loro “Fiabe per i bambini e per le famiglie” (Kinder- und Hausmärchen, primo volume pubblicato nel 1812) avevano cercato, nel corpo delle fiabe contadine, l’anima più intima del popolo tedesco; o ad Aleksandr Afanasyev, che nell’impero russo aveva fatto lo stesso con le fiabe slave; o ancora a W.B. Yeats, che in Irlanda vedeva nel folklore gaelico la radice di un’identità nazionale distinta da quella britannica. La Cina repubblicana guardava a questi modelli con ammirazione e desiderio di emulazione: anche il popolo cinese, si diceva, doveva riscoprire la propria voce originaria.7)Dechao Li, “The Influence of Grimm’s Fairy Tales on Folk Literature Movement in China (1918-1943)”, in Grimms’ Tales around the Globe: The Dynamics of Their International Reception, a cura di Vanessa Joosen e Gillian Lathey, Series in Fairy-Tale Studies (Wayne: Wayne State University Press, 2014).

Con la fondazione della RPC, infine, il concetto di folklore entrò in una nuova fase, profondamente segnata dal socialismo. Il termine minjian wenxue (民间文学, letteratura del popolo) divenne allora ufficiale e fu incluso nei programmi di ricerca delle università e delle accademie. Tuttavia, la sua funzione cambiò: non più soltanto una risorsa per disegnare i lineamenti della nazione, ma uno strumento vero e proprio per organizzare la diversità interna della nazione stessa. La categoria di minzu venne innanzitutto formalizzata in senso politico: lo Stato identificò 56 gruppi etnici ufficiali, a ciascuno dei quali corrispondeva, idealmente, un corpo di letteratura folklorica da raccogliere e pubblicare.

In questa logica, la raccolta dei canti e dei miti non era più un atto più o meno disinteressato di ricerca culturale, ma parte di un progetto di ingegneria identitaria. Il folklore diventava documento scientifico, prova della “ricchezza multiculturale” della nazione cinese. I ricercatori sul campo, spesso formati in letteratura o linguistica, erano anche funzionari dello Stato: raccoglievano, ma al tempo stesso interpretavano, classificavano e riscrivevano. Il loro lavoro contribuiva a un doppio scopo — preservare e omogeneizzare.

Negli anni Cinquanta, l’ideologia socialista fornì a questo processo una nuova tassonomia interpretativa: il folklore fu ridefinito come espressione delle “masse lavoratrici”. Le storie tradizionali venivano selezionate in base alla loro compatibilità con la visione rivoluzionaria; i miti che celebravano la lotta, la solidarietà e il progresso erano valorizzati, mentre altri, di carattere religioso o “superstizioso”,8)Per un’analisi approfondita del concetto di superstizione nella Cina moderna, si veda il saggio monografico di Rebecca Nedostup, Superstitious Regimes: Religion and the Politics of Chinese Modernity (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2009). venivano spesso, ma non sempre, omessi o riscritti. Il popolo, così come il suo folklore, doveva essere educato al socialismo.9)L’intepretazione ufficiale dei testi folkorici cambia diacronicamente. Nelle versioni tradizionali (pre-1911), il mito Huihui yuanlai associatio agli Hui—una minoranza etnica cinese caratterizzata da una tradizione Islamica—funge da racconto d’origine comunitario, radicato in genealogie locali e volto a legittimare la presenza islamica in Cina. Nelle versioni post-Mao, lo stesso nucleo narrativo viene invece riformulato nelle collezioni folkloriche statali per promuovere l’armonia etnica e inserire gli Hui nella narrativa ufficiale di una nazione cinese unificata. A tal proposito, si veda il mio saggio breve, Mario De Grandis, “Old Stories, New Needs: The Multiple Appropriations of the Chinese-speaking Muslims’ Origin Narratives”, The Irish Journal of Asian Studies, 6, 1: 94–114, 2020.

Tuttavia, questo progetto di uniformazione culturale non fu solo coercitivo. Molti studiosi parteciparono sinceramente all’impresa, convinti che la raccolta del folklore rappresentasse un modo per riconoscere la dignità delle culture minoritarie.10)Juwen Zhang, “Folklore in China: Past, Present, and Challenges”, Humanities, 7, 2, 35, 2018). Nei decenni successivi, e soprattutto dopo la fine della Rivoluzione Culturale (1976), la missione di “raccogliere e pubblicare” si trasformò in una gigantesca opera di produzione editoriale: nacque l’idea di compilare un archivio nazionale, sistematico e comparabile, della letteratura orale di ogni minzu (inclusi gli Han). Questo progetto, concretizzatosi nelle Tre grandi raccolte, avrebbe richiesto più di trent’anni per essere completato.

Nelle sue radici più profonde, dunque, la raccolta del folklore minoritario in Cina è l’esito di una lunga tensione tra due aspirazioni: da un lato, l’interesse intellettuale per le culture locali come serbatoio di autenticità popolare; dall’altro, la necessità politica di costruire una narrazione unificata della nazione. Le antologie che oggi sfogliamo — ordinate, classificate, introdotte da prefazioni ideologiche — sono il prodotto di questa tensione irrisolta. Esse mostrano come la Cina moderna abbia voluto trasformare il canto delle montagne, le leggende dei villaggi, le storie raccontate intorno al fuoco, in un linguaggio scritto, ordinato e leggibile per la nazione intera.

 La grande impresa editoriale: le Tre grandi raccolte e la classificazione etnica del folklore

Le Tre grandi raccolte nacquero ufficialmente nel clima di apertura e rinnovamento della Cina post-maoista. Dopo il decennio della Rivoluzione Culturale, che aveva paralizzato le ricerche e disperso gli archivi, il Ministero della Cultura e l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali lanciarono un appello a livello nazionale: salvare la letteratura orale delle minoranze prima che questa scomparisse. Centinaia di istituti locali, università e dipartimenti di cultura risposero all’appello. Ogni provincia istituì comitati di raccolta e redazione. Il mandato era duplice: documentare il patrimonio orale e presentarlo in una forma coerente con la classificazione etnica ufficiale stabilita dallo Stato a partire dal 1954.

Ogni gruppo etnico riconosciuto — le 55 minoranze, oltre alla maggioranza Han — doveva essere rappresentato all’interno della serie. La struttura dei volumi veniva a essere organizzata secondo precisi sottogeneri letterari: una sezione dedicata ai miti delle origini, una ai racconti eroici, una a fiabe e leggende, una alle canzoni popolari, una alle storie d’amore, e così via.11)Ci sono alcune variazioni nella classificazione dei sub‑generi da volume a volume, motivate da differenze interne sulla definizione di particolari generi e sotto‑generi. Per un esempio, si veda l’indice del volume dedicato all’area di Tianjin: 中国民间文学集成全国编辑委员会, 中国民间故事集成·天津卷 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2004). Questa suddivisione, apparentemente solo formale, rifletteva in realtà una visione politica: la cultura di ciascuna provincia e area geografica doveva apparire come un corpus unitario e coerente, specchio di un carattere collettivo riconoscibile.

Il lavoro cominciava quasi sempre con spedizioni etnografiche. Squadre di ricercatori — spesso composte da linguisti, docenti locali, studenti, talvolta artisti — si recavano nei villaggi dove innanzitutto cercavano persone disposte a collaborare, ascoltavano le narrazioni e i canti, e li trascrivevano. Molti di loro ricordano ancora oggi le difficoltà materiali: traduzioni simultanee in più lingue, viaggi di giorni su strade sterrate, etc.12)Wang Yan, “口头诗学的田野中国民间文学的方法想象与本土实践”, Zhongguo Wenxue Piping, 5, 2025, 116–123). I testi venivano poi tradotti in cinese mandarino e, in alcuni casi, anche traslitterati dalle lingue parlate del posto con sistemi fonetici inventati o perfezionati appositamente. Quindi veniva la fase di revisione e normalizzazione: il linguaggio orale veniva reso “leggibile”, talvolta includendo anche modifiche come l’attenuazione dei riferimenti ideologicamente scorretti.

Il risultato era un equilibrio instabile tra fedeltà e adattamento. Come ha notato più di uno studioso, ciò che le Tre grandi raccolte offrono non è la voce diretta delle comunità, ma una rappresentazione mediata: testi locali filtrati attraverso la lente dei ricercatori, per essere inseriti in un formato editoriale standardizzato.13)Mark Bender, The Borderlands of Asia: Culture, Place, Poetry (Rochester, NY: Cambria Press, 2017). Tuttavia, senza quel lavoro, una parte immensa del patrimonio orale cinese sarebbe probabilmente andata perduta per sempre.

Le Tre grandi raccolte non sono solo una raccolta di testi: sono anche una macchina di classificazione. Ogni volume si apre con un saggio introduttivo, scritto da studiosi o funzionari culturali, che definisce i tratti essenziali della letteratura di una determinata regione e dei gruppi che la abitano: il “carattere eroico” degli Zhuang del Guangxi, la “sensibilità poetica” dei Dai dello Yunnan, la “spiritualità” dei tibetani nel Gansu.14)Si vedano, rispettivamente, Zhongguo Minjian Wenxue Jicheng Quanguo bianji weiyuanhui,中国民间故事集成·广西卷 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2001); Id., 中国民间故事集成· 云南 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2004; e id., 中国民间故事集成· 甘肃卷 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2001.

Queste introduzioni funzionano come ritratti identitari, condensando la complessità delle culture in formule riconoscibili. È un modo per “etnicizzare” la letteratura: assegnare a ogni gruppo un insieme di caratteristiche simboliche e morali che lo rendano distinto ma compatibile con l’armonia dell’insieme nazionale. La logica classificatoria è strettamente legata all’idea di duoyuan yiti — “molteplicità unificata” — che come abbiamo visto era divenuta, a partire dagli anni Cinquanta, la formula ufficiale per descrivere la composizione multietnica della Cina.15)Una delle pubblicazioni più influenti sul tema è quella del noto antropologo e sociologo Fei Xiaotong, che per primo elaborò in modo sistematico il concetto di duoyuan yiti geju (多元一体格局, “struttura plurale-unitaria”) per descrivere la formazione storica della nazione cinese. Fei Xiaotong, 中华民族多元一体格局 (Beijing: Zhongyang Minzu Daxue Chubanshe, 1989).

Nelle prefazioni alle antologie e nei resoconti dei ricercatori, il linguaggio della “scoperta” e della “salvezza” è onnipresente. Salvare i canti prima che si estinguano, salvare i racconti prima che gli anziani muoiano, salvare le lingue prima che si perdano. Ma dietro la retorica del salvataggio si intravede anche un’asimmetria di potere: chi “salva” parla da una posizione di autorità, e, nel momento in cui trascrive, traduce e pubblica, definisce ciò che conta come “patrimonio” da preservare. Così, la letteratura folkloristica minoritaria entra negli archivi nazionali come oggetto di studio, ma spesso perde la funzione viva di tradizione comunitaria.

Ciononostante, per molti scrittori appartenenti alle minoranze, le Tre grandi raccolte hanno rappresentato una risorsa fondamentale. Alcuni hanno attinto alle narrazioni tradizionali per riscoprire leggende dimenticate, o almeno sopite, e reinterpretarle in chiave contemporanea. Uno fra tutti è Alai (scrittore appartenente al gruppo dei tibetani, noto anche in Italia per il romanzo Rossi fiori del Tibet), che ha attinto all’epica tradizionale del re Gesar intrecciando l’epopea mitica di quest’ultimo con le vicende di Jigme,16)Per uno studio su Gesar, si veda Timothy Thurston, “Assessing the Sustainability of the Gesar Epic in Northwest China, Thoughts from Yulshul (Yushu) Tibetan Autonomous Prefecture”, Cultural Analysis, 17, 2, 2019, 47‑66). un pastore che diventato un bardo itinerante ne canta le imprese, come raccontato nel suo best-seller The Song of King Gesar (Gesa’er wang 格萨尔王).17)Sabina Knight, “China’s Minority Fiction”, World Literature Today, gennaio  2022). In questo modo, le narrazioni preservate grazie all’archivio statale hanno finito per generare anche forme di riappropriazione: una “seconda vita” del folklore, attraverso una reinterpretazione autoriale.

Oggi i volumi delle Tre grandi raccolte riempiono scaffali di biblioteche universitarie e uffici di cultura in tutta la Cina. Le loro copertine, sobrie ma colorate, recano spesso motivi grafici ispirati ai tessuti variopinti o alle decorazioni tradizionali delle minoranze. Sfogliandoli, si ha la sensazione di entrare in una grande biblioteca etnografica, dove ogni popolo occupa il proprio spazio, ordinato e catalogato. Ma quella biblioteca è anche una mappa mentale della nazione: un archivio che mostra, materialmente, come le élite politiche e culturali cinesi abbiano scelto di rappresentare la pluralità della Cina.

Nel suo insieme, le Tre grandi raccolte costituiscono una forma di “scrittura dello Stato” — una pratica che unisce la curiosità etnografica all’intento politico di produrre coesione. Una scrittura che è al tempo stesso un archivio di differenze e un dispositivo di unificazione. Le antologie non dicono solo cosa i popoli minoritari raccontano di sé, ma anche cosa lo Stato desidera che essi rappresentino: un mosaico armonioso, una polifonia in cui ogni voce ha il proprio posto e la propria funzione.

 Miti, eroi e anti-eroi: cosa raccontano i testi

Aprendo uno dei volumi delle Tre grandi raccolte, ad esempio uno di quelli dedicati alla provincia meridionale dello Yunnan, ci si imbatte in una sezione con testi dedicati ai miti alluvionali.18)Zhongguo Minjian Wenxue Jicheng Quanguo bianji weiyuanhui, 中国民间故事集成·云南 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2004), 162-224. Consideriamo tra questi, quello che apre la sezione: il racconto numero 56, intitolato “L’uomo uscito dalla zucca” (Hulu li chulai de ren 葫芦里出来的人).19)162-164. Come riportato in calce al racconto, questo fu raccolto fra la minoranza etnica degli Yi nella contea di Xiangyun nel 1986 da Lu Wenzhen e trascritto da Lu Shunxiang. Il racconto presenta un intreccio che fonde elementi familiari e cosmologici. La narrazione inizia con la storia di una famiglia in difficoltà: la madre malata, il fratello maggiore pigro e il fratello minore laborioso. L’episodio iniziale introduce i temi della responsabilità, della giustizia morale e della resilienza individuale.

La trama evolve in un’ambientazione sovrannaturale con l’intervento dell’“Osservatore del Fiume Giallo”, che avverte il giovane di un’imminente alluvione e gli fornisce il seme salvifico della zucca. Attraverso il seme, il protagonista ottiene una zucca magica che gli servirà da imbarcazione per sopravvivere al diluvio. Il racconto culmina con la moltiplicazione degli esseri umani, che emergono dalla zucca e ripopolano la terra, segnando così un legame tra sopravvivenza individuale e ordine cosmico.

La storia integra motivi universali del mito del diluvio e della creazione, comuni in molte culture (dentro e fuori la RPC), con elementi propri della tradizione Yi, come l’interazione con spiriti naturali e la centralità della gratitudine verso la natura.20)Per un testo introduttivo alla cultura Yi, si veda Wang Jichao, 彝文文献翻译与彝族文化研究 (Beijing: Zhongyang Minzu Daxue Chubanshe, 2005). Al tempo stesso, interpretato in chiave ecocritica, l’atto di riconoscere il contributo di ogni pianta e animale alla sopravvivenza umana rafforza un’etica di armonia con l’ambiente.

Dal punto di vista etnoletterario, il racconto mostra come la trascrizione in progetti editoriali come le Tre grandi raccoltetrasformi storie orali locali in patrimonio condiviso, fornendo al contempo strumenti per una “seconda vita” del folklore: la narrazione diventa un esempio di continuità culturale, reinterpretazione morale e simbolismo politico, in cui la sopravvivenza, la solidarietà e la rinascita assumono significati collettivi.

Il racconto del diluvio, proprio di altre minoranze della RPC,21)Per altri esempi di narrazioni alluvionali, si veda Victor Mair, “Southern Bottle-Gourd (hu-lu 葫芦) Myths in China and Their Appropriation by Taoism”, in Zhongguo shenhua yu chuanshuo xueshu yantaohui lunwen ji 中国神话与传说学术研讨会论文集, a cura di Li Yiyuan e Wang Qiugui, Hanxue yanjiu zhong xin congkan, 5, 1996). mostra come le differenze linguistiche e narrative vengano spesso minimizzate a favore di una lettura armonizzante: ciò che nella tradizione orale poteva rappresentare distruzione o rinascita diventa simbolo della resilienza collettiva e della coesione del popolo cinese. La storia dell’uomo uscito dalla zucca illustra perfettamente questa “seconda vita” del folklore: un mito antico che, preservato dall’archivio statale, viene riappropriato e reinterpretato in chiave contemporanea, fondendo tradizione, morale e ideologia nazionale, in una narrazione prevalentemente ottimista dell’azione umana.

Un altro nucleo narrativo centrale è quello degli eroi civilizzatori: cacciatori, fondatori, saggi o guerrieri che portano la conoscenza agli uomini, insegnano a coltivare, a forgiare il ferro, a domare i fiumi. In queste figure, la mitologia e l’etica socialista si incontrano e vengono riproposte non solo nelle antologie letterarie ma anche attraverso la rete. Nei racconti dei kazaki o dei mongoli, ad esempio, compaiono cavalieri che liberano il popolo dall’oppressione dei tiranni,22)Si veda, per esempio Abikhanova Gulzhanat, International motifs and plots in the Kazakh epics in China (on the materials of the Kazakh epics in China)”, Opción, 34, 85, 2018, 20‑43. mentre nelle leggende dei tibetani o dei qiang, santi e re introducono la scrittura e la legge.23)Hu Jordan, “The timeless legacy of the Qiang people in China”, SilverKris, 17 aprile 2017. Queste immagini, più o meno romanticizzate, trovano eco nei testi raccolti nelle antologie di letteratura folklorica.

Gli editor delle Tre grandi raccolte leggono questi personaggi alla luce della morale socialista: l’eroe diventa colui che serve il popolo, un modello di altruismo e dedizione collettiva. Le qualità tradizionali — coraggio, lealtà, ingegno — vengono reinterpretate come virtù rivoluzionarie. Il risultato è una sovrapposizione di tempi e linguaggi: la voce arcaica dei racconti si fonde con la retorica moderna della nazione. Come nei miti di Prometeo o di Cincinnato reinterpretati nelle moderne ideologie europee, anche in Cina la figura dell’eroe serve a costruire una pedagogia civica.

Non tutte le narrazioni, però, si piegano alla logica dell’unità e dell’armonia inter-etnica. Fra i tanti casi di questo tipo, mi limito qui a citare solo un esempio, quello relativo alla storia di Sigangli.24)Sigangli è la figura mitica considerata antenato di alcune minoranze etniche riconosciute della Cina sud-occidentale, tra cui gli Wa ed i Jingpo. Secondo il mito, Sigangli emerse da una caverna primordiale, guidando gli esseri umani verso il mondo esterno e fondando le prime comunità umane. Il testo è un mito della creazione che narra come furono formati il cielo e la terra, la separazione tra i due, la nascita dell’umanità e delle diverse etnie (Wa, Lahu, Dai, Han, nella versione consultata). Attraverso le azioni di divinità antropomorfiche, il mito spiega l’origine del mondo naturale, dei linguaggi, della scrittura e delle disuguaglianze sociali, culminando nella storia dell’uscita degli esseri umani dalla caverna di Sigangli. Numerosi passaggi nel testo parlano esplicitamente di disuguaglianza inter-etnica. Per esempio, viene raccontato che, dopo il diluvio:

“[l]e popolazioni Han e Dai godettero di ricchezza per un periodo più lungo. La ricchezza dei Lahu si disperse …, rendendoli meno ricchi degli Han e dei Dai. La ricchezza dei Wa si disperse completamente, e rimasero poveri, incapaci di arricchirsi di nuovo”.25)Zhongguo Minjian Wenxue Jicheng Quanguo bianji weiyuanhui, 中国民间故事集成·云南卷, 92.

I testi raccolti nelle antologie di letteratura folklorica, dunque, non sempre si prestano a una lettura nazionale e nazionalistica. Spesso parlano del rapporto intimo tra le persone e la natura, tra la comunità e il territorio. Tuttavia, anche qui l’apparato critico del Tre grandi raccolte tende a ricondurle a una cornice più ampia: le svariate minzu—come viene declamato nell’introduzione—“hanno sviluppato insieme il territorio della madrepatria e hanno creato e arricchito la sua cultura diversificata e la sua brillante storia con il loro diligente lavoro e il loro spirito indomito”.26)Ivi, 162-164. Tuttavia, una tale operazione di ricodifica rischia di appiattire le specificità locali, trasformando racconti che insistono sulla vita quotidiana e sulla reciprocità con l’ambiente in strumenti di legittimazione di un racconto nazional-unitario.

Una tensione irrisolta

Il passaggio dall’oralità alla scrittura è forse l’aspetto più radicale e meno evidente delle Tre grandi raccolte. Nella tradizione orale, i racconti erano (e alcuni continuano ad essere) fluidi: ogni cantore poteva variare la trama, adattare le parole all’occasione, improvvisare. La versione scritta, invece, fissa il testo una volta per tutte, rendendolo “autoritario”. Quasi tutti i volumi delle Tre grandi raccolte contengono, accanto al testo principale, frammentarie indicazioni sui cantori o sugli informatori. Ma nella maggior parte dei casi, le voci individuali si dissolvono dietro la forma impersonale del volume. Il folklore, nato per essere ascoltato, diventa così da leggere.

I testi delle Tre grandi raccolte, presi nel loro insieme, formano un immenso archivio di contraddizioni. Raccontano un mondo di differenze, ma vengono continuamente spinti verso la convergenza. I loro protagonisti sono pastori, pescatori, contadini, cacciatori — uomini e donne radicati in paesaggi specifici — ma le introduzioni li trasformano in metafore del “popolo cinese”. La raccolta che avrebbe dovuto registrare la pluralità finisce per suggerire una coralità semi-ordinata, una diversità disciplinata. Eppure, proprio in questa tensione risiede la forza dei testi: nonostante l’apparato ideologico, le voci locali riescono spesso a farsi sentire, talvolta solo come sottoforma di eco distorto.

Il progetto di riscrivere il folklore non si esaurisce con le Tre Grandi Collezioni. Dal 2017, sotto la presidenza di Xi Jinping, è stato avviato un nuovo programma, noto in inglese come Treasury of Chinese Folk Literature, che prosegue sulla falsariga della precedente iniziativa. Ci sarà la stessa enfasi su diversità e unità? Solo l’analisi delle fonti pubblicate potrà rivelare i reali elementi di continuità e di rottura rispetto alle esperienze storiche.

Mario De Grandis è ricercatore a tempo determinato (RTT) presso l’Università Ca’ Foscari Venezia dal maggio 2024. In precedenza ha lavorato come lecturer/assistant professor presso lo University College Dublin e come assistente editoriale della rivista Modern Chinese Literature and Culture (MCLC) presso la The Ohio State University. La sua ricerca si concentra sulla letteratura delle minoranze etniche cinesi (shaoshu minzu wenxue), e alcuni suoi recenti articoli sono stati pubblicati su Archiv orientální e Modern Chinese Literature and Culture. Attualmente Mario sta lavorando a DIVE, un progetto che esplora i miti di origine delle minoranze etniche della Repubblica Popolare Cinese.

Immagine: Pan-gu, gigante primordiale del mito.

References
1 Questo articolo è parte del progetto di ricerca DIVE, finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione Europea nell’ambito della borsa Marie Skłodowska-Curie (n. 101062349).
2 Ricercatori come Yang Yinliu, per esempio, hanno effettuato registrazioni su registratori portatili e a filo di canti popolari e rituali: Peter Micic, “Soundscapes of Memory: ethnomusicology in China”, Laodanwei.org, 2007. Altri report simili sono apparsi in quotidiani cinese, come per esempio Nan Chen, “The sound of traditional music goes online”, China Daily, 5 luglio 2022.
3 L’attuale configurazione in 56 minzu riconosciuti — 55 minoritari più la maggioranza Han — è il risultato di un vasto processo di classificazione condotto negli anni ’50. Squadre composte da antropologi, linguisti e funzionari statali raccolsero dati su lingua, costumi e memoria storica delle diverse popolazioni locali. Sulla base di tali indagini, lo Stato stabilì quali comunità dovessero essere considerate minzu distinte, definendone tratti culturali rappresentativi e fissando così, almeno amministrativamente, i confini identitari all’interno della nuova nazione multietnica. Sul processo di formazione dei gruppi etnici nella RPC si veda Thomas S. Mullaney, Coming to Terms with the Nation: Ethnic Classification in Modern China (Berkeley: University of California Press, 2010).
4 Liu Xicheng, 我与中国民间文学三套集成’”, Minzu yishu, (Beijing: Zhongguo zuojia xiehui, 2021).
5 Gao Selina J., Saving the Nation through Culture: The Folklore Movement in Republican China, (Vancouver: University of British Columbia Press, 2019).
6 Laurence A. Schneider, Ku Chieh-Kang and China’s New History: Nationalism and the Quest for Alternative Traditions, (Berkeley: University of California Press, 1971).
7 Dechao Li, “The Influence of Grimm’s Fairy Tales on Folk Literature Movement in China (1918-1943)”, in Grimms’ Tales around the Globe: The Dynamics of Their International Reception, a cura di Vanessa Joosen e Gillian Lathey, Series in Fairy-Tale Studies (Wayne: Wayne State University Press, 2014).
8 Per un’analisi approfondita del concetto di superstizione nella Cina moderna, si veda il saggio monografico di Rebecca Nedostup, Superstitious Regimes: Religion and the Politics of Chinese Modernity (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2009).
9 L’intepretazione ufficiale dei testi folkorici cambia diacronicamente. Nelle versioni tradizionali (pre-1911), il mito Huihui yuanlai associatio agli Hui—una minoranza etnica cinese caratterizzata da una tradizione Islamica—funge da racconto d’origine comunitario, radicato in genealogie locali e volto a legittimare la presenza islamica in Cina. Nelle versioni post-Mao, lo stesso nucleo narrativo viene invece riformulato nelle collezioni folkloriche statali per promuovere l’armonia etnica e inserire gli Hui nella narrativa ufficiale di una nazione cinese unificata. A tal proposito, si veda il mio saggio breve, Mario De Grandis, “Old Stories, New Needs: The Multiple Appropriations of the Chinese-speaking Muslims’ Origin Narratives”, The Irish Journal of Asian Studies, 6, 1: 94–114, 2020.
10 Juwen Zhang, “Folklore in China: Past, Present, and Challenges”, Humanities, 7, 2, 35, 2018).
11 Ci sono alcune variazioni nella classificazione dei sub‑generi da volume a volume, motivate da differenze interne sulla definizione di particolari generi e sotto‑generi. Per un esempio, si veda l’indice del volume dedicato all’area di Tianjin: 中国民间文学集成全国编辑委员会, 中国民间故事集成·天津卷 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2004).
12 Wang Yan, “口头诗学的田野中国民间文学的方法想象与本土实践”, Zhongguo Wenxue Piping, 5, 2025, 116–123).
13 Mark Bender, The Borderlands of Asia: Culture, Place, Poetry (Rochester, NY: Cambria Press, 2017).
14 Si vedano, rispettivamente, Zhongguo Minjian Wenxue Jicheng Quanguo bianji weiyuanhui,中国民间故事集成·广西卷 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2001); Id., 中国民间故事集成· 云南 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2004; e id., 中国民间故事集成· 甘肃卷 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2001.
15 Una delle pubblicazioni più influenti sul tema è quella del noto antropologo e sociologo Fei Xiaotong, che per primo elaborò in modo sistematico il concetto di duoyuan yiti geju (多元一体格局, “struttura plurale-unitaria”) per descrivere la formazione storica della nazione cinese. Fei Xiaotong, 中华民族多元一体格局 (Beijing: Zhongyang Minzu Daxue Chubanshe, 1989).
16 Per uno studio su Gesar, si veda Timothy Thurston, “Assessing the Sustainability of the Gesar Epic in Northwest China, Thoughts from Yulshul (Yushu) Tibetan Autonomous Prefecture”, Cultural Analysis, 17, 2, 2019, 47‑66).
17 Sabina Knight, “China’s Minority Fiction”, World Literature Today, gennaio  2022).
18 Zhongguo Minjian Wenxue Jicheng Quanguo bianji weiyuanhui, 中国民间故事集成·云南 (Beijing: Zhongguo ISBN Zhongxin, 2004), 162-224.
19 162-164.
20 Per un testo introduttivo alla cultura Yi, si veda Wang Jichao, 彝文文献翻译与彝族文化研究 (Beijing: Zhongyang Minzu Daxue Chubanshe, 2005).
21 Per altri esempi di narrazioni alluvionali, si veda Victor Mair, “Southern Bottle-Gourd (hu-lu 葫芦) Myths in China and Their Appropriation by Taoism”, in Zhongguo shenhua yu chuanshuo xueshu yantaohui lunwen ji 中国神话与传说学术研讨会论文集, a cura di Li Yiyuan e Wang Qiugui, Hanxue yanjiu zhong xin congkan, 5, 1996).
22 Si veda, per esempio Abikhanova Gulzhanat, International motifs and plots in the Kazakh epics in China (on the materials of the Kazakh epics in China)”, Opción, 34, 85, 2018, 20‑43.
23 Hu Jordan, “The timeless legacy of the Qiang people in China”, SilverKris, 17 aprile 2017.
24 Sigangli è la figura mitica considerata antenato di alcune minoranze etniche riconosciute della Cina sud-occidentale, tra cui gli Wa ed i Jingpo. Secondo il mito, Sigangli emerse da una caverna primordiale, guidando gli esseri umani verso il mondo esterno e fondando le prime comunità umane.
25 Zhongguo Minjian Wenxue Jicheng Quanguo bianji weiyuanhui, 中国民间故事集成·云南卷, 92.
26 Ivi, 162-164.