Nota introduttiva

Huang Li-chun (nata a Taipei nel 1979), nota anche come Sabrina Huang, è una giovane autrice taiwanese di successo, che ha conquistato il favore del pubblico soprattutto grazie ai suoi racconti brevi. Nel corso degli anni ha ottenuto innumerevoli premi letterari, come quello del quotidiano Shibao 時報 (China Times), nel 2005, per la categoria racconti brevi. L’omino del semaforo s’inciampa (Diedao de lü xiaoren 跌倒的綠小人), pubblicato per la prima volta nel 2000, fa parte della raccolta Una stanza sul mare (Haibian de fangjian 海邊的房間) del 2012.1)Huang Li-chun, Haibian de fangjian 海邊的房間 (Taipei: Lianhe wenxue chubanshe, 2022, prima edizione 2012), pp. 69-84.

I due protagonisti del racconto non sono grandi personaggi, al contrario, sono due giovani qualsiasi di ceto medio-basso. Li si potrebbe quasi definire “antieroi”, che cercano di cavarsela nel caos della capitale. I due sono disoccupati, non hanno motivazione né prospettive, sono delusi e annoiati; un ritratto con cui i giovani, non solo di Taiwan, si possono certamente identificare. Nella Taipei dei primi anni 2000, i giovani non sembrano più in grado di gestire la loro vita e soprattutto le aspettative sociali: con la fine della legge marziale, dopo il 1987, e lo sviluppo del paese in senso democratico, non hanno più gli stessi problemi dei genitori. I grandi ideali delle generazioni precedenti sembrano ormai parole polverose, prive di fascino e di significato, il boom economico rallenta e si fa largo un senso di insicurezza. Queste sono le condizioni in cui si sviluppa un certo mal de vivre tra i giovani, che si manifesta in solitudine, sfiducia e apatia. Tutto sembra manovrato dal caso e dall’arbitrio, niente è prevedibile, nemmeno il contenuto delle polpette di polpo, come afferma uno dei protagonisti. Tutti questi sono motivi ricorrenti nei racconti di Huang Li-chun, che ritraggono soprattutto i giovani di città coi loro problemi esistenziali. Si potrebbe citare, a mo di esempio, il racconto La gatta sta male (Mao bing 貓病), dalla stessa raccolta, dove una donna sola comincia a ferire di proposito il gatto per poter vedere il veterinario.

La lingua di Huang Li-chun riflette lo slang dei giovani taiwanesi, con le tipiche imprecazioni e i loro modi di dire. Il racconto si snoda attraverso dialoghi serrati e una “drammaturgia” che ricorda un’opera teatrale; del resto, uno dei protagonisti cita esplicitamente Aspettando Godot di Samuel Beckett.

Nella generale incertezza del futuro, l’unico appiglio sicuro per i protagonisti è un semaforo a un incrocio trafficato: l’omino verde prima o poi inciamperà, così dicono, e non li deluderà come tutti gli altri. I due amici stanno là seduti, all’incrocio, aspettando che accada.

 

L’omino del semaforo s’inciampa

“Che palle! Si decide o no a cadere?” Chiede Fighetta.

“Dovrebbe,” rispondo.

Fighetta è un mio compagno di liceo, un tipo strano. Ha la nostra età, ovviamente, ma sembra uno di quei vecchi che vendono polpette di pesce giapponesi. D’estate andavamo spesso a mangiare il gelato dopo il basket, tutti a torso nudo, e il gelataio diceva sempre: “Che bravo insegnante avete, è come uno di voi!” Lo chiamavamo tutti “vecchio zio”, nello slang di Taiwan, ma poi ci proibì di chiamarlo così. “Bene, allora ti chiamerò vecchia fighetta, ok?” Dissi io.

Fighetta era molto peggio e lo faceva infuriare, era scurrile, proprio questo era il bello!

“Fighetta!”

Volgare, ma molto efficace.

Negli ultimi tempi, pian piano, i semafori di Taipei vengono sostituiti, uno dopo l’altro. I vecchi modelli, quelli che stavi col fiato sospeso, perché non sapevi bene quando sarebbe venuto il verde o il rosso, non si vedono quasi più. Vengono rimpiazzati da quelli col countdown in alto, quando scatta il verde, e un omino che corre, in basso. Man mano che i secondi diminuiscono, l’omino accelera, finché si mette a correre come un pazzo.

A me non frega niente se l’omino del semaforo corre come un pazzo, a Fighetta invece fa pena: cammina e corre tutto il giorno, senza mai arrivare da nessuna parte.

Il vero problema è che i pedoni così non si divertono più: prima, ad ogni attraversamento, si doveva scommettere tutto sulla buona sorte, e sfidare il destino con coraggio.

A me e Fighetta sembrava all’improvviso molto noioso, altro che i bei vecchi tempi!

Poi però giunse voce che l’omino del semaforo, a volte, a intervalli irregolari (secondo alcuni ogni venti volte), negli ultimi due secondi di corsa veloce, s’inciampa. S’inciampa proprio. Non ti è mai capitato di vedere uno scemo che BUM sbatte il muso a terra? Questo fatto non ci diede pace per lungo tempo.

Ci mettemmo d’accordo di stare attenti all’omino, ad ogni attraversamento, per vedere se riuscivamo a beccarlo mentre inciampava. Per farla breve: era impossibile. Nel giro di tre mesi non lo avevamo visto inciampare nemmeno una volta.

Fighetta decise di fissare un giorno in cui sedersi a un incrocio e aspettare finché l’omino fosse inciampato. Per l’impresa scelsi il primo giorno dopo il licenziamento, e mi sedetti, insieme al disoccupato Fighetta, all’incrocio tra la Ren’ai e la Guangfu Sud, davanti ad un negozio di telefonia, per tenere d’occhio il semaforo. Volevamo veder inciampare l’omino.

Mattina, poco dopo le dieci. Compriamo al chiosco acqua minerale, gomme da masticare, sigarette e pane da toast. Tutto per sembrare dei disgraziati, sì, ma fighi. Io e Fighetta ci prendiamo una lattina d’acqua d’importazione Volvic, (in realtà vorremmo la Perrier, ma quel chioschetto sfigato non la vende), Fighetta sceglie per l’occasione un pacchetto di Davidoff (a dire il vero fumiamo entrambi le sigarette Lunga Vita), gomme da masticare alla menta di marca Bo’er (anche se in realtà preferisco le Feilei all’uva, con cui faccio palloni più grossi dei due palloni dell’attrice Amy Yip messi insieme… non so se mi spiego…) e del pane con packaging stiloso.

Due sfigati di un certo livello.

E facciamo la nostra figura.

Fighetta aveva una laurea, e pensava di essere come un eunuco: “non è che ho fatto niente di sbagliato, davvero, ho studiato letteratura angloamericana, ma non sono mai stato all’estero”, diceva, “proprio come un eunuco: è chiaro che è un uomo, ma gli manca il pacco”.

Ecco perché Fighetta non ce l’aveva fatta ad arrivare in alto, ma nemmeno era caduto troppo in basso. Del resto, gli uomini che studiano lettere non hanno mai grandi prospettive. Oltretutto Fighetta è super selettivo; qualche anno fa, era neolaureato, se ne usciva spesso con un: “Questo non fa per me”. “E per chi dovrebbe essere?” Gli rispondevo.

Al che alzava gli occhi al cielo con un’aria da spettro di affogato, dopo otto giorni che galleggia in una fogna.

Mattina, undici e ventisette, neanche una nuvola, neanche un aereo, anche il blu del cielo non dice niente. C’è un vento stranamente fresco per Taipei, e non dice niente neanche lui.

Rimprovero Fighetta per aver scelto proprio un posto di merda; a Taipei è pieno di incroci, c’era l’imbarazzo della scelta, solo in questo punto il countdown del semaforo dura più di novanta secondi, che uno ad aspettare si stufa. Per non parlare poi dell’aria mefitica!

“Sembra che stiamo aspettando Godot”, dice Fighetta.

E io, sbuffando: “aspettiamo che s’inciampi un omino”.

Ma questa volta non inciampa.

Mattina, dodici e cinque.

Entrambi un po’ stanchi, abbiamo già fatto fuori metà del pane, ma i nostri stomaci sono completamente vuoti. L’acqua è finita da un pezzo, ci sono rimasti solo mezzo pacchetto di cicche e due gomme da masticare, non parliamo neanche più. Fighetta, con gli occhi a fessura, sta seduto appoggiato all’indietro sulle mani, intanto che io fisso la luce del semaforo con sguardo assonnato. Il conto alla rovescia procede: 98, 97, 95, 96…come un riflesso del passare del tempo.

Domando a Fighetta: “Non dicevano che succede una volta ogni venti? Non può essere puramente casuale! A quanto stiamo adesso?”

“Mmh, alla ventottesima.”

“Ventotto?” Dico stupito: “Non ventisei?”

“Ma no, sono ventotto!”

“Ti sbagli, ho contato esattamente ventisei volte!”

“Ma io ne ho contate ventotto”, dice Fighetta, “hai sempre fatto schifo in matematica!”

“Perché tu invece saresti bravo in matematica? Facciamo schifo tutti e due! Facevi l’esame di riparazione con me tutti gli anni.”

“Cazzate, solo l’anno del passaggio al liceo ho avuto l’esame di riparazione di matematica, chiaro?”

“Ma che stronzate vai sparando? Hai fatto gli esami di riparazione tutti e tre gli anni, questo è fuori dubbio”.

“Mettiamo anche che io abbia fatto l’esame tutti e tre gli anni, e allora? Ho contato molto bene! Erano ventotto volte!”

“Ventisei!”

All’improvviso ci rendiamo conto di quanto assurdo e infantile sia litigare, ci fissiamo ammutoliti, come per concedere all’altro un po’ di ragione.

Poi sentiamo la colonna di macchine mettersi in moto: il nostro semaforo è diventato rosso. Ci siamo persi gli ultimi due secondi di omino verde. E se l’omino fosse inciampato proprio in quel momento? Nessuno può dare la colpa all’altro. Fighetta e io restiamo in silenzio.

Passano più di dieci secondi.

“Quest’ultima volta era allora la ventinovesima o la ventisettesima?” Domanda Fighetta.

Pomeriggio, le dodici e cinquantuno. Decidiamo di chiamare gli uffici amministrativi di Taipei, per domandare se l’omino del semaforo cade o no. Questo proposito ci galvanizza per due secondi, tiro fuori il cellulare e lo passo a Fighetta, che me lo restituisce.

“Non so il numero di telefono dell’amministrazione”, dico.

“Perché, io lo so invece?”

Silenzio.

“Mmh, a chi potremmo chiedere?” Dice Fighetta.

“Mmh”.

Ancora silenzio.

“Chiamo mia sorella, ok?” propongo.

“Tua sorella non lavora a Xinzhu?”

“Beh, e allora?”

“Se lavora a Xinzhu, come fa a conoscere il numero di telefono degli uffici amministrativi di Taipei?”

“Tu sai chi è l’attuale presidente americano?”

“Clinton.”

“Sei di Taiwan, come lo sai chi è il presidente dell’America?”

Terzo momento di silenzio.

Mia sorella lavora nel distretto high-tech, la chiamo al cellulare, e risponde con compostezza e cordialità: “Mi voglia scusare, sono in un meeting, dirò alla segretaria di trovare il numero e di richiamarla.” Mi dichiaro d’accordo e la immagino raccontare al suo capo, dopo aver riattaccato, compita e professionale, di quanto sia importante il cliente con cui ha appena parlato. La segretaria mi dà vari numeri di telefono, la ringrazio.

Li chiamiamo tutti: centralino, servizi alla cittadinanza, ufficio del genio civile, ufficio per lo sviluppo urbanistico, amministrazione degli edifici pubblici, asilo per i dipendenti comunali, manutenzione dei luoghi pubblici, ufficio reclami, ufficio sanitario, ente per la riqualificazione urbanistica, ufficio di controllo per l’etica negli uffici pubblici, assessorato all’ambiente, assessorato ai lavori pubblici, segreteria. Dopo aver accumulato un’enorme bolletta, veniamo finalmente indirizzati all’ufficio viabilità.

Ecco la risposta: “Non ne siamo sicuri neanche noi, forse sì, forse no.” La voce piatta all’altro capo del telefono mi fa presente, in tono cordiale: “abbiamo una hotline gratis, al numero 080, nel caso aveste altre domande.” Ringrazio e richiudo il cellulare.

Pomeriggio, l’una e trentanove. Fighetta propone: “Hei, siamo vicini al municipio, andiamo là direttamente e chiediamo al sindaco Ma Ying-jeou, ok?”

Non emetto un fiato, scarto l’ultima gomma, e me la infilo in bocca. Le macchine passano rombanti davanti ai nostri occhi, una dopo l’altra; chissà da dove vengono e dove sono dirette.

A quel punto, Fighetta ed io non abbiamo più niente da dirci. Il sole non scotta, è solo molto luminoso, non so come stia Fighetta, ma nella mia testa continua a girare una canzone che ho sentito da qualche parte…

You’ll wish that summer could always be there…

You’ll wish that summer could always be there…

You’ll wish that…

E poi l’omino s’inciampa.

“È inciampato”, dice Fighetta.

“Davvero”.

All’inizio pensavo che io e Fighetta avremmo fatto le capriole e che ci saremmo abbracciati, gridando e saltando su e giù dalla gioia. Mi ero immaginato una specie di party di carnevale, e che avremmo festeggiato come quelle ballerine di samba che danzano con frutti esotici appesi dappertutto.

Ma io e Fighetta non muoviamo un muscolo.

Il tempo sembra non avere più alcuna importanza. La canzone nella mia testa si zittisce.

Quell’attimo, in cui l’omino del semaforo ha toccato terra, continua a ripetersi nelle nostre menti, impresso sulle nostre retine. Suppongo che Fighetta debba sentirsi come me: mentre fissa l’andirivieni di passanti e automobili, gli affiora un sorrisetto soddisfatto.

Mi accendo una sigaretta ed espiro nuvole di fumo, Fighetta dondola impercettibilmente avanti e indietro.

“Figata!”

“È come quando vinci un centone alla lotteria”.

“È come quando mangi un milione di polpette di polpo, e finalmente ne becchi una con vero polpo dentro.”

“Come dici?”

Mi alzo sbattendomi la polvere dai pantaloni: “A proposito di polpette di polpo, ho fame, andiamo a prenderci qualcosa da mangiare.”

Fighetta non si muove, scuote soltanto la testa.

“Voglio vedere ancora una volta l’omino che inciampa.”

“Ma sei impazzito?” Sono sotto shock. “Quanto hai intenzione di aspettare? È tutto casuale, ok? Anche se non lo fosse, abbiamo la prova che bisogna aspettare molto a lungo! Tu sei fuori!”

Fighetta alza lo sguardo verso di me: “ne abbiamo entrambi l’assoluta certezza: basta continuare ad aspettare e lo vediamo di sicuro. Si deve solo aspettare, niente più”. “Cos’altro esiste al mondo di così sicuro?”, domanda Fighetta, “devi solo aspettare”.

“Aspettare sì, ma quanto? Finché piove? Finché un cretino ubriaco t’investe?”

“Sono stato già fregato troppo spesso da false lusinghe”, dice Fighetta senza alzare lo sguardo, continuando a fissare il semaforo, come rapito. A causa di queste bugie, tu sai bene quanto abbia atteso, a vuoto, telefonate, chiamate, stronzate, cagate. Può darsi che non vincerai mai alla lotteria, neanche se prendi otto milioni di biglietti, ma questa cosa”, indicandolo con la mano, “quest’omino non mi prenderà in giro”.

“Ma non abbiamo già aspettato abbastanza? Quell’omino di un attimo fa, lo abbiamo già aspettato!”

Fighetta si massaggia le tempie con la testa poggiata sui ginocchi, io gli sto a fianco e respiro la strada col suo mix di gas di scarico e polvere. La strada intera ci sfila davanti.

Passa molto tempo.

“Hai ancora sigarette?” Chiede Fighetta.

“No, mi sono fumato l’ultima”.

“Come ti sembrano le Davidoff, sono buone?”

“Ma va’, fanno schifo! Le Lunga Vita sono meglio”.

“Dai, compriamoci due pacchetti di Lunga Vita, poi possiamo guardare una videocassetta da me, ieri ho noleggiato ‘Il Dio della cucina’”.

“Non lo fanno vedere tutto il giorno alla tv via cavo? Un bello schifo hai noleggiato!”

“Ti va di vederlo sì o no?”

“Sì, dai”.

“Allora smettila di dire stronzate!”

“Hei, scemo!”

“Che c’è?”

“L’omino del semaforo non va da nessuna parte, giusto?”

“No, non credo”.

“Ma noi lo abbiamo visto davvero inciampare, no?”

“Sì”.

“È inciampato veramente?”

“Sì, veramente”, rispondo, e afferro la sua mano, tesa verso di me. “L’omino del semaforo è davvero inciampato”.

Traduzione di Chiara Bocci

Chiara Bocci ha conseguito un dottorato in sinologia all’università Ludwig-Maximilian di Monaco di Baviera, dove ricerca e insegna dal 2012. Si occupa principalmente di Cina antica, di materia medica (bencao 本草), e di animali. Nel 2021 è uscita la monografia On Feathers and Furs. The Animal Section in Duan Chengshi’s 段成式 Youyang zazu 酉陽雜俎 (ca. 853).
Si interessa anche di teatro cinese moderno traducendo in tedesco due opere di Gao Xingjian 高行健: Shanhaijing zhuan 山海經傳 (“Storie dal Libro dei monti e dei mari”), pubblicato nel 2018, e Duoyu 躲雨 (“Al riparo dalla pioggia”), di prossima uscita.
Immagine: Una stanza sul mare, copertina del libro

References
1 Huang Li-chun, Haibian de fangjian 海邊的房間 (Taipei: Lianhe wenxue chubanshe, 2022, prima edizione 2012), pp. 69-84.