Anche il seguente articolo si inserisce nel contesto di un dibattito più ampio che ha smosso il mondo accademico cinese, incentrato sul tema del miglioramento della capacità di comunicazione della diplomazia cinese nel contesto internazionale. Questo dibattito nasce in seguito alla pubblicazione di un articolo sull’argomento da parte del professor Zhang Feng, intitolato “Perché il discorso diplomatico cinese è così difficile da comprendere?”, dove appunto discute della difficoltà di comprendere, soprattutto nella comunità internazionale, alcuni concetti chiave della diplomazia cinese, come “cooperazione win-win” o “comunità dal destino condiviso”. A questo proposito, Su propone un’idea interessante: sebbene a volte sia utile adattarsi alle preferenze dei paesi stranieri per rendere i concetti cinesi più comprensibili, è altrettanto importante lavorare per modificare quelle stesse preferenze, cercando di cambiare la percezione internazionale mantenendo allo stesso tempo l’autenticità del discorso cinese, senza cedere a un’adozione acritica dei modelli linguistici e concettuali altrui, mirando invece a creare un linguaggio diplomatico che rispecchi i valori e la cultura cinese (ndc).
Parliamo in modo pragmatico di come migliorare le capacità del discorso diplomatico cinese
La diffusione a livello internazionale del discorso accademico cinese ha portato anche alla diffusione dell’idea secondo cui esso sia autoreferenziale e incomprensibile agli altri. Secondo altre opinioni, lo stesso vale anche per il discorso politico e diplomatico ufficiale, con inevitabili conseguenze sulla qualità della propaganda estera. Si è notato inoltre che i paesi vicini non comprendono termini come “vicinanza, sincerità, beneficio, tolleranza”, che concetti come “cooperazione win-win”, “armonia” ed altri siano privi di significato e via dicendo. Quindi, ci viene suggerito di trasformare il nostro discorso politico e diplomatico attraverso l’uso di un linguaggio comprensibile alla “società internazionale mainstream”. Come interpretare questo fenomeno e cosa dovremmo fare a riguardo?
Le politiche del discorso negli scambi internazionali
Il sistema discorsivo e i concetti, terminologie, nomi che costituiscono sono il vettore attraverso cui un popolo esprime il proprio pensiero utilizzando la propria lingua e parte integrante della sovranità culturale di una nazione. Tra le migliaia di lingue che esistono al mondo, alcune di esse hanno un’ampia influenza in particolari settori; tuttavia, non esiste una singola lingua mondiale condivisa. In passato, in Asia Orientale è esistita una sfera culturale cinese, ma in seguito alla “de-sinizzazione”, la lingua cinese non è stata più utilizzata nella vita quotidiana di questi paesi; in Europa, quando il portoghese, lo spagnolo e il francese erano dominanti nei loro rispettivi stati, diventarono lingue diplomatiche largamente utilizzate; nella Comunità degli Stati Indipendenti esiste ancora una zona dove si parla russo; l’inglese ha tratto beneficio dagli incessanti sforzi del Regno Unito e dall’ascesa degli Stati Uniti e attualmente ha un’ ampia di influenza sul mondo. Al mondo esistono inoltre diverse regioni linguistiche dove si parla inglese, francese, russo, spagnolo, portoghese, arabo ecc.. L’espansione dell’ambito di utilizzo della lingua di un paese può portare ad esso grandissimi benefici economici e culturali e questo fenomeno ha dato vita al ramo dell’economia linguistica. Quando si incomincia ad interagire con l’altro, è normale che inizialmente non ci si capisca subito, in quanto le differenze linguistiche inevitabilmente ostacolano la comunicazione tra vari sistemi di espressione del pensiero. Per superare al meglio queste difficoltà bisogna ricorrere all’aiuto degli scambi culturali. Tuttavia in tali scambi spesso entrano in gioco rapporti di forza. Quando il discorso politico e diplomatico occidentale entrò per la prima volta in Cina, anche la classe dei “letterati” cinesi si lamentò della sua incomprensibilità. Quando tre, quattro secoli fa i missionari europei arrivarono qui, i rapporti di potere tra l’Occidente e la Cina vedevano quest’ultima in una posizione dominante rispetto a primi. Per questo motivo, nel tentativo di evangelizzare la Cina senza imbattersi in troppe difficoltà, i missionari si conformarono alla cultura cinese, traducendo i propri termini attraverso il suo vocabolario culturale, ovvero adottarono la strategia dell’“usare il confucianesimo per spiegare il cristianesimo” e dell’“usare la Cina per spiegare l’Occidente” al fine di introdursi nel sistema cinese e pretendere di trasformarlo, anche se con scarsi risultati. Successivamente, in seguito alla modifica dei rapporti di forza e all’ascesa della consapevolezza e della fiducia culturale dell’Occidente, smisero di spiegarsi attraverso i criteri culturali cinesi e contrattaccarono con forza in maniera diretta, adottando al contrario la strategia di “utilizzare il cristianesimo per interpretare il confucianesimo” e di “utilizzare l’Occidente per interpretare la Cina”: riacquisendo la loro soggettività, hanno modificato il discorso cinese e hanno interpretato la Cina secondo i propri criteri.
Dopo anni di duro lavoro, possiamo accorgerci che nel contesto dell’assetto culturale sino-occidentale, gli intellettuali cinesi generalmente riescono a comprendere concetti, terminologie, nomi e sistema discorsivo specifici dell’inglese, tuttavia, ciò non prova che le lingue o i sistemi discorsivi altrui siano migliori o che rendano più facile la comunicazione e la comprensione; al contrario, è a causa dell’imparità e delle asimmetrie presenti nello scambio culturale che gli stranieri trovano più difficoltà nel capire il ricco lessico di governo e il discorso politico e diplomatico cinese. Il loro “non capire” non implica l’esistenza di ostacoli comunicativi nel nostro discorso politico e diplomatico, ma deriva dalla mancanza di familiarità con la lingua cinese o con la cultura politica e diplomatica cinese, per questo non dobbiamo erroneamente pensare che il nostro discorso abbia difetti fondamentali di comunicazione o perché troppo vasto e “vuoto” o perché la sua logica sia impropria. Inoltre, se un paese straniero cercasse con impegno di esprimere le proprie questioni politiche e diplomatiche in cinese, anche i cinesi potrebbero trovarsi di fronte al problema di “non capire”. Pertanto, la chiave della questione sta nel far sì che sempre più stranieri comprendano la Cina attraverso lo studio della lingua cinese. Quando il numero di persone che conosce la nostra lingua aumenterà, questo problema non esisterà più. Infatti, per quanto ne so, alcuni degli stranieri che si occupano dello studio della diplomazia e della politica cinese e che capiscono la lingua, così come coloro che fanno affari in Cina, riescono a capire i comunicati delle sessioni plenarie del Comitato Centrale del PCC o gli articoli del Renmin Ribao tanto quanto i cinesi. Queste persone quindi comprendono molto bene il nostro discorso politico e diplomatico.
Alcuni metodi per migliorare le capacità discorsive e i loro effetti
Il discorso talvolta si trasforma in una strategia di diplomazia culturale, specialmente quando si utilizza il proprio sistema discorsivo per coprirne, oscurarne e rimpiazzarne un altro al fine di assimilarlo, disciplinarlo o isolarlo. Per esempio, un metodo di isolamento utilizzato dal sistema discorsivo dominante sta nell’affermare che ciò che viene detto dalla controparte sia incomprensibile, non professionale, manifesti la sua incompetenza e non segua la linea internazionale, tutto ciò sempre al fine di rimproverarlo ed educarlo.
Dieci anni fa, quando la Cina ha proposto il principio del “mondo armonioso” a livello internazionale, la reazione generale dell’opinione pubblica occidentale è stata quella di giudicare questo concetto come ampio e vuoto, incomprensibile, troppo cinese. Dal puro punto di vista accademico, l’“armonia” è un buon concetto, e, se lo si dichiara “ampio e vuoto”, allora anche i concetti occidentali di “libertà” e “democrazia”, accuratamente elaborati per secoli dall’Occidente, possono essere definiti ancora più ampi, vuoti e pienamente ambigui. I lettori avranno regolarmente notato che attualmente si parla di “nuovi tipi di relazioni tra grandi potenze”, “vicinanza, sincerità, reciproco vantaggio, tolleranza”, “comunità umana dal destino condiviso”,1)Entrano qui in scena due termini fondamentali del pensiero di Xi Jinping, “新型大国关系” e “命运共同体” che, in breve, indicano rispettivamente il nuovo approccio diplomatico cinese che promuove relazioni internazionali basate sulla cooperazione pacifica, il rispetto reciproco e l’equilibrio tra le grandi potenze, favorendo il multilateralismo e la coesistenza armoniosa, ed un concetto che enfatizza l’idea di un mondo interconnesso, dove tutti i paesi condividono un destino comune e sono responsabili l’uno dell’altro nel risolvere le sfide globali. ecc. L’opinione pubblica e gli ambienti accademici anglofoni spesso affermano che questi concetti fondamentali sono troppo vuoti e mancano di uso pratico, in più ne diluiscono il significato attraverso varie interpretazioni e talvolta addirittura li stigmatizzano. In sintesi, non importa quanto siano buoni i tuoi concetti o la tua terminologia, se non sono appartengono allo standard, allora non verranno compresi. Siccome questa strategia di dissezione del discorso ha degli schemi regolari, essa richiede che gli studiosi posseggano capacità di discernimento accademico e culturale di base al riguardo. Esistono molte altre tecniche operative e disciplinari nella politica del discorso, che però a causa dei limiti di spazio, non verranno discusse qui. Inoltre, per quanto riguarda la teoria del discorso, prima di Foucault, l’antica scienza dei nomi cinese aveva in realtà discusso a lungo su questo tema.
Esistono modi diversi di affrontare la competizione discorsiva, ognuno con i propri effetti.
Il primo metodo consiste nell’assecondare le preferenze della parte con il discorso dominante ed esprimersi in conformità con le sue abitudini e i suoi criteri. In questo caso, sotto l’influenza del suo sistema di valutazione, la parte più debole spesso riceve immediatamente elogi, ma in modo inconscio viene disciplinata e assimilata. Ad esempio, se al fine di far comprendere la politica cinese, abbandonassimo i concetti che i lettori occidentali tendono a non accettare come quelli di socialismo, centralismo democratico, relazioni centro-periferia e altri e usassimo invece concetti come capitalismo di stato, autoritarismo, federalismo per condurre i nostri studi sulla Cina, certamente verremo capiti, tuttavia il sistema concettuale della nostra politica verrà smembrato e attraverso la nostra stessa ricerca ci trasformeremo inconsapevolmente in una “creatura irriconoscibile”.
Il secondo metodo perseguibile dai paesi che hanno una certa ambizione culturale consiste nel cercare di entrare nel sistema della controparte e competere con essa per il potere discorsivo. Inizialmente questo metodo potrebbe dare i suoi frutti, ma è difficile predirne l’effetto a lungo termine. I fatti confermano che prima che si possa imparare ad utilizzare le espressioni altrui per migliorare il proprio potere discorsivo, il proprio discorso e il proprio sistema di valori potrebbe perdersi ed essere lentamente inglobato dall’altro. La storia dell’antica Cina fornisce un esempio classico di questo fenomeno. Quando le minoranze etniche si insediarono nelle pianure centrali, furono assimilate nel processo di sinizzazione: non riuscirono a cambiare le pianure centrali, bensì furono cambiate da esse. Supponiamo ora che ci sia un grande paese al mondo, che, nel suo tentativo di trasformare l’altro e migliorare il proprio potere discorsivo, entri nel sistema espressivo anglofono: il risultato finale potrebbe essere lo stesso dell’esempio precedente. Proprio quando pensi di aver finalmente ottenuto questo potere, in realtà sei già diventato una parte dell’altro e non sei più te stesso.
Il terzo metodo è insistere sulla propria soggettività, utilizzare il proprio discorso fondamentale per spiegarsi chiaramente e allo stesso tempo spiegare gli altri senza mai arrecare danno alla loro dignità culturale. Solo i paesi la cui civiltà costituisce un sistema autonomo hanno queste ambizioni e devono necessariamente averle. Questo metodo richiede uno sforzo costante attraverso l’educazione e l’insegnamento per far sì che gli altri comprendano i propri concetti e termini.Ad esempio, nell’ambito della strategia di traduzione della produzione accademica cinese all’estero, si dovrebbe provvedere al finanziamento di esperti stranieri che conoscano il cinese e che quindi possano occuparsi di essa. Durante il processo di traduzione, attraverso la consultazione di dizionari e altri metodi, questi studiosi possono gradualmente comprendere i concetti e le espressioni uniche usate dai circoli accademici cinesi, portando alla diffusione di questi concetti ed espressioni. Facciamo un ragionamento inverso: i concetti delle scienze sociali occidentali sono tutti tradotti dagli stessi studiosi cinesi e raramente mi è capitato di leggere libri di autori occidentali che abbiano investito energie preziose per tradurre in cinese e pubblicare in Cina le proprie opere. Ovviamente, questa situazione è connessa al modo con cui noi attivamente cerchiamo di apprendere dall’esterno, o come si dice, se vuoi comprendere, devi prima superare; se vuoi superare, devi prima tradurre.2)“欲求会通,必先超越,欲求超越,必先翻译”: questa frase è una rielaborazione del concetto espresso da Xu Guangqi, uno degli intellettuali più importanti della dinastia Ming, convertitosi al cristianesimo e noto per il suo impegno nel portare il sapere occidentale in Cina, in particolare attraverso la collaborazione con il gesuita Matteo Ricci. La versione originale della frase, che si trova nel suo pensiero, recita: “欲求超胜,必先会通;会通之前,必先翻译”, che può essere tradotta come “Se si vuole conquistare, bisogna prima comprendere; prima di comprendere, bisogna tradurre”. La frase mette in evidenza come la traduzione non solo consenta di comprendere concetti esterni, ma sia anche il punto di partenza per il loro superamento, quindi degli schemi culturali e intellettuali che rappresentano. Tuttavia, dal punto di vista della strategia culturale nazionale, questo è solo un processo, l’obiettivo ultimo è quello di formare persone al di fuori della Cina che possano aiutarci a diffondere i nostri concetti e il nostro discorso. Secondo le statistiche, all’estero ci sono attualmente 70 milioni di persone che studiano il cinese; supponendo che queste persone abbiano la capacità di conoscere e comprendere la nostra cultura a partire dalla conoscenza di base dei caratteri cinesi, essi possono facilmente entrare in sintonia e sentirsi vicini valori quali “vicinanza, sincerità, beneficio e tolleranza”, “armonia” e “giustizia e profitto”3)Yìlìguān 义利观: giustizia e profitto, un altro concetto di matrice confuciana che indica la tensione tra fare ciò che è moralmente giusto e perseguire i propri interessi, cercando di raggiungere un equilibrio tra i due http://english.scio.gov.cn/featured/chinakeywords/2022-11/11/content_78514270.htm. menzionati nel nostro discorso diplomatico, e non esisterà alcun problema di incomprensione o interpretazioni errate.
Fornire al mondo nuovi concetti, espressioni e categorie cinesi
Alcuni pensano che poiché il pensiero olistico cinese basato sull’alternanza tra Ying e Yang non viene capito, allora per elaborare il discorso diplomatico dovremmo adottare l’individualismo e il pensiero volto all’interesse tipicamente occidentali. Anche se a volte è giusto adattarsi alle preferenze altrui durante il processo di localizzazione dei concetti e delle teorie in paesi stranieri, ciò che è necessario è proprio cambiare tali preferenze. Pensiamola al contrario: e se il pensiero olistico cinese fosse un vantaggio? Se la creazione di un mondo armonioso e simbiotico richiedesse un pensiero olistico e non uno individualista? Se la civiltà politica umana fosse in realtà tormentata dal pensiero individualista e per compensare le carenze causate da esso richiedesse un pensiero olistico? Se stessimo attualmente sperimentando gli effetti negativi di un pensiero eccessivamente individualistico e di una mancanza di pensiero olistico? Se le scienze politiche e le attività diplomatiche avessero un pensiero più olistico, le persone istruite in questo senso sarebbero più propense a vedere il mondo dalla prospettiva di una coesistenza armoniosa, contribuendo così alla pace nel mondo? A questo proposito, Roger Ames, studioso americano di filosofia cinese, ha scritto un articolo che sottolinea il ruolo positivo del pensiero relazionale e olistico nel compensare il pensiero binario e conflittuale occidentale.
Spesso, nella politica del discorso si verifica un fenomeno scomodo. Nel momento in cui si abbandonano i propri valori fondamentali e si perde la propria eccellenza preferendo seguire le parole degli altri all’esprimere sé stessi, quando si dimenticano le proprie radici e la propria essenza, potrebbe allora arrivare qualcuno a raccogliere ciò che di bello si era gettato via, affermando che, in fin dei conti, si trattava di qualcosa di buono.
Allora quindi, come comprendere la frase “creare nuovi concetti, nuove espressioni e nuove categorie che integrino la Cina con il resto del mondo e costruire un sistema di discorso filosofico e delle scienze sociali con qualità, stile e dal carattere cinese”? Secondo la mia interpretazione, la chiave sta nel fornire al mondo nuovi concetti, nuove espressioni e nuove categorie provenienti dalla Cina piuttosto che crearne di altri che si adattino alle preferenze dei vari paesi.
Supponiamo che, al fine di rendere comprensibile il nostro discorso politico e diplomatico per i parlanti di lingua inglese, francese, russa, spagnola, portoghese, araba ecc. e per conformarci alle loro rispettive abitudini espressive, vengano creati diversi sistemi di espressione concettuale: le traduzioni che verrebbero prodotte non rischierebbero di risultare frammentarie e disarticolate? Il discorso politico e diplomatico di una grande potenza deve essere serio, rigoroso, preciso, autorevole, accurato e coerente, può essere compreso e spiegato solo secondo i suoi stessi standard politici e diplomatici. È impossibile sottoporlo a eccessive modifiche e aggiustamenti al fine di soddisfare un pubblico esterno dalle preferenze differenti. In realtà, il sistema discorsivo diplomatico e politico cinese ha fornito alla politica e alla diplomazia mondiale nuovi numerosi concetti, categorie ed espressioni: i Cinque Principi della Coesistenza Pacifica, la Belt and Road Initiative[5], la democrazia consultiva, lo sviluppo pacifico, la strategia del “nascondere le proprie capacità e attendere il momento propizio”, il relazionismo, la partnership senza alleanza, la visione rinnovata del rapporto tra giustizia ed interesse, la comunità umana dal destino condiviso. Senza questi concetti, gli stranieri non potrebbero comprendere la politica e la diplomazia cinese e, imparando a padroneggiarli, si stanno abituando alla saggezza e al pensiero cinese.
In virtù dell’ascesa della sua influenza a livello mondiale, la Cina deve focalizzarsi su sé stessa e descrivere il mondo utilizzando il suo vivido linguaggio.
Negli ultimi tempi, per descrivere la strategia diplomatica che recentemente gli Stati Uniti hanno incominciato ad adottare, alcuni studiosi hanno usufruito di un principio cinese per interpretare l’Occidente, ovvero quello del “mantenere un profilo basso”. In passato, molti studiosi americani erano soliti lamentarsi della sua inaccuratezza e del suo significato poco chiaro, oppure lo interpretavano erroneamente accostandolo a modi di dire quali “la vendetta di un gentiluomo non arriva mai troppo tardi” e “dormire sulla legna e assaporare la bile”. Forse, definendo la loro diplomazia in questo modo, finalmente riusciranno a comprenderne il significato. Al mondo, coloro che usano il concetto del “nascondere le proprie capacità e attendere il momento propizio” sono sempre di più, esso quindi non è più esclusivamente cinese, ma è diventato universale. Dopo aver completato la trasformazione da “nome proprio” a “nome comune”, il problema dell’autoreferenzialità scompare. Esistono altre tecniche simili di comunicazione discorsiva, perciò non le elencherò tutte una ad una.
Si dice che al mondo siano due le cose più difficili: far entrare le proprie idee nella mente degli altri e i loro soldi nelle proprie tasche. Il primo è lo scopo della predicazione, il secondo del fare affari, per questo coloro che hanno avuto più successo in questo senso sono stati i missionari e gli uomini d’affari. Se la missione religiosa fallisce e si finisce per credere nella fede altrui o se il commercio non ha successo e il denaro finisce nelle tasche degli altri anziché nelle proprie, allora si può parlare di un completo fallimento. Proprio per evitare ciò, il mondo religioso e quello commerciale hanno accumulato interi sistemi di tecniche per il marketing delle idee e dei prodotti, dando vita a regole universali che spesso passano inosservate. Certo, l’espressione e la diffusione internazionale del nostro discorso politico e diplomatico non hanno nulla a che vedere con il marketing e con il tentativo, tipico di alcuni paesi, di trasformare gli altri. Tuttavia, le esperienze e le regole di uso universale sviluppate in questi due ambiti rappresentano qualcosa che dovremmo studiare con attenzione.
Titolo originale del saggio: 让我们来务实地谈谈如何提升中国外交话语能力, pubblicato per la prima volta nel maggio 2015 su 澎湃新闻 (Pengpai Xinwen, The Paper) e su “红旗文摘”.
Immagine: copertina di un’opera curata dall’autore.
| ↑1 | Entrano qui in scena due termini fondamentali del pensiero di Xi Jinping, “新型大国关系” e “命运共同体” che, in breve, indicano rispettivamente il nuovo approccio diplomatico cinese che promuove relazioni internazionali basate sulla cooperazione pacifica, il rispetto reciproco e l’equilibrio tra le grandi potenze, favorendo il multilateralismo e la coesistenza armoniosa, ed un concetto che enfatizza l’idea di un mondo interconnesso, dove tutti i paesi condividono un destino comune e sono responsabili l’uno dell’altro nel risolvere le sfide globali. |
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| ↑2 | “欲求会通,必先超越,欲求超越,必先翻译”: questa frase è una rielaborazione del concetto espresso da Xu Guangqi, uno degli intellettuali più importanti della dinastia Ming, convertitosi al cristianesimo e noto per il suo impegno nel portare il sapere occidentale in Cina, in particolare attraverso la collaborazione con il gesuita Matteo Ricci. La versione originale della frase, che si trova nel suo pensiero, recita: “欲求超胜,必先会通;会通之前,必先翻译”, che può essere tradotta come “Se si vuole conquistare, bisogna prima comprendere; prima di comprendere, bisogna tradurre”. La frase mette in evidenza come la traduzione non solo consenta di comprendere concetti esterni, ma sia anche il punto di partenza per il loro superamento, quindi degli schemi culturali e intellettuali che rappresentano. |
| ↑3 | Yìlìguān 义利观: giustizia e profitto, un altro concetto di matrice confuciana che indica la tensione tra fare ciò che è moralmente giusto e perseguire i propri interessi, cercando di raggiungere un equilibrio tra i due http://english.scio.gov.cn/featured/chinakeywords/2022-11/11/content_78514270.htm. |

