Il seguente testo chiarisce le posizioni del professor Su Changhe riguardo alla teoria della “Simbiosi” (gòngshēng共生) nella disciplina della relazioni internazionali. In particolare, questo articolo nasce nel contesto di un botta e risposta tra Su, insieme al professor Ren Xiao, e altri due politologi, Chen Xuefei e Xiong Lili.

L’articolo di Su è infatti una risposta alle interpretazioni di Chen e Xiong riguardo al concetto di “sistema internazionale simbiotico” proposto con Ren in due precedenti testi. In particolare, Su contesta l’analisi di Chen, il quale interpreta la sua teoria come un modello orientato agli interessi piuttosto che alla civiltà, chiarendo invece che la sua idea di “simbiosi” è più vicina a una visione di ordine mondiale basato proprio su di essa, ovvero, si tratta di un ordine che promuove l’integrazione tra diversi sistemi di valori, superando una visione dell’ordine globale basata esclusivamente su interessi economici o politici. Allo stesso tempo, l’autore risponde a Xiong, che si interroga sulla natura del sistema dell’Asia orientale, discutendo se sia simbiotico o cooperativo. Su evidenzia come la discussione rischi di diventare inconcludente, poiché si potrebbero trovare argomentazioni valide sia per la tesi simbiotica sia per quella cooperativa, così come per altri modelli teorici. L’autore ribadisce che il vero nodo della questione risiede nella comprensione delle “relazioni tra civiltà” e nell’approfondimento del dibattito sull’ordine asiatico, evidenziando come la discussione accademica sul tema rischi di diventare dispersiva senza una chiara definizione dei suoi concetti chiave. In ultima analisi, il suo obiettivo non è quello di confutare le opinioni di Chen e Xiong, ma sottolineare che il dibattito accademico cinese non debba limitarsi a uno sterile scontro per determinare chi abbia ragione e chi torto, ma favorire un confronto che permetta di sviluppare e migliorare le teorie, evitando di dare troppa importanza alle etichette e alle categorizzazioni (ndc).

Costruire un nuovo ordine mondiale basato sul nuovo universalismo

Pensieri e risposte a due articoli di discussione: La simbiosi è saggezza di vita e saggezza politica.

[…]1)Nella seguente traduzione è stata tagliata la parte introduttiva dell’articolo, dove appunto Su spiega il motivo della sua creazione, già brevemente riassunto all’inizio del paragrafo 2.4.4. Il mio articolo fornisce solo un concetto cinese alla luce del quale le persone possano comprendere l’ordine mondiale e la relazione tra le grandi potenze. Voglio insistere sul fatto che, se la Cina vuole costruire il proprio sistema di discorso nelle scienze sociali, deve prima sostituire, coprire e oscurare i concetti occidentali con i propri concetti locali. I dibattiti accademici sorgono generalmente su questioni di valore o su questioni concettuali. Quando riguardano queste ultime, ricordano ciò che Sima Tan afferma in “Sugli elementi essenziali delle sei scuole”2)Il titolo originale dell’opera, risalente al II secolo a.c., è “论六家要旨” (lùn liù jiā yào zhǐ) a proposito degli “studi sui nomi”: “Gli studiosi dei nomi hanno un atteggiamento rigoroso e complesso, al punto che le persone faticano a comprenderne l’intento. Essi si concentrano sulle definizioni e finiscono per trascurare i sentimenti umani”. Ritengo che solo quando avremo formato un retroterra di conoscenza comune sulla teoria della “simbiosi” possiamo gradualmente formare una piattaforma di dialogo su di essa, svilupparla e migliorarla. Nell’ambito del dibattito accademico, lo scopo di questo articolo non è quello di dimostrare che l’articolo di Chen e l’articolo di Xiong sono sbagliati, ma di cercare di chiarire le mie opinioni sulla questione della simbiosi da loro poste. Il dibattito si concentra su chi ha ragione e chi ha torto, e ognuno deve sostenere le proprie ragioni, e questa è di per sé un’opposizione binaria e non è conforme alla filosofia della “simbiosi”. Pertanto, spiegherò prima i malintesi nei due articoli di discussione.

In primo luogo, la teoria della simbiosi non prevede l’assenza di contraddizioni. Nella sua elaborazione, insisto nel partire da punti fondamentali quali la dialettica tradizionale cinese della “giusta misura”,3)La dottrina del “giusto mezzo” o della “giusta misura” ( zhōngyōng 中庸) è uno dei principi fondamentali della filosofia confuciana. la dialettica materialista marxista, il materialismo storico e la “Teoria delle Contraddizioni” di Mao Zedong. Credo che le contraddizioni e i fattori di conflitto siano sempre esistiti, essendo questi parte della legge del movimento delle cose. Quando una vecchia contraddizione si risolve, può apparirne una nuova. Un mondo senza contraddizioni è allo stato più elevato d’armonia, ma lo stadio primario di un mondo armonioso non implica l’assenza di contraddizioni.  In altre parole, i liberali utopisti immaginano che il mondo esista in una condizione di vuoto o che esista un piano che possa completamente trasformarlo eliminando da esso le contraddizioni. Questa sono teorie utopiche, persino romantiche. Se non esistessero contraddizioni nella vita quotidiana o nelle relazioni internazionali, cosa faremmo noi studiosi o i politici? Il premio Nobel per l’economia Ronald Coase ha sottolineato che non esiste un mondo con costi di transazione pari a zero. Tradotto nel discorso della contraddizione, il mondo ne è pieno e non esiste senza di esse. Coase ha semplicemente affermato qualcosa di buon senso, il che non è una grande invenzione teorica.

Secondo, la teoria della simbiosi crede nell’interdipendenza tra le cose, rifiuta l’opposizione binaria e non sostiene i conflitti. Il concetto centrale di questa teoria è la “relazione”, in contrasto con la “razionalità” delle moderne scienze sociali occidentali. La “relazione” pone più enfasi sull’interdipendenza, la “razionalità” invece sul cambiamento causale.La razionalità si combina al miglioramento delle capacità individuali, presumendo che esso generi una sorta di energia cinetica che possa muovere anche gli altri, modificando così lo stato delle relazioni reciproche. Il concetto di razionalità abitua a pensare che l’interferenza sia legittima in quanto essa può creare un nuovo equilibrio. Tuttavia, quando ci abituiamo al concetto di “relazione”, non potremmo più tanto pensare che essa sia necessariamente legittima, questo perché in un sistema simbiotico va sempre a rompere l’equilibrio del sistema. Questo è il motivo per cui nella cultura politica cinese la non-interferenza è stata sempre vista come una virtù mentre nella cultura politica razionale occidentale essa è sempre stata enfatizzata come una propria responsabilità “divina”.

Anche il concetto politico di potere è legato alla relazione e alla razionalità. Nella scienza politica americana esiste una sua definizione classica che lo identifica come la possibilità portare gli altri ad agire contro la loro volontà o impedirgli di agire secondo essa. In questa interpretazione, “potere” e forza sono legati, ovvero, per essere definito tale, esso deve essere in grado di produrre effetti motivazionali o deterrenti. Essendo strettamente correlato alla razionalità causale, si tratta fondamentalmente di potere causale. Gli occidentali comprendono facilmente questa interpretazione, mentre per chi invece ha più familiarità con gli ambienti simbiotici, non può essere compreso dal punto di vista delle relazioni causali, ma nei termini della rete di relazioni. In un ecosistema simbiotico, non ha senso chiedersi se siano più importanti le tigri o i topi perché entrambi sono elementi importanti della catena ecologica. Ma se si è abituati al concetto occidentale di potere, sicuramente si pensa che la tigre sia più importante perché più forte. Nell’ecosistema politico, secondo il concetto occidentale, il sovrano è sicuramente il più importante rispetto ai sudditi perché ha maggior potere. Nella cultura politica cinese invece, Xunzi affermò che “l’acqua e la barca coesistono” e la politica contemporanea crede che il partito e il popolo siano in una relazione simile a quella dei pesci con l’acqua, hanno bisogno l’uno dell’altra per sopravvivere.

Pertanto, secondo la teoria della simbiosi, nella “relazione”, una parte non si stabilisce necessariamente in una posizione dominante solo perché è potente o capace. In un sistema simbiotico, tutte le parti sono in una relazione di interdipendenza: in questo senso, la distinzione tra grande e piccolo spesso perde di significato: non si può dire che il grande dominerà i piccoli, e non si può dire che i piccoli si sottometteranno definitivamente ai grandi. In altre parole, in un sistema internazionale, i paesi grandi e piccoli dipendono gli uni dagli altri. Una volta inteso il sistema internazionale dell’Asia Orientale nell’ottica dell’interdipendenza, possiamo capire che la relazione tra paesi grandi e piccoli in questo sistema non è un rapporto tributario e dipendente, ma uno di simbiosi e sostegno reciproco. Certamente, questo rapporto si è rotto dopo l’ingresso nel sistema internazionale dominato dal potere causale occidentale. Come aveva accuratamente previsto Sun Yat-sen, poiché il Giappone ha imparato le tecniche di guerra e di espansione occidentali, ha perso la via della pace nell’Asia orientale e costituirà sicuramente una minaccia per essa.

Questo è il motivo per cui ritengo che nel sistema internazionale dell’Asia orientale, poiché gioca un ruolo il potere relazionale piuttosto che quello causale, i paesi grandi e piccoli possono accettare di essere uno stato simbiotico. Certamente, l’articolo di Xiong sottolinea come l’Asia orientale sia riuscita a mantenere un sistema simbiotico grazie all’esistenza di un paese potente, mentre nell’Europa occidentale esistano relazioni competitive. Nel precedente articolo ho affermato che il sistema dell’Europa Occidentale è organizzato secondo il principio di bilanciamento del potere, mentre quello dell’Asia Orientale opera in base al principio della grande unità, seppur con eccezioni nel periodo di divisione storica cinese. Tuttavia, non credo che la simbiosi possa spiegare solo il sistema dell’Asia Orientale, infatti, ci sono elementi simbiotici anche nelle relazioni internazionali dell’Europa Occidentale. Una volta, ad esempio, la teoria della cosiddetta “egemonia benevola” apparve negli Stati Uniti. Il suo scopo era formare un sistema simbiotico, ma ciò risultò molto difficile: la “benevolenza” non è nella genetica degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, così come il concetto di “privato” non appartiene alla cultura politica cinese.

Per comprendere la filosofia della simbiosi, è fondamentale ricordare che la sua grande saggezza risiede nella ricerca dell’unità tra le opposizioni, della simmetria e dell’equilibrio, non nella contrapposizione e nello scontro.  L’opposizione binaria e il conflitto sono un tratto genetico della civiltà monoteista, mentre ciò che la civiltà armoniosa cinese ha sempre valorizzato è la ricerca dell’unità nel binario e nel pluralismo. Per analizzare l’Asia Orientale, l’articolo di Xiong utilizza prevalentemente concetti delle scienze sociali occidentali, come interessi, privato, individuo, competizione. L’impiego di un sistema concettuale estraneo può avere una sua validità e rispetto questo tipo di approccio. Tuttavia, qualsiasi comunità, per poter creare un ordine, deve essere costruita innanzitutto sul concetto di “pubblico” e di conseguenza, concetti come giustizia, principi, equità e volontà pubblici diventano elementi imprescindibili.

Non sono d’accordo con l’idea di ordine sociale proposta da Smith e Hayek basata sull’individualismo. Il “privato” ha dei suoi connotati positivi e non è mia intenzione eliminarlo, tuttavia l’aver costruito la società e il mondo basandosi su tale concetto o utilizzandolo come fattore principale ha arrecato gravi danni all’ umanità, tanto che essi possano essere quasi equiparati in numero ai suoi effetti positivi. Inoltre, le attività legate al “privato” devono necessariamente essere subordinate a un principio di giustizia pubblica più grande. Analizzando la tradizione del pensiero politico occidentale, possiamo osservare che durante il lungo periodo del dominio della teologia, l’Europa ha perseguito un concetto simile al cinese “seguire il principio celeste e sopprimere i desideri umani”,4)存天理、灭人欲” (cún tiānlǐ, miè rényù) è un principio del Neoconfucianesimo della dinastia Song, formulato dal filosofo Zhu Xi, secondo cui gli esseri umani dovrebbero seguire un ordine morale superiore e sopprimere gli eccessi dei desideri personali. spesso in modo ancora più rigido. Questo periodo è comunemente definito come un’epoca di buio e dispotismo. La rivoluzione borghese ha poi liberato l’individuo dal dominio divino, segnando l’inizio della liberazione delle forze individualistiche. Tuttavia, anche in questa fase, la sovranità, espressione della volontà collettiva, rimaneva un principio superiore al privato, a cui doveva sottostare.

Il grande problema del pensiero politico occidentale è che, quando le logiche del privato si estendono al contesto esterno e alla società internazionale, emerge la questione di come trattare l’altro. Sebbene l’Occidente abbia riflettuto sulla propria storia di espansioni, aggressioni, massacri e genocidi, non è ancora riuscito a trovare una soluzione. Nella politica internazionale contemporanea, queste tendenze espansionistiche si manifestano nelle interferenze brutali in regioni come il Medio Oriente e il Nord Africa.

Per questa ragione, ripongo le mie speranze nella visione cinese della politica internazionale, piuttosto che in quella occidentale, pur riconoscendo che quest’ultima non è priva di ideali legati all’ordine internazionale. Tuttavia, se il pensiero politico internazionale occidentale riuscisse ad assorbire maggiormente il concetto di “pubblico”, allora il discorso potrebbe cambiare.

Combinare o scomporre: questioni filosofiche sulla simbiosi

Al fine di rendere popolare la teoria della simbiosi, o quando ne discutiamo, dobbiamo ancora stabilire uno sfondo di conoscenze comuni basilari sulle scienze sociali e sulla filosofia. A causa dei limiti di spazio, questo articolo si concentra sulla questione della distinzione tra scienze sociali cinesi e occidentali. La comprensione di questa questione costituisce un importante bagaglio di conoscenze di base e di supporto per comprendere la teoria e il pensiero della simbiosi.

Quali sono le soluzioni ai tanti problemi che l’umanità incontra? Questa è la domanda a cui le scienze sociali devono rispondere. Dal punto di vista dei metodi di risoluzione, esistono due approcci: il primo è l’integrazione o la sintesi, il secondo è la scomposizione o l’analisi. La teoria della simbiosi è essenzialmente una sorta di pensiero conciliatorio, che crede che esistano relazioni universali e interconnessioni tra le cose. Ciò è in netto contrasto con il pensiero di scomposizione popolare nelle scienze sociali occidentali. I lavori sulle scienze sociali di Weber, con cui abbiamo familiarità, prestano particolare attenzione allo studio delle categorie. Dissezionare le cose e poi analizzarle è un metodo di analisi importante nelle scienze sociali occidentali. Il suo vantaggio sta nel mostrare i particolari in modo dettagliato, una sua pecca sta nel non vedere l’immagine nella sua completezza. La “non distinzione” è un’importante caratteristica della filosofia e delle scienze sociali cinesi. Oltre alla spesso citata mancanza di distinzione tra letteratura e storia, infatti, non esiste nemmeno alcuna distinzione tra le varie scienze sociali, il che genera un pensiero globale. Spesso ci lamentiamo del fatto che nel nostro paese esistano troppe riviste accademiche interdisciplinari e poche riviste specializzate. Se ci pensiamo, il vantaggio di avere riviste comprensive è far sì che i lettori possano comprendere appieno dinamiche che vanno oltre le proprie discipline. In “Open Social Science”, Wallerstein si lamenta dei danni causati dalle divisioni professionali alla ricerca nelle scienze sociali, e sostiene che la ricerca interdisciplinare attualmente in voga abbia come obiettivo quello di superare i limiti delle scienze sociali moderne occidentali, che si basano sulla scomposizione, la divisione e l’analisi. Se le nostre scienze sociali dovessero perdere la loro eccellente tradizione di integrazione e tuffarsi nelle carenze della scomposizione tipica delle scienze sociali che l’Occidente ha già riconosciuto, non sarebbe come buttare via i nostri meloni per raccogliere i semi di sesamo degli altri e prendere una strada sbagliata?

Per quanto riguarda gli attributi delle cose, sotto il pensiero della scomposizione e della classificazione, quando usiamo concetti per dividere l’unità in tante porzioni, certamente emergeranno imprecisioni nella categorizzazione. I concetti sono i “nomi” e, come dicevano gli antichi, “il nome che può essere nominato non è il nome eterno”:5)Qui la citazione proviene invece dal “Canone della Via e della Virtù” Dào Dé Jīng 道德, scritto fondamentale del pensiero Daoista: “名可名非常名”. quando nominiamo gli attributi di una cosa, tale nome è necessariamente in conflitto con l’oggetto stesso perché non può riassumerne tutti gli attributi. Ad esempio, quando affermiamo che “il sistema internazionale dell’Asia orientale è un sistema internazionale simbiotico”, si possono sicuramente trovare esempi della sua natura non simbiotica; quando diciamo che il sistema internazionale costruito dall’Occidente è “parassitario”, potremmo anche scoprire che al suo interno esiste una dimensione di reciprocità. Questo fenomeno è degno di riflessione per noi impegnati nella ricerca nelle scienze sociali. Cioè, una volta stabilito un concetto per definire e studiare un oggetto, le nostre conclusioni avranno inevitabilmente imprecisioni causate dal suo non identificarsi col “nome eterno”. Se il processo di deduzione continua lungo questo percorso impreciso, le sue conclusioni saranno inevitabilmente da cercare nel contrasto tra precisione parziale e imprecisione complessiva. Al contrario delle scienze sociali cinesi, quelle occidentali, nei tempi moderni, danno grande importanza alla denominazione. Entrambi gli atteggiamenti hanno vantaggi e svantaggi, dal punto di vista della mia esperienza di ricerca, preferisco la saggezza delle scienze sociali tradizionali cinesi. Ho cercato di utilizzare i concetti delle scienze sociali occidentali per analizzare il problema, ma sento che questa non è la via d’uscita e non riesco a trovarne una. Uno dei principali dilemmi delle scienze sociali occidentali attuali è i loro essere gravate dai “nomi”, vari concetti emergono in un flusso infinito. Quando le scienze sociali cinesi introdussero quelle occidentali, hanno gradualmente accettato il pensiero della scomposizione dei loro concetti utili. Molti problemi che si incontrano nella governance nazionale e sociale, basandosi su questo pensiero sono stati gestiti, ma gli effetti non sembrano essere positivi.

Quando non ci sarà più nulla da separare, si prenderà coscienza del significato della conciliazione. Per imparare a pensare in questo modo, dobbiamo dialogare. L’obiettivo del dialogo non è né trovare differenze né solo similitudini, ma punti di risonanza comune. Molti dei popolari libri per bambini hanno giochi dove bisogna trovare le differenze. Se una persona è abituata a trovare le differenze, allora avrà difficoltà nell’instaurare un rapporto di amicizia con le persone o le cose con cui interagisce. Cercare le differenze significa allontanarsi e distinguersi dalle altre persone e dalle cose, nei casi estremi porta alla separazione completa e all’isolamento. Nella nostra vita quotidiana, incontriamo spesso persone che sono in grado di prendere rapidamente confidenza con gli altri, e ciò accade perché riescono rapidamente a trovare argomenti simili o comuni. Pertanto, la nostra educazione dovrebbe non solo insegnare ai bambini ad individuare le differenze, ma anche a cercare di scoprire ciò che li unisce. Questo dovrebbe aiutarli, una volta adulti, a stabilire un forte senso di comunità e di solidarietà con le persone, le cose, la società, il paese e persino altre civiltà.

Nella vita reale, è più facile trovare differenze che punti in comune. Il grande popolo cinese, molti dei cui saggi insegnamenti risalgono all’antichità, ha formato ricche idee sulla governance politica e sociale partendo proprio dalla ricerca di connessioni comuni tra l’uomo e la natura, tra gli individui, tra l’uomo e la società e tra le nazioni. Gli antichi dicevano “la natura è simile, le abitudini sono diverse”.6)L’espressione “性相近,习相远” è tratta da un passo dei “Dialoghi di Confucio”,  “论语” (Lúnyǔ), cap.17. La prima parte di questo detto enfatizza la “connessione”, ma in realtà si dovrebbe affermare che anche le abitudini non sono lontane. Poiché “comune” è il termine fondamentale, bisogna trovare il modo di unire tutte le cose tra loro. Sicuramente l’ideale sarebbe avere una completa uguaglianza, ma il metodo realistico è trovare connessioni comuni universali. Quindi, per risolvere il problema, la chiave sta nel cercare la “connessione”; solo nel momento in cui ognuno diventa consapevole di essa e della risonanza comune che esiste tra ogni individuo, la creazione di una comunità diventa possibile. Sviluppatasi sotto questi presupposti, essa sarà più duratura e resiliente rispetto ad una che basa il suo mantenimento solo sulla legge.

Per gli studiosi di scienze sociali, un modo di trovare un terreno comune è imparare a destreggiarsi tra nomi uguali dal significato diverso e nomi diversi dallo stesso significato, questo perché ognuno di essi sarà in una certa misura gravato dai “nomi” o concetti durante la sua ricerca. Una varietà di “nomi” o concetti inondano le scienze sociali; le divisioni causate dalla classificazione dei “nomi” ci impediscono di stabilire connessioni comuni o universali tra elementi differenti. Civiltà diverse possono usare nomi diversi per riferirsi allo stesso fenomeno, oppure condividere lo stesso nome per definire fenomeni in realtà differenti. Il primo caso riguarda, ad esempio, il concetto di “amore universale” di Mozi,7)Il riferimento è alla dottrina del “兼爱” (jiān’ài) che, in sintesi, significa amare tutte le persone allo stesso modo, senza fare distinzioni tra amici, familiari o nemici, per promuovere l’armonia e la giustizia sociale. la “non violenza” indiana; il “chi vuole abbattere qualcosa deve prima consolidarlo” di Laozi,8)L’espressione “将欲废之, 必固兴之”, proviene da un passo del Dao De Jing, capitolo 36. l’idea occidentale secondo cui “Se Dio vuole distruggerlo, prima lo farà impazzire”.9)上帝要让其灭亡, 必先让其先疯狂”: questa frase ha origini nella cultura classica greca (Sofocle, Antigone) e successivamente trasposta nella tradizione cristiana con l’espressione: “Quos Deus vult perdere, prius dementat”. Il secondo è il caso invece del concetto di “Stato” nella scienza politica, che ha lo stesso nome ma significati diversi. Esistono molti fenomeni simili e non è necessario elencarli. In breve, più scopriamo il fenomeno dei sinonimi, più esso ci aiuterà a trovare connessioni e punti in comune universali in un mondo diviso da concetti creati dall’uomo, stabilendo così un senso di simbiosi complessiva piuttosto che uno di opposizione e confronto.

Due tipi di universalismo e l’ordine mondiale

Infine, parliamo di due tipi di universalismo e del loro significato per la simbiosi tra civiltà e l’ordine mondiale. Cercare punti comuni tra termini con nome diverso ma stesso significato e quelli con nome uguale ma significato diverso, o in parole povere, guardare il mondo dalla prospettiva della connessione universale tra le cose, rappresenta un altro tipo di universalismo. L’universalismo di cui leggiamo nella filosofia politica occidentale è principalmente una legge basata su un’esperienza locale. Questa legge è considerata una legge adatta a ogni luogo e a ogni civiltà. Se viene elevata a politica estera, il risultato terribile è che la conoscenza di un paese e di una civiltà viene utilizzata per attaccare e trasformare altre aree che non soddisfano gli standard di questo paese e di questa civiltà, causando così un’interferenza brutale, e l’interferenza è una violazione della libertà degli altri. Pertanto, l’universalismo di cui parlano gli occidentali si riferisce principalmente al principio che si applica a un luogo, e può anche essere esteso ad altri e applicato a tutti gli altri luoghi. Kissinger è uno dei pochi che ha compreso chiaramente questo punto, affermando che il pensiero politico occidentale sia nato in un contesto molto piccolo e, in seguito alla sua ascesa al potere, l’Occidente ha promosso le sue idee in altre regioni, il che ha inevitabilmente causato problemi di interferenza. Quando la filosofia politica cinese parla di universalismo invece, lo fa principalmente dalla prospettiva della connessione e della comunanza universale tra persone, persone e società, persone e natura, persone e governo, governi e governi. Questo è l’altro tipo di universalismo.

Se guardiamo alla politica mondiale e all’ordine internazionale secondo questi due diversi pensieri politici universalisti, sarà più facile capire dove sono i problemi nel mondo e dove si trova la soluzione. Per quale motivo le civiltà non coesistono o perché alcuni studiosi propongono la teoria dello “scontro tra civiltà”? E perché questa teoria non viene riconosciuta in Cina?

Nel passaggio dall’isolamento alla connessione, il motivo per cui la civiltà umana non è stata in grado di raggiungere uno stadio superiore e formare una comunità o un ordine di civiltà più grande, sta nel fatto che una civiltà forte cerca sempre di rendere le altre uguali a sé stessa, di sostituirle o cambiarle. In parole povere, cerca di trasformare il “molteplice” in “uno”. Questo tipo di pensiero si identifica con il primo tipo di pensiero universalista menzionato, ovvero quello che crede che le leggi adatte ad un luogo debbano esserlo anche per altri. Questo tipo di pensiero politico provocherà nel luogo in cui nasce un forte senso di insicurezza. Che sia in crescita o in declino, la tensione persiste: quando è in ascesa, tende a trasformare le altre realtà; quando è in declino, teme di essere trasformata dagli altri. Questo è il destino legato al conflitto tra civiltà e, di conseguenza, seguendo questa logica universalista, il problema della loro coesistenza non può essere risolto. Se cambiamo la logica, adottando il secondo tipo di pensiero universalista che riguarda maggiormente la ricerca di punti in comune che di differenze, allora il dialogo, l’apprezzamento, apprendimento reciproco, dipendenza, simbiosi, ecc. diventeranno i temi principali dello scambio tra civiltà. Secondo la logica della “connessione”, questi scambi possono gradualmente portare ad uno stato di unità, formando così una nuova sintesi tra le civiltà nella diversità. La prima logica può solo portare la civiltà a una situazione disperata. Se la civiltà umana vuole passare a uno stadio superiore e formare una nuova comunità e un nuovo ordine di civiltà, deve partire di più dal secondo universalismo per pensare all’attuale dilemma e alle prospettive della civiltà.

Infine, la parola “comune” è un termine chiave nelle scienze sociali, rappresentando l’essenza stessa di ciò che rende la società una società, così come il fondamento della pace nelle relazioni internazionali. In generale, uno dei termini chiave della cultura politica, del pensiero politico tradizionale e contemporaneo del nostro paese è proprio “comune”.  Nelle relazioni internazionali, questo concetto ha dato origine a espressioni come condivisione, vantaggio reciproco, coesistenza, simbiosi, prosperità condivisa e repubblica. Se tra nazioni e tra civiltà si possono trovare più punti di comunanza e risonanza reciproca, allora si potrà realizzare un’unità di intenti attraverso molteplici prospettive e raggiungere una convergenza pur percorrendo strade diverse.

Titolo originale del saggio: 以新普遍主义建设世界秩序, pubblicato per la prima volta nel novembre 2014 nella rivista accademica 探索与争鸣 (Tansuo yu Zhengming, Exploration and Free Views).

Immagine: copertina di un’opera tradotta dall’autore.

References
1 Nella seguente traduzione è stata tagliata la parte introduttiva dell’articolo, dove appunto Su spiega il motivo della sua creazione, già brevemente riassunto all’inizio del paragrafo 2.4.4.
2 Il titolo originale dell’opera, risalente al II secolo a.c., è “论六家要旨” (lùn liù jiā yào zhǐ
3 La dottrina del “giusto mezzo” o della “giusta misura” ( zhōngyōng 中庸) è uno dei principi fondamentali della filosofia confuciana.
4 存天理、灭人欲” (cún tiānlǐ, miè rényù) è un principio del Neoconfucianesimo della dinastia Song, formulato dal filosofo Zhu Xi, secondo cui gli esseri umani dovrebbero seguire un ordine morale superiore e sopprimere gli eccessi dei desideri personali.
5 Qui la citazione proviene invece dal “Canone della Via e della Virtù” Dào Dé Jīng 道德, scritto fondamentale del pensiero Daoista: “名可名非常名”.
6 L’espressione “性相近,习相远” è tratta da un passo dei “Dialoghi di Confucio”,  “论语” (Lúnyǔ), cap.17.
7 Il riferimento è alla dottrina del “兼爱” (jiān’ài) che, in sintesi, significa amare tutte le persone allo stesso modo, senza fare distinzioni tra amici, familiari o nemici, per promuovere l’armonia e la giustizia sociale.
8 L’espressione “将欲废之, 必固兴之”, proviene da un passo del Dao De Jing, capitolo 36.
9 上帝要让其灭亡, 必先让其先疯狂”: questa frase ha origini nella cultura classica greca (Sofocle, Antigone) e successivamente trasposta nella tradizione cristiana con l’espressione: “Quos Deus vult perdere, prius dementat”.