Nel seguente articolo, il più corposo dell’intera selezione, il professor Su sottolinea la necessità, per il mondo accademico cinese, di sviluppare un approccio consapevole e autonomo nella ricerca, in particolare nelle scienze sociali. L’uso critico delle fonti occidentali, la protezione del patrimonio documentario locale e un atteggiamento di ricerca guidato da una chiara prospettiva storica e valoriale sono individuati come gli elementi fondamentali per garantire un’elaborazione del sapere che sia autenticamente indipendente. Senza una solida base culturale e documentaria propria, il rischio è appunto che l’elaborazione teorica e le analisi sociali risultino condizionate da prospettive esterne, compromettendo la capacità della Cina di interpretare se stessa e il mondo con uno sguardo autonomo. Per questo, egli ritiene essenziale che la ricerca nelle scienze sociali si sviluppi in modo consapevole, servendo non solo la comprensione della realtà nazionale e internazionale, ma anche la costruzione di un’identità culturale e accademica solida e rispettata a livello globale (ndc).
Consapevolezza accademica e innovazione autonoma nelle scienze sociali
Introduzione
L’esistenza di un sistema teorico autonomo delle scienze sociali gioca un ruolo importante per la sicurezza ideologica e la costruzione economica, politica, sociale e culturale di una nazione. In un grande paese, la sua assenza indebolisce profondamente tale sicurezza, lasciandolo privo di solide difese ed esponendolo ad infiltrazioni e manipolazioni esterne, compromettendo il buon ambiente teorico e il consenso dell’opinione pubblica necessari per il suo sviluppo. Alcuni affermano che, se non possiedi una tua teoria, finirai per diventare schiavo delle idee altrui, ed è proprio così.
Con l’inizio del periodo di Riforma e Apertura, c’è stato un rapido sviluppo delle scienze sociali cinesi, incluse le scienze politiche e le relazioni internazionali. Mentre i risultati derivanti da un’innovazione autonoma e originale rimangono ancora limitati, si può dire invece che sul fronte dell’introduzione dei risultati dello studio accademico occidentale, in particolare di quelli anglo-americani, siano stati fatti progressi straordinari. Tuttavia, i risultati che permetterebbero di instaurare un dialogo accademico paritario con altre tradizioni sono ancora in numero esiguo e non ci sono molti segnali di cambiamento imminente in questo senso. Analizzando le ragioni di questa situazione, emerge un problema cruciale: durante lo scambio accademico spesso si perde indipendenza e soggettività. Gran parte della produzione accademica nazionale finisce infatti per inserirsi nei quadri concettuali altrui, lavorando al servizio di altre prospettive. Molte opere si limitano a utilizzare esperienze locali per verificare teorie straniere. Non tutta, ma una parte considerevole di questa produzione, si è trasformata in un complemento o un’appendice dei sistemi accademici occidentali, il che è una tendenza preoccupante.
Quando si pensa liberamente, se si manca di soggettività e autoconsapevolezza, molto probabilmente si diventerà schiavi del pensiero altrui. Senza autoconsapevolezza, non solo non possiamo liberarci, ma rischiamo addirittura di credere di star pensando invece in modo “libero” e “indipendente”. “L’indipendenza accademica e la libertà di pensiero”, come afferma il motto dell’Università Fudan, risiedono nel “consolidare la scuola e salvaguardare la nazione”, due aspetti che sono inseparabili. Negli ultimi anni, di fronte alla necessità di accrescere il potere nazionale, ha iniziato gradualmente a svilupparsi in Cina la disciplina della politica comparata. Tuttavia, osservando tale trend di sviluppo, si può notare che esso ha comportato principalmente l’introduzione dell’agenda di ricerca e del sistema concettuale degli studi di politica comparata americani. Ad esempio, durante le sue fasi iniziali ed intermedie, c’è stata sempre una mancanza di ambizione e di autoconsapevolezza finalizzate alla creazione di un sistema indipendente in questo campo. In futuro, la realtà della politica comparata in Cina rischia di cadere nel vorticoso dilemma che attualmente ogni disciplina affronta sotto il sistema concettuale occidentale. L’autoanalisi è quindi necessaria per evitare deviazioni. Gli studiosi, di fronte allo stato attuale di alcune discipline, non hanno il tempo di fare autoanalisi, ma saranno allora le generazioni future a giudicarli; se anch’esse poi non trarranno insegnamento dal loro comportamento, a loro volta faranno rammaricare i propri discendenti. Attualmente si sta parlando molto del sogno cinese, ma a mio avviso, per quanto riguarda il mondo accademico, generazione dopo generazione, dall’epoca moderna sino ad oggi, gli intellettuali cinesi non hanno fatto altro che inseguire il sogno dell’indipendenza accademica della Cina da realizzare attraverso il rinnovamento del sapere, costruendo una scienza cinese con un linguaggio cinese. L’ascesa di una grande potenza consiste nell’ascesa congiunta delle sue risorse materiali e del suo pensiero. Una grande potenza emergente difficilmente può conquistare la fiducia e il rispetto altrui se non possiede un sistema teorico coerente che spieghi se stessa e la sua relazione con il mondo, figurarsi promuovere una trasformazione dell’assetto del sapere a livello internazionale. In questo senso, la chiave che permette a una grande potenza di diventarlo anche nell’ambito accademico globale e di imporsi con orgoglio tra i migliori, è il mantenimento di una forte soggettività e capacità di discernimento, senza un rifiuto cieco delle influenze esterne, attingendo alle eccellenze del sapere antico e moderno sia cinese che straniero, senza cadere in schemi rigidi e riuscendo quindi a superare i modelli da cui si è ispirati.
Essere consapevoli dei problemi di ricerca
Le scienze sociali hanno un forte cura per la realtà e la nazione. Le agende accademiche di ogni paese sono influenzate dalla fase e dal percorso di sviluppo che sta percorrendo, dalle sue caratteristiche nazionali così come sono differenti i problemi che devono risolvere. Gli studiosi delle scienze sociali devono basarsi sulle condizioni nazionali e del popolo, scegliere questioni da studiare e creare agende di ricerca sempre in modo consapevole. Ad esempio, essendo uno dei maggiori produttori di grano al mondo, gli Stati Uniti danno grande importanza alla ricerca, promossa attraverso politiche pubbliche, sulla conversione del mais in biocarburante. Alcune statistiche dicono che il 50% del mais negli Stati Uniti è raffinato in etanolo per la produzione di biocarburanti. Le condizioni nazionali degli USA fanno sì che essi possano condurre questo tipo di studi. Questa ricerca tuttavia è controversa. Si pensi a quante persone nel mondo soffrono la fame e muoiono a causa di essa. Se la ricerca sulle politiche pubbliche condotta delle scienze sociali dei paesi che affrontano ancora gravi questioni di sicurezza alimentare dovessero imparare dagli Stati Uniti, se dovessero concentrarsi sulla promozione di politiche per la raffinazione del mais in biocarburante invece di studiare come affrontare problemi come la povertà e la sicurezza alimentare, allora una ricerca di questo tipo potrebbe essere definita, soprattutto dagli abitanti di quei paesi che ancora si ritrovano in condizioni di sussistenza, povertà e estrema miseria, come una ricerca priva di principi; pur apparendo “innovativa”, essa risulta in realtà disumana, avendo smarrito il principio fondamentale delle scienze sociali, ovvero stare al servizio del popolo e dell’umanità.
In un mondo politicizzato, la ricerca accademica di ogni paese porta in sé le caratteristiche specifiche dei tempi, del popolo e della nazione di appartenenza. Nelle loro differenti fasi di sviluppo, i grandi paesi devono rispondere a questioni e risolvere difficoltà proprie di ogni epoca, le quali determinano l’ecosistema delle proprie scienze sociali. La Germania, durante il suo processo di fondazione, non solo ha completato la costruzione industriale del paese, ma anche quella spirituale attraverso il rinvigorimento culturale. L’ascesa della ricerca politica regionale o comparata negli Stati Uniti dopo la guerra avvenne più che altro per mantenere i suoi enormi interessi all’estero. Perciò, le scienze sociali devono sempre rispondere alle questioni fondamentali e alle sfide proprie di un’epoca, siano esse affrontate dal singolo paese o dall’umanità intera. Proprio attraverso questa esplorazione intellettuale, si costituiscono continuamente nuove scuole di pensiero.
Le scienze sociali cinesi contemporanee devono assolutamente dare risposte sistematiche fondate sul modello e sulla via cinese. In questo senso, il percorso del socialismo con caratteristiche cinesi è un valore fondamentale da avere come presupposto per lo sviluppo della nostra ricerca. Se durante il processo di selezione degli argomenti e di progettazione dei programmi di ricerca ci si allontana da esso, allora i risultati non saranno utili alla costruzione nazionale. Ad esempio, sulla questione del miglioramento dell’efficienza delle imprese statali cinesi, una parte della ricerca è orientata verso la privatizzazione così come promossa dagli studi economici mainstream occidentali. Un altro orientamento, sviluppato sotto il vincolo rigido che garantisce l’invariabilità della posizione dominante della proprietà pubblica e sulla base dell’assimilazione dei modelli avanzati di gestione umana, è invece volto all’ottimizzazione dell’efficienza e delle responsabilità delle imprese statali. I risultati del primo tipo di ricerca hanno origine nel sistema di proprietà privata e, se trasformati gradualmente in politiche pubbliche, potrebbero diventare molto pericolosi e avere conseguenze sul paese. Alcune nazioni hanno imparato questa lezione durante la loro fase di transizione; questo tipo di ricerca infatti è relativamente semplice, basta prendere direttamente le idee dei paesi occidentali, applicarle e metterli in pratica: pur sembrando molto attraenti, queste idee sono in realtà estremamente ingannevoli. Nel secondo orientamento invece, caratterizzato da limiti rigidi, gli studiosi non possono affidarsi al semplice prendere in prestito, in quanto non hanno a disposizione quasi nessuna teoria o esperienza preconfezionata da cui attingere. Di conseguenza, questo tipo di ricerca sarà molto più faticosa e potrà avere successo solo col darsi da fare nello studio su come migliorare l’efficienza e la responsabilità delle imprese statali sotto i rigidi vincoli incrollabili della proprietà pubblica, ma, una volta che essa avrà successo, sarà rivoluzionaria, darà un grande contributo alla costruzione nazionale e ispirerà anche quella degli altri paesi. Il grande successo della riforma delle imprese statali cinesi non può prescindere dall’adesione a questo rigido vincolo, il quale riassume la saggezza e la pratica creativa del popolo cinese.
La Cina contemporanea è una miniera d’oro per la ricerca delle scienze sociali per due motivi: primo, la Cina è una civiltà in sé coerente, una nazione grandissima e una società dal grado elevato di complessità; secondo, la pratica del percorso di modernizzazione della Cina ha creato molti “enigmi” che non possono essere chiaramente spiegati dal sistema teorico esistente delle scienze sociali occidentali. Siamo quindi noi a dover consapevolmente concentrare le nostre preziose energie e risorse finanziarie sulla loro risoluzione, piuttosto che sforzarci di somigliare agli altri nel tentativo forzato di utilizzare la nostra esperienza per fare le note a pié di pagina alle teorie occidentali o adottare soluzioni inadatte, trasformando l’esperienza occidentale nella guida dello sviluppo cinese. Ad esempio, le questioni del mondo armonioso e del percorso di sviluppo pacifico rappresentano un grande tema in questo senso. Lo studio dei motivi per cui la modernizzazione cinese non abbia percorso la strada della colonizzazione, del saccheggio militare e dell’espansione armata non è circoscritto alle relazioni internazionali, infatti, spiegazioni accademiche convincenti su questa pratica possono essere fornite dall’analisi della natura nazionale della Cina, dal sistema politico, dal sistema economico di mercato, dal sistema legale e da altre discipline. Solo dando spiegazioni ad ogni “enigma” radicato nelle tradizioni culturali nazionali, nei principi delle dinamiche economiche, nei meccanismi di gestione sociale e negli attributi unici del paese, il nostro sistema teorico delle scienze sociali potrà naturalmente distinguersi nel mondo accademico.
Da un certo punto di vista, un eccessivo focus sullo studio delle “caratteristiche cinesi” potrebbe marginalizzare la ricerca, isolarla, renderla inadatta agli scambi internazionali e incompatibile con l’accademia “internazionale”. L’internazionalizzazione delle scienze sociali di un paese si basa in primis proprio sullo studio di sé o sull’osservazione delle questioni mondiali dalla propria prospettiva e, in ogni caso, esse mantengono sempre le proprie caratteristiche nazionali. Le scienze sociali del continente europeo, degli Stati Uniti e del Regno Unito si sono formate sulla base delle proprie esperienze storiche, sociali e culturali di queste nazioni. Tuttavia, con la loro diffusione a livello globale, nonostante posseggano sempre le loro caratteristiche nazionali, vengono raccontate in un discorso universale e definitivo. La ragione per cui la loro unicità ha potuto trasformarsi in universalità risiede proprio nel fatto che esse abbiano mantenuto le loro peculiarità e, sotto questa premessa, si siano affidate a strategie di espansione culturale e abbiano coltivato un gran numero di intellettuali stranieri che parlano la loro lingua. Pertanto, non è vero che concentrarsi sullo studio delle “caratteristiche cinesi” porti all’auto-marginalizzazione, la chiave della questione sta nello sviluppare invece una strategia culturale sistematica e una pazienza strategica duratura al fine di formare un maggior numero di studiosi stranieri capaci di utilizzare i concetti cinesi nell’analisi dei problemi. Quando un numero sempre più grande di questi concetti sarà accettato e utilizzato dagli studiosi stranieri esperti di lingua cinese, il nostro sistema delle scienze sociali acquisirà gradualmente un significato universale.
Essere consapevoli dei concetti utilizzati
Essendo i concetti la componente centrale del sistema del discorso teorico, si deve prestare molta attenzione a quali impiegare. Nonostante la maggior parte dei concetti derivanti dalle scienze sociali occidentali siano stati estratti dalle loro specifiche esperienze di sviluppo, non si può dire che per noi siano del tutto inutilizzabili. Tuttavia, quando lo facciamo, dobbiamo combinarli alla nostra realtà nazionale oltre ad analizzarli e identificarli in maniera consapevole, altrimenti, se ce ne appropriamo senza riflettere, non saremo in grado di spiegare le questioni locali, fuorviando la nostra ricerca politica; se li accettiamo nella loro interezza, essi decostruiranno direttamente il sistema ideologico del nostro paese a scapito della sua sicurezza ideologica.
Prendiamo come esempio il problema della povertà e delle carestie. Il Nobel per l’economia Amartya Sen ritiene che la loro causa principale risieda nella distribuzione inadeguata dei diritti di libertà individuale o nella loro mancanza. Quindi, se la distribuzione diventa appropriata, la povertà e la carestia saranno notevolmente ridotte e ciò implica che la soluzione a questi problemi nel Terzo Mondo è in primis la libertà. Questa è una conclusione basata sulla concezione di prima generazione dei concetti sui diritti umani. La povertà e la carestia sono causate da fattori strutturali internazionali complessi. Tuttavia, se seguiamo la teoria di Sen nel guidare la costruzione sociale e politica dei paesi del terzo mondo, promuovendo lì concetti democratico-liberali di stampo occidentale in un modo irrealistico e lontano dall’analisi delle specifiche condizioni nazionali, questi problemi si aggraveranno. Dopo la Seconda Guerra Mondiale ci sono stati molti esempi di questo tipo nel terzo mondo. Quindi, per ottenere una consapevolezza concettuale, dobbiamo andare oltre il concetto di Sen di libertà prima di tutto, scappare dalla trappola dei concetti dei diritti umani di prima generazione e studiare la costruzione politica e sociale di questi paesi partendo da quelli di terza generazione. Le conclusioni che ne deriverebbero potrebbero avere un significato pratico di guida per lo sviluppo politico dei paesi del terzo mondo.
Oggigiorno, nel mondo della sociologia, è molto dibattuta la questione della gestione sociale durante la transizione da una società di conoscenti a una società di estranei. Secondo le mie osservazioni, la maggior parte delle ricerche si concentra sulla gestione sociale delle società di estranei, seguendo prevalentemente il paradigma sociologico occidentale, secondo cui tale gestione deve fondarsi sui contratti. Questa è la logica dello sviluppo della società commerciale occidentale, fredda e priva di calore umano. L’Occidente, da tempo, riflette sul fenomeno dell’alienazione all’interno della società di estranei e, se continuiamo a seguire i suoi concetti per studiare anche la costruzione sociale cinese, inevitabilmente ci ritroveremo a percorrere una strada tortuosa. Negli ultimi anni della sua vita, il sociologo cinese Fei Xiaotong ha elaborato un altro concetto, quello di “società di conoscenti estesa”. Questo concetto rappresenta una significativa rottura con il sistema concettuale occidentale: non solo rispetta e si conforma alla realtà cinese, ma offre anche un riferimento significativo per spiegare la costruzione sociale di altri paesi. Nella costruzione sociale, abbiamo posto l’obiettivo di creare una società armoniosa. Una società armoniosa non può essere una società di estranei, ma deve essere una “società di conoscenti estesa”. Senza sentimenti umani e calore, facendo affidamento esclusivamente su freddi contratti, una società armoniosa mancherà di una base emotiva.
La Cina persegue risolutamente il percorso dello sviluppo pacifico, ma, se per spiegare la sua ascesa utilizzasse il concetto occidentale di stabilità egemonica, allora il fine logico del suo sviluppo dovrebbe essere l’egemonia e l’espansione. La Cina percorre il proprio percorso di sviluppo politico democratico, ma se si adottasse il concetto occidentale di “elezione” per studiarla e guidarla, essa allora dovrebbe seguire la via della competizione multipartitica e della decentralizzazione politica; tuttavia, se utilizziamo il modello di pensiero che combina la “selezione” con la “nomina”,1)Qui si scompone il termine che in cinese moderno è tradotto come elezione, “xuǎnjǔ 选举”. Da xuǎn 选 selezionare, scegliere, 举 elevare – probabilmente qui nel senso di jiànjǔ 荐举 – raccomandare, proporre qualcuno per qualche incarico. Riferimento al processo di selezione/ elezione dei funzionari di partito e statali, anche riferimento al termine jǔ rén 举人, che indicava i candidati che avevano superato l’esame imperiale a livello provinciale. allora potremo proporre un concetto di selezione e nomina diverso rispetto a quello occidentale. E così via, non faro la lista qui. Quindi, utilizzare completamente e indistintamente i concetti occidentali per spiegare la Cina è veramente pericoloso. Il problema è che alcuni studi sulle politiche pubbliche stanno inconsciamente e inconsapevolmente facendo ciò, e, se essi si trasformeranno effettivamente in politiche, naturalmente creeranno dei subdoli effetti negativi nei confronti del percorso di sviluppo della politica cinese.
Il nucleo fondamentale della consapevolezza concettuale sta nel mettere in guardia dall’utilizzo di concetti altrui nella spiegazione delle pratiche della propria nazione. Un grande paese che ripone troppa fede nelle interpretazioni della propria storia create da stranieri non potrà mai avere un’indipendenza spirituale. Negli ultimi vent’ anni, le scienze sociali occidentali sono entrate in larga scala in Cina e i loro concetti sono diventati molto popolari, dando quasi l’impressione che, se ce ne separassimo, molto difficilmente riusciremmo a creare un sistema teorico autonomo. A causa dell’eccessiva dipendenza nei confronti di questi concetti e persino nei confronti del sistema di valutazione occidentale, parte della nostra produzione di conoscenza nell’ambito delle scienze sociali si colloca nei gradini più bassi a livello internazionale e si limita a lavorare vendendo la merce altrui. Alcuni lavoratori delle scienze sociali sono soliti spiegare la Cina introducendo idee occidentali e non estraggono i concetti in modo critico dalla miniera d’oro della pratica locale cinese. In recenti studi sul modello e sul percorso cinese, alcuni ricorrono semplicemente ai concetti occidentali, affermando che il successo della politica economica della Cina possa essere identificato nel modello dell’“autocrazia più capitalismo”. Unendo questi due concetti, si tradisce il sistema del “capitalismo con caratteristiche cinesi” e si arriva persino a utilizzare il termine “capitalismo di stato”, distorcendo così in modo evidente il suo percorso e il suo sistema. In sintesi, le scienze sociali occidentali tradizionali incorporano la Cina nel proprio sistema concettuale, facendola diventare oggetto di interpretazione. Questo è un carattere molto importante della loro ricerca sulla Cina. Se li seguiamo, girando a vuoto al di sotto del loro sistema concettuale come fa una pallina su un piatto, diventerà difficile percorrere la strada principale dell’innovazione delle scienze sociali cinesi.
La ricerca sulla Cina contemporanea non può diventare l’oggetto di interpretazioni e abbellimenti da parte di concetti altrui. Quando noi studiosi cinesi la studiamo, dobbiamo adoperare consapevolmente i concetti cinesi e osare utilizzarli anche per raccontare storie mondiali. Per quanto riguarda le scienze sociali, il filo conduttore della ricerca sulla Cina contemporanea e il suo sistema concettuale fondamentale è il socialismo con caratteristiche cinesi. Prendiamo ad esempio la già menzionata ricerca sul percorso di sviluppo pacifico della Cina. Già nel 1956, Zhou Enlai, durante un incontro con il Primo Ministro pakistano Suhrawardy, discutendo della questione della coesistenza pacifica e della politica di non espansione, affermò che l’impegno della Cina a non diventare una forza egemone e colonialista non fosse solamente una vuota promessa, in quanto sono le sue politiche e il suo sistema ad impedire che ciò accada. Anche l’ex consigliere di Stato Dai Bingguo sottolineò nel suo articolo “Perseverare sulla via dello sviluppo pacifico” che il “potere della Cina non cerca l’egemonia” e che lo sviluppo pacifico è garantito istituzionalmente. Allora, in qualità di ricercatori, dobbiamo studiare consapevolmente come il nostro sistema socialista garantisce che la Cina non diventi una potenza egemonica e coloniale. Una volta chiarita tale questione, la teoria delle relazioni internazionali e della diplomazia con caratteristiche cinesi si distinguerà nel sistema filosofico e delle scienze sociali.
Alcuni potrebbero pensare che disponiamo di pochissimi concetti. Non sono d’accordo, ciò che è fondamentale è che i ricercatori posseggano la passione e la fiducia necessarie per scoprirli. Ad esempio, quello di “mondo armonioso” è un concetto intriso di saggezza e pensiero filosofico orientale. È un’idea che può portare l’ordine umano a una fase più elevata di sviluppo, la sua portata è superiore a quella dell’ordine mondiale liberale e democratico. Ad esempio, quando i cinesi discutono di filosofia politica, una delle risorse ideologiche a cui possono attingere è il concetto secondo cui “il mondo è per il bene comune”. In sostanza, il nucleo della filosofia politica ed economica occidentale, compreso quindi l’ordine mondiale, si basa sul principio per cui il “mondo è per l’interesse privato”, mentre la filosofia politica orientale enfatizza sempre il “bene comune”. Se oggi gli esseri umani continuano a seguire la logica secondo cui “il mondo è per gli interessi privati”, le conseguenze saranno disastrose. Se la pratica umana fosse guidata interamente da “interessi privati”, temo che si entrerebbe in un vicolo cieco. Se spiegassimo a fondo la relazione tra pubblico e privato, il sistema discorsivo della nostra filosofia politica domestica ed internazionale dovrebbe diventare indipendente. O ancora, dalla prospettiva della politica comparata, il “sistema partito-stato” è probabilmente una delle caratteristiche più importanti dello stato moderno, ma inconsciamente riteniamo che solo la Cina, tra tutte le nazioni, abbia un modello di questo tipo. In effetti, la maggior parte dei quasi 200 stati del mondo odierno può essere analizzata utilizzando questo concetto. L’unica differenza sta nel metodo organizzativo e il suo funzionamento. Se questo concetto viene ben utilizzato, cambierà il pregiudizio dei paesi stranieri sul PCC e, di conseguenza il sistema di partito con caratteristiche cinesi verrà compreso meglio e rispettato da essi. Ciò avrà inoltre una grande importanza per l’istituzione di un sistema politico comparato nazionale. Questa è la forza teorica racchiusa nell’utilizzo dei concetti cinesi per raccontare storie mondiali.
Alcuni credono che usare questi concetti equivalga solo a parlare a sé stessi, affermando che gli altri non riescono a capirli, che essi non siano in linea con il discorso accademico “internazionale” e non possano integrarsi ad esso. In realtà, potrebbe non essere questo il caso. La chiave è avere fede, fiducia e misure strategiche per promuoverli passo dopo passo attraverso la ricerca accademica internazionale, i mezzi di informazione e altri scambi culturali internazionali. Questo processo potrebbe richiedere però uno o due secoli. Prendiamo come esempio il concetto di “sistema partito-stato”. Se selezionassimo una ventina di paesi e lasciassimo che sia gli studenti stranieri in Cina che gli studiosi cinesi li esaminassero uno a uno testando e migliorando questo concetto, esso si diffonderà naturalmente e, gradualmente, passerà dal non essere incomprensibile all’essere compreso, accettato e persino utilizzato da tutti. Quando furono fondati, gli Stati Uniti adottarono un modello a due fasi di “stipulazione” e “ratifica” nei trattati internazionali, il che causò una situazione imbarazzante per gli altri paesi: quando firmavano un trattato con essi, non potevano essere sicuri che tale trattato fosse effettivo per gli Stati Uniti, anche se lo fosse per loro. Questo portò a continue opposizioni. Tuttavia, gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato la loro convinzione nel proprio sistema, e alla fine hanno fatto del modello in due fasi di “stipulazione” e “ratifica” un modello internazionale comune. Se gli Stati Uniti avessero abbandonato questo modello o anche cambiato il proprio sistema politico per adattarsi all’Europa, perché non in linea con la “comunità internazionale”, non avrebbero mai avuto i risultati che hanno adesso. Sebbene dietro a tutto ciò ci sia l’ascesa della potenza degli Stati Uniti, la convinzione nel proprio sistema e la pazienza sono stati anch’essi fattori cruciali.
Consapevolezza nell’utilizzo dei documenti e materiali
Questo punto include due aspetti: il primo ha a che fare con l’utilizzo critico dei materiali di ricerca occidentali, in particolare quelli in lingua inglese, il secondo invece con la protezione e il rispetto, durante il processo di studio, dei documenti locali. In Cina, è abbastanza diffuso il fenomeno dell’utilizzo della letteratura occidentale (specialmente anglofona) da parte degli studi regionali e internazionali concentrati nella ricerca sui paesi in via di sviluppo, così come accade anche in altre discipline. Inoltre, nei media ci sono numerose immagini e articoli riguardanti questi paesi presi direttamente dai media di lingua inglese. Sebbene non siano la maggioranza, una parte considerevole di queste immagini e articoli portano in sé forti orientamenti valoriali e implicazioni politiche. Dobbiamo sì necessariamente fare riferimento alla letteratura in inglese di grande qualità, tuttavia, dipendere eccessivamente da essa non apporterà alcun beneficio alla ricerca autonoma e al giudizio indipendente. Dopotutto, se gli ingredienti a disposizione sono solo pomodori e uova, si può cucinare solo una frittata al pomodoro, niente di più. Si dice che le forze militari americane padroneggino più di 500 lingue e che gli USA possano offrire ai propri cittadini più di 200 corsi di lingue straniere, la Cina ne offre solo circa 50; attualmente, tutti studiano solo l’inglese mentre c’è una grave carenza di talenti e di risorse documentarie nelle lingue minoritarie che hanno un significato strategico per gli interessi nazionali. Questo fenomeno merita attenzione. Ora, in seguito all’espansione e all’estensione degli interessi e dei diritti cinesi all’estero, dobbiamo costruire un nostro database di letteratura di ricerca per lo studio locale e degli altri paesi, solo allora potremo condurre un’analisi indipendente su di essi: se usiamo solo materiale in lingua inglese per studiare la Russia, la Germania, il Sud Est Asiatico, il Medio Oriente etc…, inevitabilmente la nostra ricerca sarà guidata da altri.
L’essere consapevoli della letteratura e dei materiali utilizzati dovrebbe accompagnarsi all’avere fiducia e rispetto di sé, custodendo e proteggendo i documenti della ricerca scientifica locale. Abbiamo il diritto di rivendicare la paternità di alcune importanti idee nella ricerca delle scienze sociali. Nel 1928, Gu Jiegang propose lo studio della storia dal basso verso l’alto [6], mentre lo storico americano Thompson avanzò la stessa idea nel 1966. Anche se ci è arrivato quarant’anni dopo, ogni volta che gli studiosi locali menzionano l’origine di questa scuola storiografica, citano sempre Thompson e ignorano il loro connazionale. Ancora, nonostante già dall’inizio del secolo alcuni economisti marxisti cinesi avessero messo in guardia dal possibile scoppio di una crisi del capitalismo finanziario americano, ancora molti studiosi di economia citano esclusivamente Krugman quando ne analizzano le cause.
Alcuni dicono che per distruggere un paese bisogna cancellarne la storia. Il termine “storia” si riferisce in realtà ad una parte molto importante della memoria conservata da una nazione e dal suo popolo attraverso i documenti. Questo patrimonio immateriale deve essere tramandato di generazione in generazione attraverso testi, audio e video, affinché possa essere depositato come ricchezza spirituale del paese e del popolo. Se viene perduto o interrotto, le generazioni future non potranno conoscere le loro origini, ciò sarebbe veramente spaventoso. Nel caso di alcune antiche civiltà la cui continuità è stata interrotta, i popoli che hanno successivamente abitato i loro territori hanno dovuto affidarsi a materiali storici conservati da altri paesi per ristabilire il legame con la loro storia. Questo dovrebbe essere motivo di riflessione. Ora siamo soliti pubblicare alcuni dei nostri eccellenti risultati di studi scientifici e tecnologici su riviste accademiche anglofone. A breve termine, ciò porterà ad un aumento dell’influenza internazionale; a lungo termine invece si avranno più effetti negativi che positivi. Immaginiamo che tra qualche secolo potremmo perdere gradualmente la sovranità sulla lingua accademica: quando i nostri discendenti scriveranno la storia della scienza e della tecnologia cinese, saranno costretti a setacciare e a organizzare materiali non derivanti dalla letteratura in cinese ma da riviste in lingua inglese. Se ciò accadesse, dove sarebbe la nostra dignità? Che fine farebbe il nostro rispetto? Quando Chen Yinke, parlando dello studio su Dunhuang, sospirò: “Dunhuang rappresenta la triste storia della ricerca accademica del nostro paese!”, si stava riferendo al trafugamento dei suoi reperti, il quale portò alla triste scena di perdita di dignità degli studiosi cinesi che, per portare avanti le loro ricerche su questo sito, furono costretti a cercare materiale all’estero.
Come accennato in precedenza, una delle funzioni principali delle scienze sociali è costruire l’ideologia della nazione e promuoverne la costruzione. Al momento la Cina attribuisce grande importanza alla preservazione e all’organizzazione dei materiali e documenti storici prodotti a partire dalla fondazione della Nuova Cina, i quali hanno bisogno di essere utilizzati e rivitalizzati da un numero sempre maggiore di studiosi delle scienze sociali, pena il declino del loro valore.Inoltre, le scienze sociali, per studiare il percorso e il sistema cinese, devono in ogni caso studiare il Partito Comunista Cinese. Attualmente però si osserva un fenomeno preoccupante: la letteratura sulla storia del Partito e sulla storia nazionale, fatta eccezione per gli studiosi che si dedicano specificamente a questi temi, tende a non essere presa sul serio da chi opera nella ricerca delle scienze sociali, con una conseguente diminuzione relativa della frequenza delle citazioni.Le conseguenze negative di questo fenomeno non saranno visibili nel breve periodo, ma si manifesteranno tra venti o cinquant’anni. Pertanto, i responsabili e gli studiosi di scienze sociali dovrebbero prestarvi attenzione.
In breve, la protezione delle risorse documentarie locali dovrebbe essere interpretata dal punto di vista della sovranità culturale nazionale. Non si tratta affatto di chiusura o di nazionalismo accademico. Un paese con una piccola popolazione e dalle piccole dimensioni non è in grado di costruire un sistema indipendente di scienze sociali e non potrebbe fare altro che seguire e dipendere da qualcun altro. Tuttavia, un paese con una civiltà dalla continuità ancora persistente, un sistema coerente in sé stesso, una scrittura indipendente e una popolazione numerosa, se non custodisce e preserva la letteratura locale, verrà inevitabilmente controllato da altri nella sua ricerca nelle scienze sociali.
L’atteggiamento della ricerca deve essere consapevole
Le scienze naturali possono non avere confini nazionali, ma ciò non vale per le scienze sociali. Questo è determinato dalla natura dei loro oggetti di ricerca, i quali implicano inevitabilmente che i ricercatori operino all’interno di confini e assumano posizioni legate alla propria nazione. Alcuni di essi amano parlare di neutralità dei valori, tuttavia, qualsiasi ricerca nelle scienze sociali che non sia guidata da prospettive e valori storici, perderà di “significato”. Ovunque ci sia politica in questo mondo ci saranno anche valori. Essere neutrali e obiettivi significa, per i ricercatori, evitare di portare troppe emozioni personali nel processo di ricerca, quindi né apprezzare eccessivamente qualcosa né essere eccessivamente sprezzanti, in modo da non influenzare il proprio giudizio sull’oggetto di studio. Ciò però non significa condurre ricerche senza alcuna prospettiva storica o visione valoriale. Ad esempio, quando si studia il Giappone, le conclusioni della nostra ricerca non possono seguire le simpatie e antipatie mostrate dal ricercatore in questione nei confronti di questa nazione, poiché sia un sentimento di apprezzamento che uno di disprezzo si inseriranno nel nostro giudizio oggettivo sul Giappone. Nello studio della Cina, molti studiosi occidentali, guidati dal pregiudizio, esprimono idee negative sul PCC. Non essendo quindi oggettivi, il loro giudizio sulla Cina contemporanea è spesso errato, ma a volte, i loro errori di valutazione possono addirittura andare a nostro vantaggio quando essi li trasformano in politiche. Attualmente, sempre più studiosi in occidente riconoscono come il pregiudizio limiti la loro ricerca e lentamente stanno iniziando ad analizzare oggettivamente il PCC. Allo stesso modo, quando studiamo l’occidente, non dobbiamo completamente sminuirlo o giudicarlo negativamente solo sulla base delle nostre emozioni, semplicemente perché è diverso da noi. Questo atteggiamento infatti inevitabilmente influenza il nostro giudizio sul suo andamento e distorce le nostre conclusioni, creando dei problemi anche per la formulazione delle politiche interne ed estere.
Ma ciò non significa abbandonare la prospettiva storica e valoriale che guida lo sviluppo o l’approccio alla ricerca. Se non esistesse una prospettiva storica o valoriale certa da avere come guida, le conclusioni degli studi nelle scienze sociali finirebbero sicuramente fuori rotta. La prospettiva storica ci spiega “da dove veniamo e dove siamo diretti”. Ad esempio, l’estinzione delle popolazioni native sul continente americano è direttamente correlata all’invasione e al massacro da parte dei coloni occidentali. Questo è stato uno sterminio, un genocidio, o comunque un crimine contro l’umanità. Tuttavia, studi recenti sulla storia ambientale e delle patologie non parlano molto di questo, ma delle varie malattie portate dagli occidentali nel continente americano le quali avrebbero causato una forte diminuzione della popolazione nativa. Questo tipo di ricerca va contro una fondamentale visione storica e assolve indirettamente la storia delle persecuzioni e dei genocidi coloniali. In Cina, alcuni pensano che furono gli stessi cinesi a distruggere l’antico Palazzo D’Estate o che comunque il danno arrecato dalle forze britanniche e francesi non fu così grande come quello cinese. Recentemente si è diffusa anche l’idea per cui la Cina dovrebbe rinunciare a educare i suoi cittadini sulla storia del “secolo delle umiliazioni” poiché il parlarne troppo creerebbe un peso psicologico che graverebbe sulla sua ascesa a grande potenza. Anche questo tipo di ricerca non ha posizione o prospettiva storica. Esistono molti studi di questo genere che giustificano i crimini di coloni e invasori, quindi non li elencherò qui. Qualsiasi studioso di scienze sociali con una coscienza, se non ha il coraggio di affrontare o tende a dimenticare le enormi tragedie che la storia del colonialismo e delle invasioni ha inflitto all’umanità per secoli, inevitabilmente mancherà di senso di giustizia e onestà quando guarderà al futuro del genere umano. In ogni paese, le scienze sociali devono, in ultima analisi, servire gli interessi della nazione e del popolo. Su questa base, con risorse aggiuntive, possiamo anche contribuire al benessere dell’umanità e del mondo. Per gli scienziati sociali cinesi contemporanei, le loro prospettive storiche e i loro valori dovrebbero essere consapevolmente integrati con il seguente grande tema che rappresenta il nucleo fondamentale della nostra ricerca, ovvero chiedersi “che tipo di paese socialista costruire e in che modo”. Partendo da questo presupposto, i risultati della ricerca acquisiranno dignità, valore e potranno davvero guadagnarsi il rispetto del mondo nel momento in cui servono la costruzione socialista e gli interessi del popolo!
Titolo originale del saggio: 学术自觉与社会 科学自主创新, pubblicato per la prima volta nel volume 12 del 2013 della rivista accademica 复旦国际关系评论 (Fudan Guoji Guanxi Pinglun, Fudan International Relations Review).
Immagine: copertina di un’opera curata dall’autore.
| ↑1 | Qui si scompone il termine che in cinese moderno è tradotto come elezione, “xuǎnjǔ 选举”. Da xuǎn 选 selezionare, scegliere, 举 elevare – probabilmente qui nel senso di jiànjǔ 荐举 – raccomandare, proporre qualcuno per qualche incarico. Riferimento al processo di selezione/ elezione dei funzionari di partito e statali, anche riferimento al termine jǔ rén 举人, che indicava i candidati che avevano superato l’esame imperiale a livello provinciale. |
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