Nell’ottobre 2013, alla Conferenza nazionale sul lavoro di propaganda e ideologia, Xi Jinping, eletto da meno di un anno segretario generale del Partito Comunista Cinese (PCC), enunciava il seguente obiettivo:
“Bisogna sforzarsi di espandere le capacità della comunicazione internazionale, innovando i metodi della propaganda verso l’estero e rafforzando la costruzione del sistema discorsivo (huayu tixi 话语体系); e sforzarsi di creare nuovi concetti, nuove categorie e nuove espressioni che connettano la Cina e l’estero, raccontando bene le storie della Cina, diffondendo bene la voce della Cina e rafforzando il potere discorsivo a livello internazionale (zai guojishang de huayuquan 在国际上的话语权)”.
Huayu quan (huayuquan 话语权), nel suo significato tanto di “diritto di parola” o “potere del discorso”, qui tradotto come “potere discorsivo”, è una nozione centrale dell’attuale “propaganda verso l’estero” del PCC, profondamente rivitalizzata sotto la guida di Xi Jinping, fondamentale tanto quanto il precetto di “raccontare bene le storie della Cina”, di cui ci siamo già occupati su questa rivista qualche anno fa.
Cosa si intende dunque con questa nozione? Cosa significa dal punto di vista teorico e pratico “rafforzare il potere discorsivo”?1)Per dei riferimenti più ampi a questa nozione, si rimanda a Tanina Zappone, La comunicazione politica cinese rivolta all’estero: dibattito interno, istituzioni e pratica discorsiva (Milano: Ledizioni, 2018). Se la terminologia del PCC è spesso elusiva, è piuttosto nelle elaborazioni di ambito accademico che di solito troviamo delle illustrazioni estese di come si debbano o si possano intendere, con dei margini interpretativi più o meno ampi, le formule politiche ufficiali. Si è scelto perciò di presentare su queste pagine alcuni articoli di Su Changhe, studioso cinese di politiche e relazioni internazionali, dato che questi illustrano in modo particolareggiato le visioni, le finalità e le strategie del partito-stato cinese inerenti alla diffusione internazionale del cosiddetto potere discorsivo.
Su Changhe, classe 1971, da anni direttore della Scuola di relazioni internazionali e affari pubblici dell’Università Fudan, e secondo l’enciclopedia collaborativa Baidu Baike membro del PCC dal 1999, si è dedicato soprattutto alla definizione e all’affermazione dei principi del sistema politico cinese, nonché dei metodi per farli conoscere all’estero nel contesto della globalizzazione, come illustrano i suoi articoli selezionati nella sua pagina di Fudan e nel portale dedicato al sapere accademico cinese Aisixiang. I suoi interessi e le sue visioni, perciò, non solo si allineano con quelli del PCC, ma anzi per certi aspetti li anticipano, contribuendo a definire, nel loro farsi, i temi ideologici ufficiali prediletti dall’attuale propaganda. Per questo abbiamo deciso di pubblicare alcuni di questi saggi, incentrati sul tema del potere discorsivo, nell’ottima traduzione italiana di Laura Federico, che ne ha curato anche la selezione.2)I saggi sono stati originariamente selezionati e tradotti nell’ambito del progetto di tesi di laurea magistrale dal titolo La ricerca del potere discorsivo nella Cina contemporanea: un’analisi attraverso il pensiero di Su Changhe discussa ad aprile 2025 (relatore Marco Fumian e correlatrice Flora Sapio).
La nozione di discorso elaborata da Su Changhe, vale la pena di notare, trae ispirazione almeno in parte da quella di Michel Foucault, per il quale come è noto il sapere è una costruzione discorsiva prodotta socialmente e strutturata dalle azioni del potere. Gli intenti, però, appaiono diametralmente opposti: se lo scopo, per il filosofo francese, è quello di decostruire il nesso sapere/potere, in particolare in relazione agli interventi disciplinari del potere dello stato, per il politologo cinese (e per il PCC), viceversa, si tratta piuttosto di saldarlo.
Come si leggerà chiaramente nei saggi dell’autore, l’esigenza di rafforzare il potere discorsivo è legata alla volontà di aumentare l’influenza della Cina a livello internazionale. A giustificare tale intento, c’è la visione che il cosiddetto Occidente, rappresentato in primo luogo dagli Stati Uniti, eserciti sull’ordine internazionale un’egemonia arbitraria, fondata in modo significativo sul potere normativo del discorso. Il pensiero politico occidentale, considerato da Su Changhe come un pensiero eminentemente locale, si è universalizzato grazie all’espansione del dominio dell’Occidente, che ha costretto le altre culture ad assimilare i propri schemi concettuali sopprimendone le potenzialità peculiari di sviluppo. La Cina, perciò, costretta in una “posizione svantaggiata” da quest’ordine simbolico coercitivo, deve liberarsi dalle visioni distorte che la ingabbiano, e sfruttare la propria ascesa e il declino percepito del potere occidentale per cominciare a “parlare con le proprie parole”, sia nel contesto nazionale che in quello internazionale, confezionando e diffondendo, in particolare, i “propri” concetti e le “proprie” terminologie nell’ambito della filosofia politica e delle scienze sociali. Si tratta perciò di una spinta di decostruzione controegemonica che sottende delle implicite finalità egemoniche, mirando a riprodurre per la Cina lo stesso processo di conquista del potere discorsivo occidentale universalizzando le visioni politiche e sociali cinesi.
A questo fine, Su Changhe delinea diverse azioni da compiere, che prevedono la partecipazione di più attori. In primo luogo, gli intellettuali e accademici cinesi, troppo proni a suo avviso a sottomettersi ai “sistemi di giudizio occidentali” criticando la Cina a partire da questi ultimi. Questi, invece, dovrebbero trovare la propria autonomia e consapevolezza culturale, facendosi “interpreti delle politiche del governo”, concentrandosi nell’elaborazione di un sistema autoctono di nozioni e definizioni basate sulla storia e sulla realtà della Cina, al fine di evidenziarne tanto l’incontestabile diversità dei suoi “valori”, quanto gli elementi di “comunanza universale” con i valori delle altre “nazioni e civiltà”, così da creare “convergenze” e “unità di intenti” “pur percorrendo strade diverse”. Ma si tratta – finalità affatto secondaria – anche di impegnarsi a trasmettere queste visioni e questi valori al pubblico straniero, sforzandosi di adottare strategie creative per renderli comprensibili e attrattivi in un dialogo “paritario” con quest’ultimo. Fondamentale, a questo scopo, è formare un gran numero di studiosi e studenti stranieri, educandoli non solo alla lingua cinese ma anche alle teorie e ai concetti di matrice cinese, con la fiducia che, quando questi ultimi avranno assimilato i linguaggi e le idee in essi contenuti, contribuiranno a loro volta a diffonderli “cambiando la percezione degli altri” sulla Cina.
Si tratta, come si può vedere, di argomentazioni in larga parte legittime, e motivate da intenzioni parzialmente costruttive. È vero infatti, come peraltro già sappiamo, che la modernità occidentale ha sottomesso con gradi diversi di violenza lo sviluppo mondiale alla propria logica e ai propri fini, ed è altrettanto ovvio, come affermano gli studi postcoloniali non di rado branditi dal nativismo cinese, che occorre “decolonizzare” la “tarda” mentalità eurocentrica che muove oggi i suoi ultimi colpi di coda. Così come è vero, lo abbiamo più volte osservato, che la visione del sistema politico cinese, nell’ordine del discorso occidentale, tende a essere molto spesso fissata secondo schemi stereotipati che la inchiodano come altro negativo dei propri modelli normativi. Ed è perciò scontato, alla luce di ciò, che sarebbe necessario sviluppare sguardi più aperti sulla Cina per indagare se dalle sue esperienze storiche e progettualità politiche non possano venire anche dei contributi positivi per una governance mondiale sempre più in crisi, in cui il tanto impugnato “sistema basato sulle regole” viene smantellato oggi proprio da chi dovrebbe difenderlo.
Nello stesso tempo, leggere Su Changhe ci aiuta a mettere a fuoco gli aspetti più visibilmente problematici di queste argomentazioni, viziate come sono dal loro essere inalveate nella logica della propaganda governativa cinese. Motivate principalmente dalla volontà di spiegare i “concetti chiave che definiscono la via, il sistema e la teoria cinese”, ovvero le visioni ufficiali del PCC riguardo al percorso di sviluppo “corretto” della Cina, esse hanno, come finalità primaria, quella di legittimare le scelte del potere politico cinese in Cina e all’estero. I “concetti”, le “categorie”, e le “espressioni” autoctone che in teoria dovrebbero interpretare in modo più rispondente le esperienze e le soggettività “reali” della Cina, perciò, tendono a configurarsi nella pratica come elaborazioni ideologiche rispondenti prima di tutto alle esigenze del partito. Inoltre, definite sulla base della loro asserita differenza rispetto alle inclinazioni culturali occidentali, tali elaborazioni non smontano le opposizioni binarie della modernità occidentale, ma anzi le rifissano, limitandosi a capovolgerle, erigendo delle contrapposizioni orientalistiche fra un ordine occidentale essenzializzato, che in virtù della sua natura capitalista sarebbe indistintamente votato a creare un “mondo per l’interesse privato”, e un ordine ideale della Cina, che essendo per sua natura portata ad attingere alla “saggezza orientale”, con la sua propensione per le relazioni armoniose e simbiotiche, mirerebbe più naturalmente a creare un mondo “per il bene comune”. Un modo di immaginare le cose, di conseguenza, che mentre costruisce la rappresentazione di un Occidente sostanzialmente monolitico – come se non fosse lo stesso “Occidente” a generare, al proprio interno, tutti i controdiscorsi e le visioni critiche sullo stesso “Occidente” a cui i nativisti cinesi attingono nel formulare le loro contestazioni antiegemoniche – in contemporanea promuove la narrazione di un’entità cinese idealizzata (la “comprensione di una Cina vera, progressista, e positiva”, nelle parole dell’autore), da cui tutte le differenze e divisioni interne, a livello politico, economico, sociale, culturale, sono tendenzialmente edulcorate o espunte. Un esempio molto significativo di questo modo di elaborare i concetti, su cui ho già scritto di recente, riguarda la fabbricazione della nozione di una presunta “democrazia cinese” oggi promossa dal PCC,3)Marco Fumian, “Fra democrazia e autocrazia. Leggere la propaganda sulla Cina in un’epoca di competizione”, in Leggere la Cina, capire il mondo. Narrazioni dominanti e discorso critico in un’era di competizione (a cura di Marco Fumian) (Milano-Udine: Mimesis, 2025), 31-67. resa possibile dal fatto che, come spiega Su Changhe, a volte parole diverse in culture diverse designano concetti dallo stesso significato (tong yi yi ming 同义异名), mentre a volte parole uguali in culture diverse designano concetti con significati diversi (tong ming yi yi同名异义). Ciò riguarderebbe appunto proprio la nozione cinese di “democrazia”, la quale, ispirata nei suoi contenuti da antichi ideali politici cinesi, e traendo le sue origini moderne “dalla dottrina marxista dello stato”, e quindi trovando la sua legittimità “nel socialismo e non nel capitalismo”, avrebbe, a differenza della democrazia liberale di matrice occidentale, “come fondamento la società e l’uomo, non il capitale e il denaro”.
Confrontarsi in modo consapevole con questi concetti “cinesi”, perciò, diventa un lavoro molto importante, soprattutto per quei “70 milioni di persone (sic!) che attualmente studiano il cinese” all’estero, a cui, scriveva Su Changhe nel 2017, le istituzioni culturali cinesi dovrebbero strategicamente rivolgersi, al fine di farle “entrare in sintonia” e farle “sentire vicine” ai valori positivi promossi oggi dal “discorso diplomatico” cinese. La strategia, nel promuovere questi insegnamenti attraverso gli scambi, sarebbe quella di “concentrarsi sulla costruzione di riviste internazionali, pubblicazioni, sistemi di valutazione e accreditamento, ricerche collaborative, società accademiche, premi onorari e altri meccanismi che utilizzano il cinese come lingua di espressione accademica”. Di fatto, si tratta proprio delle svariate iniziative che abbiamo visto massicciamente intraprese dalle istituzioni culturali della RPC negli ultimi anni. È dunque fondamentale, per chi rientra fra le tante persone che sono in qualche modo interpellate da questi discorsi, elaborare a propria volta strategie per decifrarli, comprendendone meccanismi, finalità e contenuti. Interpretare in modo critico le parole e le idee diffuse oggi dalla Cina nel mondo, è uno dei compiti principali di chiunque voglia occuparsi di lingua e cultura cinese in modo serio.
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Sarebbe tuttavia fuorviante pensare che tutte le elaborazioni degli intellettuali cinesi contemporanei rispondano, come nel caso di Su Changhe, al mero obiettivo di “costruire l’ideologia della nazione”, come vorrebbe invece quest’ultimo. Sebbene l’orizzonte dei dibattiti intellettuali, dopo una fase di relativa apertura, si sia nel sistema ideologico di Xi Jinping effettivamente ristretto, non tutti gli intellettuali cinesi “parlano”, a tutt’oggi, ritenendosi dei semplici interpreti e divulgatori del discorso politico ufficiale. Molti, ancora, sono gli intellettuali che conservano una loro agenda intellettuale autonoma, negoziata all’interno dei perimetri istituzionali e gli obiettivi ideologici delimitati dallo stato.
È il caso, per esempio, di Ge Zhaoguang (1950), figura di rilievo all’interno del panorama storiografico e intellettuale cinese, il quale, mettendo in guardia contro le narrazioni storiche di stampo nazionalista oggi evidentemente molto diffuse, ha avviato negli anni un fecondo dialogo con la Global History nel tentativo di ricercare “un linguaggio comune [fra diverse aree geografiche e comunità politico-culturali, nda] per creare una storia che aspiri ad essere globale presentando una pluralità di punti di vista diversi non antitetici, ma complementari”. Presentiamo pertanto un interessante disamina sul lavoro di questo autore, condotta da Paolo De Giovanni, insieme alla traduzione di un saggio originale di Ge Zhaoguang svolta dallo stesso curatore.
Immagine: Volume recente sul potere discorsivo.
| ↑1 | Per dei riferimenti più ampi a questa nozione, si rimanda a Tanina Zappone, La comunicazione politica cinese rivolta all’estero: dibattito interno, istituzioni e pratica discorsiva (Milano: Ledizioni, 2018). |
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| ↑2 | I saggi sono stati originariamente selezionati e tradotti nell’ambito del progetto di tesi di laurea magistrale dal titolo La ricerca del potere discorsivo nella Cina contemporanea: un’analisi attraverso il pensiero di Su Changhe discussa ad aprile 2025 (relatore Marco Fumian e correlatrice Flora Sapio). |
| ↑3 | Marco Fumian, “Fra democrazia e autocrazia. Leggere la propaganda sulla Cina in un’epoca di competizione”, in Leggere la Cina, capire il mondo. Narrazioni dominanti e discorso critico in un’era di competizione (a cura di Marco Fumian) (Milano-Udine: Mimesis, 2025), 31-67. |

