Figura di rilevo all’interno del panorama storiografico e intellettuale cinese, Ge Zhaoguang 葛兆光 ha dedicato buona parte dei suoi più di quarant’anni di attività alla ricerca sull’identità cinese, ponendo sempre l’accento sulla necessità di una sua storicizzazione, ossia mettendone in evidenza la complessità dello sviluppo, nonché l’importanza degli apporti esterni, evitando idealizzazioni non radicate nella realtà storica. Il fil rouge che attraversa i suoi studi appare essere la consapevolezza che il percorso di costruzione dell’identità cinese è stato caratterizzato da un continuo processo di stratificazione di componenti diverse sulla base di alcuni elementi culturali che ne costituiscono il nucleo centrale. Questo tipo di narrazione, attenta a mettere in luce la pluralità, la complessità e l’importanza dei contatti con l’esterno, si pone in aperto contrasto con altri tipi di narrazione diffusi in Cina che tendono invece a cristallizzare l’essenza culturale cinese in un passato destoricizzato, sottolineandone l’unicità e alimentando in questo modo tendenze nazionaliste e autoreferenziali.1)Ge Zhaoguang “Diejia yu ninggu —— Chongsi Zhongguo wenhua shi de zhongxin yu zhuzhou” 叠加与凝固——重思中国文化史的重心与主轴 [Integration and Solidification: Rethinking the Core of the History of Chinese Culture], Wen Shi Zhe 文史哲, 341, 2, 2014, 5-19.

Nato nel 1950, Ge Zhaoguang fa parte di una generazione che ha vissuto in pieno gli anni della Rivoluzione culturale. Ciò ha influenzato il suo percorso di formazione. Egli riesce infatti a iniziare gli studi universitari solo nel 1977, anno in cui venne reintrodotto il gaokao, risultando ammesso alla prestigiosa Università di Pechino, nel corso di laurea in Testi antichi (Gudai wenxian 古代文献). Terminati gli studi, tra il 1984 e il 1992, Ge Zhaoguang ricopre la posizione di professore associato presso il Dipartimento di storia dell’Istituto Normale di Yangzhou (Yangzhou Shifan Xueyuan 扬州师范学院).

A questi anni risale la pubblicazione delle sue prime due monografie, intitolate Lo Zen e la cultura cinese2)

Ge Zhaoguang 葛兆光, Chanzong yu Zhongguo wenhua 禅宗与中国文化 [Lo Zen e la cultura cinese] (Shanghai: Shanghai renmin chubanshe 上海人民出版社, 1986).
e Il Taoismo e la cultura cinese.3)Ge Zhaoguang 葛兆光, Daojiao yu Zhongguo wenhua 道教与中国文化 [Il Taoismo e la cultura cinese] (Shanghai: Shanghai renmin chubanshe 上海人民出版社, 1987). In questi due lavori, Ge Zhaoguang adotta il punto di vista della storia culturale per indagare come queste due tradizioni filosofico-religiose abbiano influenzato la cultura cinese su diversi piani e in diversi periodi storici. Emerge già dunque dalla seconda metà degli anni Ottanta uno degli elementi che, come già detto, caratterizza l’intera produzione storiografica di Ge Zhaoguang, ossia l’analisi delle diverse componenti che sono andate stratificandosi nella cultura cinese e l’interazione tra queste e altri elementi già presenti nell’universo culturale cinese. Come ricordato dall’autore stesso, tali ricerche sono anche frutto del clima intellettuale degli anni Ottanta che vedeva, sullo sfondo di una generale ricerca della modernità, una rinascita degli studi sulla tradizione cinese, anche con un atteggiamento critico, che diede vita alla cosiddetta “febbre culturale” (wenhua re 文化热).4)Ge Zhaoguang 葛兆光, “Weilai hui ruhe kandai women zhe ge shidai” 未来会如何看待我们这个时代 [In futuro come si guarderà a questa nostra epoca?], in Li Li 李礼, Gujin zhi bian: Lishi xuejia fangtan lu 古今之变:历史学家访谈录 [I cambiamenti del passato e del presente: raccolta di interviste a storici] (Taiyuan: Shuhai chubanshe, 2024), 343-344.

Nel 1992, Ge Zhaoguang si trasferisce all’Università Qinghua di Pechino come professore ordinario nel Dipartimento di storia, ove rimane fino al 2006. Sono questi gli anni in cui lavora a una monumentale storia intellettuale della Cina. Pubblicata in più volumi e in diverse edizioni dalla Fudan University Publishing House, l’opera si presenta come una storia del pensiero cinese dalle origini fino al 1895, anno della sconfitta dell’Impero Qing nella guerra sino-giapponese.5)Ge Zhaoguang 葛兆光, Zhongguo sixiang shi 中国思想史 [Storia del pensiero cinese] (Shanghai: Fudan Daxue chubanshe 复旦大学出版社, 1998, 2001, 2009, 2013). Una versione pressoché dimezzata dell’originale cinese è stata tradotta in inglese e pubblicata in due volumi: Ge Zhaoguang, An Intellectual History of China (Leiden-Boston: Brill, 2014). L’iniziale idea di pubblicare un nuovo tomo dell’opera dedicato al periodo tra 1895 e il 1989, che secondo Ge rappresenta il “XX secolo cinese”, venne poi accantonata (cfr. Ge Zhaoguang, “Weilai hui ruhe kandai women zhe ge shidai”, cit., 366-367). Anche questo lavoro prende le mosse dal contesto degli anni Novanta, un momento in cui, come ha sostenuto l’autore, vi era una forte necessità di guardare al passato per rispondere alle domande poste da un presente segnato da profondi mutamenti.6)Ge Zhaoguang, “Weilai hui ruhe kandai women zhe ge shidai”, cit., 344-345.

Nella lunga introduzione all’opera,7)Nell’edizione cinese, la sola introduzione va a costituire il primo tomo dell’opera. Ge Zhaoguang inquadra le ragioni d’essere di una “storia del pensiero” (sixiang shi 思想史) e le modalità attraverso cui indirizzare un suo necessario rinnovamento. Fra le righe emerge un tratto peculiare dell’approccio dell’autore: una spiccata sensibilità storica, che lo porta a sottolineare l’importanza della contestualizzazione – anche di quei pensatori e di quei testi più famosi che vengono spesso cristallizzati in uno spazio immutabile – e la necessità di evitare una storia “a posteriori” che sovrastimi l’influenza di alcune figure e sottostimi il valore del “mondo storico” fatto di conoscenze e credenze generalmente diffuse con cui i testi classici e gli intellettuali hanno interagito. Sono queste convinzioni che portano l’autore a staccarsi da una tradizione di storia del pensiero che si concentra su un’élite intellettuale composta da alcune figure di spicco, presentate all’interno della narrazione come una sequenza di medaglioni sconnessi dal contesto storico di appartenenza. Ge si inserisce in questo modo nel dibattito, apertosi in Cina a partire dagli anni Ottanta, sulla necessità di elaborare una nuova forma di storia intellettuale, sottolineando la necessità di confrontarsi con il “mondo storico” fatto di conoscenze, di mentalità e di credenze che hanno influenzato le decisioni, le interpretazioni e le modalità di approcciarsi alla realtà degli uomini di allora. Adottando questa modalità di analisi, nella storia del pensiero non si registrano più “periodi vuoti” o “periodi bui”, determinati dall’assenza di intellettuali di spicco, in quanto anche queste fasi storiche “mediocri” presentano aspetti di interesse, di continuità e di rielaborazione del pensiero.8)Ge Zhaoguang, An Intellectual History of China, cit., vol. 1, 1-67.

Questo riorientamento dell’indagine storica comporta anche una ridefinizione delle fonti storiche su cui la disciplina deve basarsi. Nella visione di Ge Zhaoguang, occorre infatti affiancare ai testi classici – comunque riletti nella consapevolezza delle operazioni di interpretazione, selezione ed espunzione avvenute nel corso della storia – anche nuove fonti testuali e non, come calendari, almanacchi, letteratura popolare, testi edificanti, enciclopedie, libri scolastici, reperti archeologici ecc. Da queste fonti è infatti possibile far emergere il retroterra di mentalità collettive e conoscenze condivise, facendone emergere la persistenza e la continuità sulla lunga durata. Dietro questo approccio non è difficile notare l’influenza della scuola delle Annales con la sua insistenza sulla longue durée, sulla storia delle mentalità e sulla persistenza di alcuni fattori culturali, nonché con il suo orientamento a riconsiderare la storia “dal basso”, andando alla ricerca di una vasta gamma di fonti storiche “non ufficiali”.

Ciò permette di evidenziare un altro aspetto della ricerca storica di Ge Zhaoguang, ossia il continuo confronto con la produzione storiografia internazionale. Questo si manifesta anche in un’abbondante produzione di recensioni, commenti e prefazioni a opere in traduzione cinese di studiosi attivi fuori dalla Cina continentale. Veri e propri saggi, questi contributi mettono in luce un attento lavoro di dialogo, commento e rielaborazione critica delle tendenze storiografiche che si sono affermate all’estero, per verificarne la validità e l’applicabilità alla ricerca storica in Cina.9)Alcuni di questi sono raccolti nel volume: Ge Zhaoguang 葛兆光, Ce kan cheng feng: Ge Zhaoguang haiwai xueshu lunzhu pinglunji  侧看成峰葛兆光海外学术论著评论集 [Osservando di lato appare una vetta. Raccolta di recensioni di Ge Zhaoguang sulle opere accademiche di studiosi stranieri] (Beijing: Zhonghua shuju 中华书局, 2020).

Oltre alla Nouvelle Histoire francese, una delle correnti storiografiche con cui Ge Zhaoguang ha avviato un fecondo dialogo è quella della Global history.10)Elisa Giunipero, Verso la Global history. Intervista a Ge Zhaoguang, in Agostino Giovagnoli, Elisa Giunipero (a cura di), Cina, Europa, Stati Uniti. Dalla Guerra fredda a un mondo multipolare (Milano: Guerini e Associati 2023). Sulla Global history si veda: Sebastian Conrad, Storia globale. Un’introduzione (Roma: Carocci, 2015); Laura di Fiore, Marco Meriggi, World History. Le nuove rotte della storia (Roma-Bari: Laterza, 2011). Nata e diffusa in Occidente come tentativo di superare l’approccio eurocentrico modellato sullo Stato-nazionale favorendo la dimensione delle connessioni, degli scambi e dei contatti al di là dei confini nazionali, la Global history ha trovato una certa accoglienza nella Repubblica popolare cinese.11)Elisa Giunipero, “Gli studi di Global History nella Repubblica popolare cinese: sfide e tendenze”, in Marina Miranda, Elisa Giunipero (a cura di), Interpretazioni della storia in Cina. Uso politico e letture del passato (Venezia: Edizioni Ca’ Foscari, 2024), 71-83; Elisa Giunipero, Paolo De Giovanni, “La Global history nella Repubblica popolare cinese”, Passato e presente, 125, 2025, 47-60. Ge Zhaoguang si è confrontato con questo tipo di prospettiva storiografica e ha cercato di metterne in luce sia le potenzialità sia i limiti. Da una parte, in collaborazione con altri atenei a livello internazionale, ha reso l’Università Fudan uno dei principali centri di promozione di iniziative ispirate alla prospettiva della Global history.12)Si veda, per esempio, il volume nato da alcune iniziative organizzate in collaborazione tra le università di Princeton, di Tokyo e Fudan: Fudan daxue wenshi yanjiuyuan 复旦大学文史研究院 [National Institute for Advanced Humanistic Studies] (a cura di), Quanqiu shi quyushi yu guobie shi FudanDongdaPulinsidun san xiao hezuo huiyi lunwenji  全球史、区域史与国别史—复旦、东大、普林斯顿三校合作会议论文集 [Global history, storia regionale e storia nazionale. Atti dei convegni organizzati in collaborazione dalla Fudan, dall’Università di Tokyo e dall’Università di Princeton](Beijing: Zhonghua shuju 中华书局, 2016); edizione inglese: Benjamin A. Elmanm, Chao-Hui Jenny Liu (a cura di), The ‘Global’ and the ‘Local’ in Early Modern and Modern East Asia (Brill: Leiden-Boston, 2017). Dall’altra, ha però anche fatto emergere le difficoltà di un’adozione nel contesto cinese della metodologia della Global history così come applicata alla storia europea.

In primo luogo, Ge ha espresso perplessità circa la pretesa di alcuni Global historians di essere osservatori svincolati da qualsiasi punto di vista geografico particolare. Tale atteggiamento esprime infatti una pretesa irrealizzabile di diventare osservatori onniscienti e onnipotenti; per questo motivo, Ge insiste sulla necessità di scrivere la storia globale da più punti di vista e collocazioni geografiche. Mentre per gli studiosi europei, scrivere una storia globale significa “togliere” un po’ di Europa dalla narrazione, per gli studiosi cinesi significa, al contrario, “aggiungere” un po’ di Cina alla narrazione della storia del mondo, senza ricadere però in un paradigma “nazionalista”.13)Ge Zhaoguang 葛兆光, “Zai quanqiu shi chaoliu zhong guobie shi hai you yiyi ma在全球史潮流中國別史還有意義嗎 [Con la tendenza della Global history, la storia nazionale ha ancora senso?], Zhongguo wenhua 中国文化, 2, 2012, 26. Appare qui in nuce l’idea che lo ha poi portato alla realizzazione di un podcast e di una pubblicazione su una storia globale “a partire dalla Cina”.

Un altro punto su cui la sua riflessione si è concentrata è se, di fronte all’emergere della Global history, la storia nazionale mantenga ancora una propria validità. Secondo Ge, per l’Asia orientale, la dimensione della storia nazionale rimane ancora necessaria a causa di quattro principali differenze con il contesto europeo: l’assenza di una religione comune in grado di superare la dimensione dello Stato/Impero; la presenza di confini piuttosto definiti e stabili tra Cina, Corea e Giappone e una scarsa mobilità tra i tre Paesi; la mancanza di una classe intellettuale in grado di mettere in comunicazione le tre realtà; lo sviluppo, nonostante il ruolo di riferimento della Cina, di un approccio autonomo alla propria identità da parte degli altri Paesi, rafforzato dal particolarismo a livello di lingua e di tradizione.14)Ivi, 27-28. Sottolineare queste differenze non significa però, precisa Ge, ricadere nella storiografia nazionalista che proietta nel passato lo spazio dello Stato-nazione odierno. Lo spazio e l’identità di un gruppo nazionale, così come le istituzioni politiche da questo create, sono realtà plurali che cambiano nel tempo, elaborando apporti provenienti da diverse parti.

È su questo aspetto che si concentrano i suoi tre volumi Zhai zi Zhongguo 宅兹中国,15)Ge Zhaoguang 葛兆光, Zhai zi Zhongguo: Chongjian youguan ‘Zhongguo’ de lishi lunshu 宅兹中国: 重建有关「中国」的历史论述, Beijing: Zhonghua Shuju 中华书局, 2011); traduzione inglese: Here in ‘China’ I Dwell: Reconstructing Historical Discourses of China for Our Time, (Leiden-Boston: Brill, 2017). He wei Zhongguo? 何为中国?16)Ge Zhaoguang 葛兆光, He wei Zhongguo? Jiangyuminzuwenhua yu lishi 何為中國?疆域、民族、文化與歷史 (Hong Kong: Oxford University Press, 2014); traduzione inglese: What is China?  Territory, Ethnicity, Culture, and History (Cambridge, MA – London: Harvard University Press, 2018). e Lishi Zhongguo de nei yu wai 历史中国的内与外,17)Ge Zhaoguang 葛兆光, Lishi Zhongguo de nei yu wai  —— YouguanZhongguo/zhoubiangainian de zai chengqing  歷史中國的內與外 —— 有關「中國」/「周邊」概念的再澄清 [The Inside and Outside of Historical China: A Reclarification of the Concept of “China” and Its “Borders”] (Hong Kong: The Chinese University Press 香港中文大學, 2017). che costituiscono una sorta di “trilogia” dedicata allo sviluppo, ai cambiamenti e all’evoluzione dell’identità nazionale cinese e dello spazio culturale e geografico della “Cina storica”. La riflessione di Ge si sviluppa anche in risposta a due orientamenti opposti, dai quali egli intende prendere le distanze: da una parte, un approccio largamente diffuso in Cina che tende a essenzializzare la cultura cinese come qualcosa di immutabile e autosufficiente e a definire lo spazio culturale, politico e geografico della “Cina storica” in base a quelli che sono gli attuali confini politici della Repubblica popolare cinese; dall’altra, la necessità, sostenuta da una parte degli accademici occidentali, di “salvare la storia dalla nazione” e la considerazione delle nazioni come “comunità immaginate”.18)Cfr. Ge Zhaoguang 葛兆光, Here in ‘China’ I Dwell, cit., pp. 1-2; Prasenjit Duara, Rescuing History from the Nation: Questioning Narratives of Modern China (Chicago: University of Chicago Press, 1995); Benedict Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism (London-New York: Verso, 1983).

Secondo Ge Zhaoguang, non ha senso guardare alla Cina storica nei termini della Cina odierna, in quanto la Cina rappresenta un’entità dinamica. In quanto tale, essa muta, accoglie elementi esterni che vanno via via stratificandosi e si estende su uno spazio che va espandendosi in alcuni periodi e restringendosi in altri. Questi cambiamenti avvengono però sulla base di un nucleo identitario di formazione antica che mantiene una sua stabilità e continuità nel corso dei secoli. Questa si basa su tre elementi: la cultura Han, il paradigma dell’unità politica sviluppatosi in epoca Qin-Han e la visione di una dicotomia tra cinesi e barbari. Ge individua cinque aspetti che costituiscono il nucleo della “cultura cinese”: l’uso dei “caratteri Han” (hanzi 汉字); la struttura sociale e politica basata su famiglia (jiating 家庭), clan (jiazu 家族) e Stato (guojia 国家); il sincretismo dei “tre insegnamenti” (san jiao he yi 三教合一), ossia Confucianesimo, Daoismo e Buddhismo; credenze, teorie e pratiche associate alle idee dell’unità intrinseca tra Cielo e uomo (tian ren he yi 天人合一), alle dottrine dello Yin (阴) e Yang (阳) e dei Cinque elementi (wu xing 五行); l’idea del tianxia 天下, influenzata dalla visione cosmografica secondo la quale il cielo è rotondo e la terra quadrata (tian yuan di fang 天圆地方).19)Ge Zhaoguang, What is China?, cit., pp. 97-98.

Il nucleo geografico centrale della comunità culturale caratterizzata da questi aspetti si mantiene stabile, ma, più ci si allontana da questo centro, più la situazione delle zone di “frontiera” si fa mutevole. Il “dentro” e il “fuori” sia dello spazio culturale, sia di quello politico cambiano continuamente nel corso della storia: ciò che è “dentro” può diventare “fuori” e ciò che è “fuori” può diventare “dentro”. Si tratta di una questione storico-politica molto sensibile nella Cina odierna, in quanto spesso associata alla legittimità della sovranità cinese su ampie porzioni del suo territorio. Per questo motivo, nella ricerca accademica cinese, tali questioni sono state affrontate solo in maniera «piuttosto vaga».20)Ge Zhaoguang, Lishi Zhongguo de nei yu wai, cit., p. X. Secondo Ge Zhaoguang, occorre separare il problema della legittimità degli attuali confini politici dalla questione storica dei cambiamenti nell’estensione territoriale dell’Impero nel corso delle diverse dinastie, riportando quest’ultima alla dimensione storica.

Le fasi di espansione dell’Impero (dinastie Tang, Yuan e Qing) hanno costituito momenti in cui al nucleo centrale della cultura cinese si sono sovrapposte componenti esterne, mentre le fasi in cui l’estensione territoriale si è ridotta (Song e Ming) hanno costituito momenti in cui l’identità culturale si è ricompattata attorno all’elemento Han.21)Ge Zhaoguang “Chongjia yu ninggu”, cit. La riflessione di Ge Zhaoguang si è concentrata soprattutto sul periodo Song, durante il quale, a suo giudizio, è andata formandosi una coscienza nazionale centrata sull’identità Han e sul pensiero confuciano.22)Ge Zhaoguang, Here in ‘China’ I Dwell, cit., p. 29-52. Tale idea di costituire una sorta di Stato-nazione ha poi interagito nelle dinastie successive col permanere di un’identità imperiale. Per tale motivo, Ge Zhaoguang ha messo in discussione l’assunto, basato sull’esperienza europea, di un necessario passaggio dal modello imperiale a quello dello Stato-nazione: nell’esperienza cinese, infatti, queste due componenti convivono e interagiscono tra loro. L’identità formatasi durante l’epoca Song ha contribuito a creare una “comunità” che non è solamente “immaginata”. Diventa dunque cruciale non tanto “salvare la storia dallo Stato-nazione”, quanto piuttosto “comprendere lo Stato-nazione nella storia”.23)Ivi, p. 23, 28-29.

Nel suo percorso d’indagine sull’identità cinese, Ge Zhaoguang ha inoltre affrontato un altro tema cruciale, quello dei cambiamenti nella concezione del mondo, ossia il passaggio dal tianxia ai “diecimila Paesi” (wan guo 万国). La tradizionale visione sinocentrica della Cina come espressione più alta della civiltà ha rappresentato una componente molto forte e resistente della cultura cinese, non scalfita neppure quando eventi come l’ingresso del Buddhismo in Cina e soprattutto l’arrivo dei missionari gesuiti nel tardo periodo Ming avevano messo in evidenza l’esistenza di altri centri di civiltà. Solo nel tardo periodo Qing, la Cina ha dovuto infine accettare suo malgrado il fatto di non essere il centro del mondo, ma solo uno dei “diecimila Paesi”. Nella visione di Ge, dunque, la persistenza dell’idea del tianxia ha rappresentato un limite nella comprensione cinese del mondo, viziata dalla presunzione della propria superiorità e centralità.24)Ge Zhaoguang, What is China?, cit., 28-49.

Su questo punto, Ge Zhaoguang si pone in aperto contrasto con i sostenitori della ripresa del concetto del tianxia come ideale per la definizione di sistema internazionale alternativo.25)Il riferimento principale è: Zhao Tingyang 赵汀阳, Tianxia tixi: shijie zhidu zhexue daolun  天下体系世界制度哲学导论 [The Tianxia System: An Introduction to the Philosophy of World Institution] (Nanjing: Jiangsu jiaoyu chubanshe 江苏教育出版社, 2005); traduzione italiana: Sotto il cielo. Tianxia: un antico sistema per un mondo futuro (Roma: Ubaldini Editore, 2024). Tale concetto porta infatti con sé una concezione gerarchica che, dividendo il “dentro” dal “fuori”, il “barbaro” dal “civilizzato”, pone nuovamente la Cina al centro. Per questo il “tianxia-ismo” (tianxiazhuyi 天下主义) costituisce un «nazionalismo mascherato da mondialismo» (weizhuang cheng shijiezhuyi de minzuzhuyi 伪装成世界主义的民族主义).26)Ge Zhaoguang, Lishi Zhongguo de nei yu wai, cit., 156. Un altro punto su cui si concentra la critica di Ge è l’astoricità del concetto di tianxia, così come proposto dai suoi sostenitori. Affermare che tale idea possa portare a un modello di relazioni internazionali pacifiche e armonioso non ha alcun fondamento storico. Già nell’antichità questo rappresentava infatti solo una realtà immaginaria. Ciò che la storia insegna, sostiene Ge Zhaoguang, è che l’ascesa delle potenze e l’ordine internazionale sono sempre stati imposti con la forza e la violenza: «Se noi guardiamo alla storia dell’Asia orientale, all’interno del cosiddetto “sistema tributario” o “sistema del tianxia” colui che è forte stabilisce le regole del gioco, ma se il debole non accetta queste regole, questo non causa forse fiamme e spargimento di sangue?»27)Ge Zhaoguang, Lishi Zhongguo de nei yu wai, cit., 148. Il rischio che tale visione astorica frutto dell’immaginazione di alcuni studiosi possa uscire dall’ambito del dibattito accademico per andare a influenzare la dimensione politica, diplomatica e militare del Paese è visto con preoccupazione da Ge Zhaoguang.28)Ge Zhaoguang, Lishi Zhongguo de nei yu wai, cit., 198-199. Ciò rappresenterebbe infatti un passo indietro verso narrazioni di stampo sinocentrico, nazionalista e stato-centriche, in una contemporaneità che invece ha bisogno di altre narrazioni storicamente fondate.

Proprio questa sembra invece essere divenuta la tendenza dominante nella Cina degli ultimi anni. Su impulso della linea politica adottata dal Partito comunista, non solo all’interno della disciplina storica, ma anche, più in generale, nel mondo intellettuale cinese si è affermata la volontà di rafforzare il “potere discorsivo” del Paese, promuovendo interpretazioni e categorie proprie che vadano a sottolineare la peculiarità dell’esperienza storico-politica, nonché del modello economico-sociale della Repubblica popolare cinese. Oltre che nel già citato caso di Zhao Tingyang, tale approccio è ben visibile negli articoli di Su Changhe 苏长和 tradotti in italiano su questa rivista. Nei contributi di Su appare chiaramente la tendenza a proporre una visione dicotomica e oppositiva tra un’Occidente e una Cina essenzializzati nelle loro differenze. La proposta di Ge, al contrario, si concretizza nella ricerca di un linguaggio comune per creare una storia che aspiri ad essere globale presentando una pluralità di punti di vista diversi non antitetici, ma complementari.

È su questo punto che si innesta la ripresa della Global history. Tra il 2019 e il 2021, Ge Zhaoguang si è impegnato, assieme a una ventina di giovani studiosi, nella produzione di un podcast intitolato Una storia globale a partire dalla Cina, sulla base del quale è poi stata pubblicata anche un’opera in tre volumi dal medesimo titolo.29)Ge Zhaoguang 葛兆光, Cong Zhongguo chufa de quanqiu shi  从中国出发的全球史 [Una storia globale a partire dalla Cina] (Kunming: Yunnan renmin chubanshe 云南人民出版社, 2024), 3 voll. Il podcast è fruibile tramite l’applicazione 看理想. L’obiettivo del lavoro è quello di presentare una storia globale a partire dal punto di vista cinese che possa costituire uno dei tanti punti divista da cui osservare la storia globale. Come specificato nella prefazione del volume, l’obiettivo della Global history è quello di superare il modello di narrazione basata sullo Stato-nazione, indagando la dimensione dei contatti, degli scambi e dell’interazione al di là dei confini nazionali. Questo non appare in contraddizione con quanto sostenuto in precedenza da Ge sull’utilità della storia nazionale. Si tratta infatti di adottare un approccio plurale che sappia tenere in considerazione le diverse dimensioni, andando a rileggere, come Ge ha fatto nella sua “trilogia”, l’identità nazionale alla luce degli scambi con l’esterno, superando un approccio che ponga al suo centro una determinata realtà, sia questa l’Europa o la Cina. Alla luce del rischio costituito da narrazioni di stampo nazionalista, Ge propone questo modello con l’intenzione anche di creare la consapevolezza di essere “cittadini del mondo” (shijie gongmin 世界公民) in una realtà sempre più globalizzata, ma anche divisa da crescenti nazionalismi.30)Si veda, per contrasto, quanto invece sostiene nei contributi tradotti su questa rivista Su Changhe, secondo il quale le scienze sociali devono «servire gli interessi della nazione e del popolo», «costruire l’ideologia della nazione e promuoverne la costruzione». La scelta stessa del mezzo del podcast costituisce un tentativo di uscire dall’ambito del dibattito accademico, per raggiungere un pubblico più vasto al quale proporre questo tipo di narrazione. Si tratta di un tentativo coraggioso che ha posto nuove sfide e offerto diversi spunti di riflessione metodologica.

È su questi aspetti che si concentra l’intervento – di seguito tradotto in italiano – che Ge Zhaoguang ha tenuto il 10 gennaio 2023 nell’ambito della Digital Lecture Series (2nd edition) – Chinese Perspectives: China and the World through the Eyes of Scholars, organizzata dagli Istituti Confucio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Università degli Studi di Milano, della Sapienza Università di Roma, della Freie Universität di Berlino e dall’Istituto Confucio Metropolis Ruhr.

Ge Zhaoguang, Immaginare una modalità di narrazione della Global History 31)La traduzione si basa sul testo inedito fornito dal Prof. Ge Zhaozhuang dal titolo Shexiang yi zhong quanqiu shi xushu fangshi 设想一种全球史叙述方式. La traduzione e l’adattamento per la pubblicazione sono a cura di Paolo De Giovanni. Si ringrazia il Prof. Ge Zhaoguang per aver autorizzato la pubblicazione.

A partire dal 2019, assieme a una ventina di giovani studiosi, ho realizzato un podcast intitolato Una storia globale a partire dalla Cina ( Cong Zhongguo chufa de quanqiu shi 从中国出发的全球史). Composto da più di 200 puntate, il podcast è stato pubblicato sulla piattaforma Kan lixiang 看理想 per circa due anni e mezzo, giungendo a conclusione nell’ottobre 2021. Secondo le statistiche fornite dalla piattaforma Kan lixiang, durante i due anni e mezzo di messa in onda, il podcast ha avuto circa centomila ascoltatori, mentre il numero delle riproduzioni totali ammonta a qualche milione. Il pubblico è composto non solo da studenti universitari e colletti bianchi, ma anche da studiosi appartenenti a svariati campi del sapere, come economisti, sociologi, giuristi, persino alcuni opinion leaders e figure di riferimento del mondo intellettuale.

Nel corso del lavoro di produzione delle puntate e di revisione delle bozze in vista della pubblicazione, ho maturato alcune riflessioni in merito alla Global history. Ciò di cui voglio discutere oggi riguarda appunto alcune questioni legate all’“immaginare una modalità di narrazione della Global history”.

Il caso di Sanxingdui

Innanzitutto, vorrei cominciare la mia riflessione a partire dalle scoperte archeologiche di Sanxingdui 三星堆, che negli ultimi anni hanno suscitato grande scalpore in Cina.

Gli scavi archeologici del sito di Sanxingdui, non lontano da Chengdu, nel Sichuan, hanno portato alla luce statue di bronzo raffiguranti figure umane in piedi, maschere di bronzo con occhi sporgenti, nonché maschere d’oro e scettri dorati. Lo stile di questi manufatti è molto diverso da quello degli oggetti rinvenuti nel passato in siti archeologici risalenti alle dinastie Shang e Zhou occidentali e situati nella regione che ha il suo cuore nella Pianura centrale. Ciò ha suscitato un ampio dibattito: come definire la cultura di Sanxingdui? Si tratta di una cultura shu32)Con l’espressione “Cultura Shu” (Shu wenhua 蜀文化) si intende l’antica cultura localizzata nell’odierna provincia del Sichuan, ove nel X secolo a.C. venne fondato anche l’omonimo Regno, conquistato poi dal Regno Qin nel 316 a.C. [N.d.T] oppure di una diramazione della cultura della pianura centrale, o ancora di una cultura regionale che ha subito l’influenza di culture esterne?

Il motivo per cui affronto il caso di Sanxingdui è che la notizia della sua scoperta ha avuto grande risonanza. La CCTV ha persino trasmesso in loco in diretta le operazioni di scavo, una cosa molto rara in Cina. Attualmente, vi sono due principali orientamenti nell’interpretazione della cultura di Sanxingdui. Il primo sottolinea il carattere unitario e indipendente sul piano etnico, culturale e storico della Cina antica; si tende così a considerare Sanxingdui come una diramazione della cultura cinese antica. Il secondo orientamento, invece, pone l’accento sulla presenza di componenti esterne all’interno della cultura cinese antica; la civiltà cinese viene così osservata attraverso un incessante processo di costruzione. La scoperta di Sanxingdui ha colpito profondamente il pubblico e ha spinto a interrogarsi su diverse questioni: quanti fattori esterni che ancora non conosciamo hanno influenzato la civiltà cinese antica? Abbiamo forse sottovalutato i contatti e la mobilità delle culture e dei popoli antichi? È apparso in maniera evidente che molte persone, esperti e non, avevano tutti a cuore un interrogativo: da dove provengono questi strani reperti del sito di Sanxingdui? Hanno forse un legame con l’Asia Occidentale o con l’Asia meridionale?

A prescindere da quali siano le conclusioni finali, il significato più rilevante delle scoperte di Sanxingdui è che queste ci spingono a riflettere sul fatto che nell’antichità i contatti fra la Cina e il mondo fossero probabilmente molti di più di quanto noi pensassimo in precedenza.

Questo si collega alla questione della Global history.

I contatti nell’antichità e la carenza di fonti

Le fonti storiche, pur frammentarie, che abbiamo a disposizione testimoniano che, nell’antichità, i contatti tra la Cina e il mondo esterno non erano affatto pochi. Nel podcast Una storia globale a partire dalla Cina abbiamo raccontato come il frumento fosse giunto nella Cina antica dall’Asia occidentale e come anche le tecniche di fusione del bronzo fossero arrivate in Cina attraverso le pianure settentrionali. Vi sono anche altri esempi: in alcune tombe risalenti ai Zhou occidentali scavate nell’odierna Xi’an è stato ritrovato un utensile di bronzo destinato all’uso su carro che riporta come decorazione l’immagine di un animale dalle corna a spirale. Sorprendentemente, questo reperto è pressoché identico a un finimento bronzeo equestre di forma circolare risalente al 1000 a.C. rinvenuto nell’altopiano della provincia iraniana del Luristan. Negli scavi di Tianma-Qucun, nella provincia dello Shanxi, sono venuti alla luce collane di perle di corniola rossa con pendenti di giada molto simili a collane di perle ritrovate negli antichi sepolcri dei popoli nomadi delle steppe settentrionali. È probabile che questo tipo di manufatti sia giunto in Cina via terra attraverso le steppe settentrionali. A Guangzhou, in una tomba del re di Nanyue risalente al II secolo d.C., in epoca Han, è stato ritrovato un calice che ricorda fortemente utensili simili utilizzati nell’antico Iran. Ancora più a sud, presso il delta del Mekong, nell’attuale provincia di An Giang, nel Vietnam meridionale, in alcuni siti archeologici del regno del Funan risalenti al II secolo sono state rinvenute monete romane, statue in bronzo raffiguranti Buddha e alcune divinità induiste, nonché sottili lamine di stagno incise in sanscrito e altri manufatti in stile iranico e kushano. Ciò dimostra che anche lungo le rotte marittime si realizzavano scambi e contatti.

Da queste prove sparse e frammentarie possiamo comprendere come, probabilmente, abbiamo sottovalutato le capacità di mobilità dei popoli antichi e la loro abilità nel diffondere tecniche e conoscenze. In realtà, anche nell’antichità, la circolazione delle culture, l’interazione tra popoli, la trasmissione delle conoscenze e persino i conflitti reciproci erano fenomeni comuni e frequenti.

Per fare un altro esempio, consideriamo ora una carta geografica, la mappa Kangnido (Hunyi jiangli lidai guodu zhi tu 混一疆理历代国都之图), realizzata in Corea nel quarto anno di regno dell’imperatore Jianwen (1402), sulla base di due mappe cinesi di epoca Yuan. Cosa ha questa mappa di così sorprendente? In essa viene disegnata l’Africa, rappresentata a forma di triangolo rovesciato, con anche le ramificazioni del Nilo nella sua parte superiore; sono inoltre raffigurati la penisola arabica, che ha una forma simile alla proboscide di elefante, il corso, delineato in maniera molto chiara, dei fiumi Tigri ed Eufrate ed anche la città di Baghdad. La cosa ancora più stupefacente è che vi si trovano persino indicate le città di Roma e Parigi.

La scoperta di questa mappa ha suscitato grande scalpore. Per quale motivo? Perché a quel tempo, Zheng He 郑和(1374-1433) non aveva ancora intrapreso i suoi viaggi e neppure Bartolomeo Diaz (1450-1500) e Vasco da Gama (1469-1524) avevano ancora doppiato il Capo di Buona Speranza. La prima spedizione di Zheng He risale al 1405, mentre Diaz e da Gama avrebbero raggiunto il Capo solo quasi cento anni dopo. Questa mappa, però, venne disegnata nel 1402. Alcuni si sono perciò chiesti come si potesse sapere allora che l’Africa aveva la forma di un triangolo rovesciato. Questa mappa è così diventata un mistero. Molti studiosi ritengono che si trattasse di una conoscenza diffusa tra arabi e persiani. Si può quindi vedere come, già prima dell’epoca delle grandi esplorazioni geografiche, vi fossero molte conoscenze che circolavano in ogni parte del mondo. A quell’altezza cronologica vi erano dunque già scambi e contatti a livello globale, ma non vi sono fonti che lo testimoniano a livello storico.

L’obiettivo della Global history è appunto dimostrare come, già in tempi remoti, l’umanità avesse instaurato contatti reciproci. Già prima dell’apertura delle grandi rotte marittime e della globalizzazione, noi condividevamo un unico mondo. Perché dico questo? Perché gli studi storici hanno due finalità: una è quella di coltivare, attraverso la storia, un’identità nazionale; l’altra è quella di dare forma, attraverso la storia, a un consenso globale. In passato, l’insegnamento della storia (in Cina, ndt) ha però dato importanza solo alla prima finalità, ossia a instillare sentimenti di amore per la propria patria. È stato però spesso trascurato il secondo obiettivo, ossia quello di raccontare alle nuove generazioni, che, nella storia, l’umanità è sempre stata reciprocamente connessa, che l’umanità del giorno d’oggi condivide un unico globo terreste e che perciò è necessario avere consapevolezza di essere cittadini del mondo.

Questo è il senso della Global history ed è anche per questo che, all’interno del nostro podcast, abbiamo insistito particolarmente sulle connessioni globali e in particolare sui contatti tra la Cina e il mondo esterno.

Le differenze tra Global history e storia mondiale: superare le categorie di Impero, Stato e gruppo etnico

La storia mondiale (shijie shi 世界史)e la Global history (quanqiu shi 全球史) sono arrivate piuttosto tardi in Cina. Già dai loro inizi, gli studi storici in Cina hanno tradizionalmente narrato la storia della propria nazione e della propria dinastia. Questa tradizione ha radici molto antiche. È cosa nota che gli studi storici in Cina erano tradizionalmente molto sviluppati. La narrazione offerta era però una storia in cui, principalmente, la Cina è al centro e in cui la storia del mondo circostante non è importante. Dalle Memorie di uno storico (Shiji 史记) in poi è sempre stato così. Nelle Memorie di uno storico si parla anche dei gruppi etnici e degli Stati che circondavano l’impero Han, ma nelle parti dedicate alla loro storia, il mondo fuori dalla Cina appare molto ridotto, non occupa una grande parte della narrazione. Solo nel Tardo Qing, ossia nella seconda metà del XIX secolo, quando la Cina è stata costretta ad entrare nel mondo, si sono verificati dei cambiamenti.

Chi ha portato in Cina la tradizione alla storia mondiale? Furono innanzitutto i missionari occidentali a portare in Cina la tradizionale modalità di scrittura della storia mondiale diffusa in Occidente in età moderna. In cosa consisteva questa tradizione? Consisteva nel giustapporre le storie dei diversi Paesi, creando in questo modo una “Storia dei diecimila Paesi” (wanguo shi 万国史) incentrata sulla storia europea e caratterizzata dal concetto europeo di successione di epoche. Questa tradizione ha esercitato una grande influenza in Cina, tantoché, in seguito, la storia mondiale in Cina è stata scritta e insegnata proprio in questo modo. Questa tradizione ha fatto il proprio ingresso in Cina dopo le Guerre dell’oppio e, dopo la riforma del sistema educativo in tarda epoca Qing, l’insegnamento della storia mondiale nelle università e nelle scuole medie e superiori cinesi ha pressoché seguito questo modello, dando in seguito origine a una nostra tradizione di storia mondiale.

Questa modalità di scrittura della storia è stata paragonata da alcuni studiosi a un “cielo pieno di stelle”: il mondo assomiglia alla vasta volta celeste, dove si trovano molte stelle distinte tra loro, le quali, messe insieme, danno forma all’universo. Tuttavia, dopo gli anni Ottanta del secolo scorso, la Global history ha visto un sempre maggiore sviluppo e ha offerto una narrazione differente, per descrivere la quale alcuni hanno usato la similitudine del “colpo di biliardo”: su un tavolo da biliardo, dopo che una palla è stata colpita, tutte le altre palle presenti sul tavolo cominciano a rotolare e a colpirsi vicendevolmente. All’interno della Global history, infatti, interazioni, influenze, contatti e scontri diventano l’oggetto principale della storia. Ciò di cui la storia va alla ricerca è dunque cambiato. Questo è un mutamento notevole negli studi storici. Nella Global history ad assumere maggior rilevanza sono le interazioni sul piano materiale e commerciale, lo scambio di conoscenze e culture, le migrazioni terresti e marittime dei popoli, le guerre come cause della mobilità dei diversi gruppi etnici, la diffusione delle religioni, compresi aspetti come le missioni, i pellegrinaggi e la reciproca interazione delle diverse fedi, nonché l’indagine di come le epidemie, il clima e i disastri naturali abbiano influenzato la storia dell’umanità. Il fulcro della narrazione riguarda i contatti, l’interconnessione e l’integrazione.

Questi due diversi tipi di narrazione – storia mondiale e Global history, ovvero storia politica e storia delle civiltà – possono o meno dialogare tra di loro? A mio giudizio ciò è possibile; noi siamo costantemente alla ricerca di un metodo per realizzare questo. Occorre una Global history che includa le storie nazionali e che, allo stesso tempo, narri sia i “contatti”, sia i “non-contatti”, sia l’“unione” sia la “separazione”, specialmente in ambito politico. Dal momento che la politica ha dato forma allo Stato, lo Stato pone l’enfasi sull’ordine, l’ordine dipende dalle istituzioni e le istituzioni controllano gli scambi, lo Stato e la politica sono anch’essi un aspetto importante della Global history. Non si può non riconoscere che lo Stato e la politica rivestano una funzione importante nel promuovere i contatti oppure nell’ostacolare gli scambi tra l’umanità. Ciò di cui noi andiamo alla ricerca è proprio una Global history che ponga l’enfasi sui contatti, ma che, allo stesso tempo, includa anche la dimensione nazionale, una Global history che metta in risalto la dimensione della civiltà, ma che, allo stesso tempo, includa anche la dimensione politica. Questo è anche ciò che noi siamo andati sperimentando nel nostro podcast.

Naturalmente, il significato principale della Global history rimane quello di sostituire la “prospettiva della storia politica” con la “prospettiva della storia di civiltà”. Questo consiste, in primo luogo, nel rivedere le posizioni di natura eurocentrica o sinocentrica, in secondo luogo, nel sostituire una forma di narrazione che vede lo Stato come unità fondamentale e, infine, nel sostituire una modalità di scrittura centrata sulla storia politica.

Una narrazione storica con le civiltà come asse principale ha iniziato a diffondersi a partire da Toynbee, Spengler e poi Huntington. Occorre riconoscere che questo è il risultato di un’auto-riflessione da parte degli studiosi occidentali. La Global history presenta in buona parte una narrazione che pone sullo stesso piano diverse civiltà. Il suo punto cruciale è il ripensamento dell’originario approccio eurocentrico. Mi ricordo che, durante un periodo di studio trascorso negli Stati uniti, ho discusso con molti studiosi americani circa il motivo per il quale essi enfatizzano così fortemente la prospettiva della Global history. Sottolineare la prospettiva della Global history significa principalmente sostenere il carattere unitario del mondo e negare la centralità dell’Europa. Allora per quale motivo occorre rompere la modalità di narrazione tipica della storia politica che prende lo Stato come unità di riferimento? Il motivo è che la storia di molte nazioni è stata costruita a ritroso dal presente verso il passato. Lo Stato ha effettivamente costituito una presenza essenziale già dall’antichità? È veramente l’unità di base necessaria per la scrittura della storia?

In realtà, non necessariamente. Prendiamo l’esempio della Francia. Mentre mi trovavo a Parigi, ho sentito uno studioso francese spiegare che nel 1900 in Francia, il 20% della popolazione non sapeva parlare francese. In base a cosa, dunque, questo Stato è diventato una realtà ovvia e naturale con una storia unitaria? Come altro esempio prendiamo il caso del Belgio, uno Stato composto da tre gruppi etnici che parlano tedesco, francese e fiammingo; questo Stato rappresenta una naturale unità della storia? Scrivere la storia del Belgio equivale a prendere il Belgio attuale e proiettarlo sui diversi gruppi etnici del passato e scrivere una loro storia unitaria. Non è forse così? Lo stesso vale anche per la Cina. Ciò costituisce certamente un tema sensibile: la nazione cinese è esistita o meno fin dai tempi antichi? Dobbiamo partire dagli attuali 9,6 milioni di kilometri quadri che costituiscono il territorio della Repubblica popolare cinese e scrivere la storia procedendo a ritroso? Prendere lo Stato come unità di riferimento è piuttosto problematico. In questo tipo di storia, infatti, lo Stato sembra costituire l’essenza, un’unità sempre presente fin dall’antichità. Non si è però mai riflettuto sul fatto che molti Stati si sono formati progressivamente attraverso un processo storico. Tuttavia, se sosteniamo l’adozione di una prospettiva di Global history che superi i confini nazionali, allora siamo in grado di evitare tale questione problematica.

Per quale motivo? Perché la Global history ha al proprio centro le civiltà, enfatizza i contatti, l’interazione e i fattori strutturali. Ciò permette di rompere non solo una visione essenzialista dello Stato-nazione a partire dall’antichità, ma anche una visione storica segnata da un unico percorso di sviluppo e dall’evoluzione. Così facendo, non separiamo più il mondo in zone non comunicanti tra loro e non interpretiamo più la storia come un insieme di pezzi scollegati fra loro. In particolare, se noi adottiamo una narrazione storica con le civiltà al proprio centro, diamo importanza al fatto che è proprio lo scambio tra diverse civiltà a costituire il motore del cambiamento della storia globale. In questo modo, la prospettiva globale basata sulle civiltà va a sostituire la tradizionale visione storica del passato. In altre parole, la storia non viene più periodizzata in antica, medievale, moderna e contemporanea, né vi è più bisogno di una suddivisione basata sui sistemi sociali che divide la storia in fase primitiva, schiavista, feudale ecc. È noto che dal XX secolo in poi la principale base teorica degli studiosi di storia è stata l’evoluzionismo. Questo ha dato origine a visioni storiche di vario tipo, dietro cui, però, si trova sempre l’idea che ci sia qualcuno di più avanzato, di più civilizzato e di più forte che possa quindi rappresentare il riferimento principale e il criterio attraverso cui giudicare la storia. Questo significa spezzettare la storia e tale approccio deve essere cambiato. Da questo punto di vista, quindi, la Global history ha sicuramente i propri pregi.

Le ricerche di Global history in Cina dagli anni Novanta in poi

Non si può dire che gli studiosi cinesi non abbiano prestato attenzione alla Global history. Dagli anni Novanta in poi, infatti, le teorie della Global history si sono diffuse ampiamente in Cina, con numerose presentazioni e traduzioni di diverse opere di storia mondiale e Global history pubblicate all’estero, come The Human Web: A Bird’s-eye View of World History di John R. e William H. McNiell, Guns, Germs, and Steel: The Fates of Human Societies di Jared Diamond, Tradition and Encounters: A Global Perspective on the Past di Jerry Bentley e Herbert Ziegler, A Global history: From Prehistory to 21st Century di Leften S. Stavrianos, la Penguin History of the World di John M. Roberts e i volumi pubblicati in Giappone nella collana 興亡の世界史 (Kōbō no Sekai-shi, Storia del mondo: ascesa e decadenza). Oltre a ciò, vi sono anche diverse storie globali tematiche, come la storia globale del pepe, del cotone, della porcellana. Questi lavori sono stati tradotti in cinese.

Al momento, però, non vi è ancora un’opera di storia globale scritta da uno storico cinese né tantomeno vi è una Global history che parta dalla Cina. È stato proprio questo a spingerci a produrre il podcast Una storia globale a partire dalla Cina.

Ad essere sinceri, la compilazione e la narrazione di una storia globale cinese devono però fare i conti con alcune difficoltà.

La prima difficoltà consiste nel fatto che, nel percorso di formazione intellettuale degli storici in Cina, la storia mondiale e la storia cinese sono di fatto separate. Ciò ha dato origine a “storia del mondo senza la Cina” e a una “storia della Cina senza il mondo”. A causa di ciò è difficile per noi scrivere una storia globale, dal momento che la separazione tra storia mondiale e storia cinese ha come conseguenza il fatto che gli studiosi siano carenti sul piano del linguaggio, delle prospettive, delle conoscenze e della formazione nei due ambiti.

La seconda difficoltà consiste nell’influenza della prospettiva storica centrata sui concetti di “Impero celeste” (Tianchao天朝) e di “nazione cinese” (Zhonghua 中华). Per questo motivo, le nostre capacità di ricerca e compilazione della storia mondiale sono piuttosto carenti.

La terza difficoltà è determinata dalle limitazioni imposte dalle narrazioni storiche che abbiamo ereditato dalla tradizione e a cui siamo ormai abituati. Queste narrazioni mal si adattano a spiegare le connessioni della Global history. Non importa che si tratti della prospettiva storica moderna eurocentrica che pone come asse principale il passaggio dal Rinascimento alla riforma religiosa fino alla rivoluzione industriale, oppure della prospettiva storica incentrata sulla rivoluzione anti-imperialista, anti-coloniale e anti-feudale, oppure ancora della prospettiva storica terzomondista basata sull’unione di Asia, Africa e America latina: tutte queste prospettive non sono adatte alla Global history.

Negli ultimi dieci anni circa però è cresciuta notevolmente in Cina la pubblicazione di opere di storia mondiale, di Global history e di storia dei Paesi esteri. Per quale motivo le opere straniere di storia mondiale e Global history riscuotono così tanto interesse? Il motivo è che nella Cina contemporanea si presta grande attenzione a questo tipo di domande: nel corso della storia, la civiltà come si è trasformata in barbarie? La democrazia come si è trasformata in autoritarismo? Le civiltà sono o meno destinate allo scontro? Il passato e il presente della Cina determineranno il suo futuro? Queste sono le problematiche che stanno a cuore ai lettori cinesi e questo è il motivo per cui i libri che parlano della storia delle civiltà e dei paesi stranieri vengono così ben accolti dal pubblico.

La traduzione di opere straniere di Global history è dunque molto diffusa. E le opere di studiosi cinesi?

Perché partire dalla Cina?

Gli studiosi cinesi possono o meno scrivere una storia globale? Come si scrive una “storia globale a partire dalla Cina”? Queste sono questioni su cui ho riflettuto molto negli ultimi anni. Se si vuole scrivere una “storia globale a partire dalla Cina”, sorge però un altro problema: nel momento in cui si accentua il fatto di “partire dalla Cina”, si potrebbe essere fraintesi, come se si volesse rivendicare per la Cina una “quota” all’interno della storia globale. Bisogna stare attenti a evitare questo. In realtà, narrare “a partire dalla Cina” ha solo il significato di guardare il mondo attraverso occhi della Cina e non significa affatto reclamare una “quota” cinese nel mondo. “A partire dalla Cina” non implica dunque parlare di Global history adottando posizioni o valori che si rifanno a visioni nazionaliste e stato-centriche.

Intendo ora soffermarmi su tre punti.

Innanzitutto, nella prima puntata del podcast, sostengo che il mondo è troppo vasto, la storia troppo lunga, non vi è nessuna persona che sia onnisciente e onnipotente, in grado di osservare la storia a 360 gradi senza angoli morti, come fosse Dio. Per tale motivo, ogni storico deve riconoscere che noi possiamo solamente guardare la storia da un determinato punto di vista. In questi anni, ho spesso discusso di Global history con studiosi stranieri, ma ogni volta che parlo di “una storia globale a partire dalla Cina”, essi reagiscono subito chiedendo: intendi forse rinarrare la storia globale adottando la posizione della nazione e dello Stato cinese? Io rispondo sempre negando che si tratti di ciò. Bisogna comprendere che ogni storico può solo guardare la storia da una determinata angolazione. Io ammetto di non avere conoscenze sufficienti degli altri luoghi del mondo. Nel nostro podcast, emergono anche i nostri limiti; per esempio, parliamo poco dell’Africa, dell’Australia, del Sud-America. Non siamo né onniscienti né onnipotenti, quindi, sottolineare il fatto di “partire dalla Cina”, significa in realtà mantenere un atteggiamento di umiltà nei confronti della storia globale.

Inoltre, se noi intendiamo adottare un’angolazione e una prospettiva che parta dalla Cina, dobbiamo tenere ben presente anche che tale prospettiva risulta complementare con le prospettive che partono da Giappone, Europa, Stati Uniti. Solo così è infatti possibile costruire una storia globale a tutto tondo. Perciò, possiamo dire che una “storia globale a partire dalla Cina” consiste nell’adottare tale determinata prospettiva per guardare la storia. È quindi inevitabile che ciò comporti alcune distorsioni legate al contesto cinese sul piano della conoscenza e della comprensione. Per esempio, per i cinesi, l’Oriente è costituito dalla Corea, dal Giappone, dal mare e, ancora più lontano, dall’altra sponda del Pacifico; quando diciamo Occidente intendiamo invece l’Asia centrale e occidentale, la Mesopotamia, l’Europa e persino il continente americano. Per gli europei invece, l’Est è costituito dal Vicino Oriente, dal Medio Oriente, dall’Estremo Oriente; la Cina, dunque, rappresenta per loro l’Estremo Oriente. Appare chiaro a tutti come solo mettendo insieme le storie globali a partire da ogni luogo del mondo è possibile costruire una storia globale a tutto tondo. Perciò partire dalla Cina non implica assumere posizioni e valori cinesi, ma osservare la storia da questa collocazione e da questa angolatura.

Infine, se vogliamo partire dalla Cina dobbiamo anche tenere in considerazione le abitudini degli ascoltatori cinesi. Che tipo di narrazione storica può dare loro un senso di familiarità? Come è possibile raccontare la storia in modo che possa essere da loro accettata e compresa? Ogni persona ha proprie esperienze e conoscenze pregresse. Per esempio, parlando del commercio dell’argento, tutti conoscono la cosiddetta “epoca dell’argento”. A partire dal XV secolo, l’estrazione e il commercio dell’argento fu un fenomeno che andò a toccare i continenti americano, europeo ed asiatico. Se cominciassimo la narrazione partendo dai colonizzatori europei che danno avvio all’estrazione dell’argento nelle Americhe, l’ascoltatore cinese percepirebbe probabilmente la cosa come lontana ed estranea. Per questo motivo, abbiamo scelto di partire dal racconto del “tesoro sommerso nella bocca del fiume” (jiangkou chenyin 江口沉银), che negli ultimi anni ha riscosso un grande interesse. Una leggenda narrava che verso la metà del XVII secolo, Zhang Xianzhong 张献忠, il capo di una ribellione contadina, dopo essere stato sconfitto, si fosse ritirato fino al fiume Dadu e avesse fatto affondare nelle acque di quel fiume una grande quantità di argento. Si pensava che questa storia fosse solo una leggenda, finché, negli ultimi anni, ricerche archeologiche hanno scoperto che sul fondale del fiume era realmente presente una grande quantità di argento. Cominciando la narrazione da questo racconto, è possibile far capire quanto fosse importante l’argento in Cina nel Tardo Ming, tra il XVI e XVII secolo. Si procede poi spiegando che allora ci si serviva dell’argento come valuta di riferimento. Risalendo poi indietro nel tempo, si fa capire l’importanza del fatto che i colonizzatori europei estraessero l’argento nel continente americano e che questo fosse trasportato in Cina dal Giappone, permettendo in questo modo lo scambio di molteplici prodotti che potevano così finire in Europa, stimolando lo sviluppo economico di quest’ultima in età moderna. Raccontando la storia in questo modo, è probabile che l’argomento risulti più interessante per gli ascoltatori cinesi.

Quali difficoltà e problemi per “una storia globale a partire dalla Cina”?

In generale, in Cina, la ricerca nell’ambito della Global history e la compilazione di storie globali presentano ancora svariati problemi. Anche dopo aver portato a conclusione il nostro podcast e anche quando ormai le bozze del testo erano già state inviate per la pubblicazione, abbiamo comunque continuato a riflettere su tale questione.

Innanzitutto, vi sono le problematiche già menzionate sopra. Nella Global history, non importa se in Cina o all’estero, i temi dominanti sono il commercio, le migrazioni, le malattie, le guerre, la diffusione delle religioni; nella ricerca storica tradizionale, però, è ancora la storia politica a prevalere. Come già detto prima, gli scambi commerciali, la diffusione delle religioni, la guerra e le migrazioni hanno contribuito a “unire” il globo, mentre i sistemi politici, l’amministrazione dello Stato e le ideologie hanno contribuito a “dividere” il globo. Come conciliare all’interno di una storia globale “unione” e “divisione”, questa è una questione spinosa. Occorre dunque integrare nella storia globale economia, religione, politica, cultura, Stato e politica. Questo costituisce un primo problema su cui dobbiamo continuare a riflettere.

In secondo luogo, una storia globale relativamente completa deve includere regioni, civiltà e gruppi etnici diversi. Ho appena detto che una storia globale a partire dalla Cina non consiste nel rivendicare quote. La storia mondiale del passato aveva effettivamente al proprio centro l’Europa e la modernità; l’attuale storia globale è in grado di evitare questo? Attualmente possiamo trovare storie globali di ogni genere. Si tende però ancora ad assegnare “quote” della narrazione alle diverse civiltà. Nei fatti, è però la quantità delle fonti storiche disponibili a determinare lo spazio assegnato alle diverse civiltà all’interno delle narrazioni di storia globale. Per alcune zone, dal momento che le fonti scritte e archeologiche non sono sufficienti, non è possibile alcuna narrazione. Per esempio, per quanto riguarda la civiltà indiana antica, ad eccezione dei Veda, del buddismo e dell’induismo, non si riesce a strutturare una narrazione esaustiva. Altri esempi sono la regione dei grandi laghi dell’Africa meridionale: le principali fonti sono registrazioni compilate dai colonizzatori. Queste fonti sono oggettive e imparziali? Altro esempio ancora, l’Impero persiano: molti studiosi paragonano quest’ultimo all’Impero cinese, ma le fonti relative all’Impero persiano sono in buona parte narrazioni posteriori, descrizioni fatte soprattutto dagli europei. In questo modo si parla dunque dell’Impero persiano secondo la comprensione elaborata dagli europei. Cosa fare dunque? Come gestire questo squilibrio nella narrazione della Global history? Questo è il secondo problema che ho riscontrato.

Infine, la New Cultural History è una corrente storiografica contemporanea che si basa sul concetto di cultura, evitando sia concetti come Stato, politica e istituzioni, sia giudizi di valore come progresso e arretratezza. Attraverso la Global history, è possibile o meno delineare una direzione complessiva e una traiettoria generale della storia dell’umanità? Raccontando la storia globale, spero che la narrazione non risulti solamente in una storia frammentaria e divisa per tematiche. È possibile ricostruire una visione complessiva attraverso questi frammenti? In fin dei conti, la Global history ha bisogno o no di un asse principale unitario? Questo aspetto non è stato ancora sufficientemente chiarito. Non abbiamo ancora una piena comprensione di questo aspetto.

Conclusioni: quale atteggiamento dovrebbero avere gli studiosi cinesi nei confronti della Global history?

Innanzitutto, davanti all’immensità del campo della Global history ogni storico deve mantenere un atteggiamento di umiltà e avere consapevolezza che la propria conoscenza è estremamente limitata. Sappiamo veramente ancora troppo poco.

In secondo luogo, di fronte alle innumerevoli nuove scoperte riguardanti le connessioni globali, ogni storico deve comprendere che non bisogna assolutamente trarre conclusioni alla leggera, dal momento che arriveranno sempre nuove scoperte a sfidare le nostre conoscenze. Non bisogna assolutamente togliere alla ricerca storica la sua componente di immaginazione, dal momento che le nuove scoperte mettono incessantemente in discussione la storia tradizionale.

Infine, cosa ancora più importante, bisogna prestare attenzione a smorzare l’orgoglio nei confronti del proprio gruppo etnico o del proprio Paese, non bisogna guardare se stessi come un “Impero celeste”, uno “Stato superiore” o un “centro.” I cinesi in particolare hanno sempre avuto una radicata tendenza a vedere sé stessi come il centro, come un Impero celeste, come una grande e maestosa nazione. In realtà, proprio come ha sostenuto il missionario Giulio Aleni, «dal momento che la Terra è rotonda, non vi è alcun luogo che non possa esserne considerato il centro». Non dobbiamo osservare la storia globale solamente della prospettiva del proprio Paese, né dobbiamo far assumere alla storia globale una forte connotazione nazionalista. Ciò è sbagliato.

Ripensando a questi ultimi anni di lavoro sul progetto Una storia globale a partire dalla Cina, sento di aver imparato moltissimo. La Global history in Cina ha ancora basi piuttosto deboli. Che ora vi sia un almeno iniziale tentativo di “una storia globale a partire dalla Cina” è per noi fonte di consolazione. Quanto ho detto oggi rappresenta soprattutto una riflessione autocritica da parte di uno studioso cinese in merito al tema della Global history.

Traduzione di Paolo De Giovanni

Paolo De Giovanni è assegnista di ricerca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente la storia delle relazioni tra l’Italia e la Repubblica popolare cinese e la storia della Chiesa cattolica in Cina nel Novecento. Si è inoltre interessato alla diffusione in Cina della corrente storiografica della Global history.

Immagine: Mappa Kangnido (Corea, inizio del XV secolo).

References
1 Ge Zhaoguang “Diejia yu ninggu —— Chongsi Zhongguo wenhua shi de zhongxin yu zhuzhou” 叠加与凝固——重思中国文化史的重心与主轴 [Integration and Solidification: Rethinking the Core of the History of Chinese Culture], Wen Shi Zhe 文史哲, 341, 2, 2014, 5-19.
2

Ge Zhaoguang 葛兆光, Chanzong yu Zhongguo wenhua 禅宗与中国文化 [Lo Zen e la cultura cinese] (Shanghai: Shanghai renmin chubanshe 上海人民出版社, 1986).

3 Ge Zhaoguang 葛兆光, Daojiao yu Zhongguo wenhua 道教与中国文化 [Il Taoismo e la cultura cinese] (Shanghai: Shanghai renmin chubanshe 上海人民出版社, 1987).
4 Ge Zhaoguang 葛兆光, “Weilai hui ruhe kandai women zhe ge shidai” 未来会如何看待我们这个时代 [In futuro come si guarderà a questa nostra epoca?], in Li Li 李礼, Gujin zhi bian: Lishi xuejia fangtan lu 古今之变:历史学家访谈录 [I cambiamenti del passato e del presente: raccolta di interviste a storici] (Taiyuan: Shuhai chubanshe, 2024), 343-344.
5 Ge Zhaoguang 葛兆光, Zhongguo sixiang shi 中国思想史 [Storia del pensiero cinese] (Shanghai: Fudan Daxue chubanshe 复旦大学出版社, 1998, 2001, 2009, 2013). Una versione pressoché dimezzata dell’originale cinese è stata tradotta in inglese e pubblicata in due volumi: Ge Zhaoguang, An Intellectual History of China (Leiden-Boston: Brill, 2014). L’iniziale idea di pubblicare un nuovo tomo dell’opera dedicato al periodo tra 1895 e il 1989, che secondo Ge rappresenta il “XX secolo cinese”, venne poi accantonata (cfr. Ge Zhaoguang, “Weilai hui ruhe kandai women zhe ge shidai”, cit., 366-367).
6 Ge Zhaoguang, “Weilai hui ruhe kandai women zhe ge shidai”, cit., 344-345.
7 Nell’edizione cinese, la sola introduzione va a costituire il primo tomo dell’opera.
8 Ge Zhaoguang, An Intellectual History of China, cit., vol. 1, 1-67.
9 Alcuni di questi sono raccolti nel volume: Ge Zhaoguang 葛兆光, Ce kan cheng feng: Ge Zhaoguang haiwai xueshu lunzhu pinglunji  侧看成峰葛兆光海外学术论著评论集 [Osservando di lato appare una vetta. Raccolta di recensioni di Ge Zhaoguang sulle opere accademiche di studiosi stranieri] (Beijing: Zhonghua shuju 中华书局, 2020).
10 Elisa Giunipero, Verso la Global history. Intervista a Ge Zhaoguang, in Agostino Giovagnoli, Elisa Giunipero (a cura di), Cina, Europa, Stati Uniti. Dalla Guerra fredda a un mondo multipolare (Milano: Guerini e Associati 2023). Sulla Global history si veda: Sebastian Conrad, Storia globale. Un’introduzione (Roma: Carocci, 2015); Laura di Fiore, Marco Meriggi, World History. Le nuove rotte della storia (Roma-Bari: Laterza, 2011).
11 Elisa Giunipero, “Gli studi di Global History nella Repubblica popolare cinese: sfide e tendenze”, in Marina Miranda, Elisa Giunipero (a cura di), Interpretazioni della storia in Cina. Uso politico e letture del passato (Venezia: Edizioni Ca’ Foscari, 2024), 71-83; Elisa Giunipero, Paolo De Giovanni, “La Global history nella Repubblica popolare cinese”, Passato e presente, 125, 2025, 47-60.
12 Si veda, per esempio, il volume nato da alcune iniziative organizzate in collaborazione tra le università di Princeton, di Tokyo e Fudan: Fudan daxue wenshi yanjiuyuan 复旦大学文史研究院 [National Institute for Advanced Humanistic Studies] (a cura di), Quanqiu shi quyushi yu guobie shi FudanDongdaPulinsidun san xiao hezuo huiyi lunwenji  全球史、区域史与国别史—复旦、东大、普林斯顿三校合作会议论文集 [Global history, storia regionale e storia nazionale. Atti dei convegni organizzati in collaborazione dalla Fudan, dall’Università di Tokyo e dall’Università di Princeton](Beijing: Zhonghua shuju 中华书局, 2016); edizione inglese: Benjamin A. Elmanm, Chao-Hui Jenny Liu (a cura di), The ‘Global’ and the ‘Local’ in Early Modern and Modern East Asia (Brill: Leiden-Boston, 2017).
13 Ge Zhaoguang 葛兆光, “Zai quanqiu shi chaoliu zhong guobie shi hai you yiyi ma在全球史潮流中國別史還有意義嗎 [Con la tendenza della Global history, la storia nazionale ha ancora senso?], Zhongguo wenhua 中国文化, 2, 2012, 26.
14 Ivi, 27-28.
15 Ge Zhaoguang 葛兆光, Zhai zi Zhongguo: Chongjian youguan ‘Zhongguo’ de lishi lunshu 宅兹中国: 重建有关「中国」的历史论述, Beijing: Zhonghua Shuju 中华书局, 2011); traduzione inglese: Here in ‘China’ I Dwell: Reconstructing Historical Discourses of China for Our Time, (Leiden-Boston: Brill, 2017).
16 Ge Zhaoguang 葛兆光, He wei Zhongguo? Jiangyuminzuwenhua yu lishi 何為中國?疆域、民族、文化與歷史 (Hong Kong: Oxford University Press, 2014); traduzione inglese: What is China?  Territory, Ethnicity, Culture, and History (Cambridge, MA – London: Harvard University Press, 2018).
17 Ge Zhaoguang 葛兆光, Lishi Zhongguo de nei yu wai  —— YouguanZhongguo/zhoubiangainian de zai chengqing  歷史中國的內與外 —— 有關「中國」/「周邊」概念的再澄清 [The Inside and Outside of Historical China: A Reclarification of the Concept of “China” and Its “Borders”] (Hong Kong: The Chinese University Press 香港中文大學, 2017).
18 Cfr. Ge Zhaoguang 葛兆光, Here in ‘China’ I Dwell, cit., pp. 1-2; Prasenjit Duara, Rescuing History from the Nation: Questioning Narratives of Modern China (Chicago: University of Chicago Press, 1995); Benedict Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism (London-New York: Verso, 1983).
19 Ge Zhaoguang, What is China?, cit., pp. 97-98.
20 Ge Zhaoguang, Lishi Zhongguo de nei yu wai, cit., p. X.
21 Ge Zhaoguang “Chongjia yu ninggu”, cit.
22 Ge Zhaoguang, Here in ‘China’ I Dwell, cit., p. 29-52.
23 Ivi, p. 23, 28-29.
24 Ge Zhaoguang, What is China?, cit., 28-49.
25 Il riferimento principale è: Zhao Tingyang 赵汀阳, Tianxia tixi: shijie zhidu zhexue daolun  天下体系世界制度哲学导论 [The Tianxia System: An Introduction to the Philosophy of World Institution] (Nanjing: Jiangsu jiaoyu chubanshe 江苏教育出版社, 2005); traduzione italiana: Sotto il cielo. Tianxia: un antico sistema per un mondo futuro (Roma: Ubaldini Editore, 2024).
26 Ge Zhaoguang, Lishi Zhongguo de nei yu wai, cit., 156.
27 Ge Zhaoguang, Lishi Zhongguo de nei yu wai, cit., 148.
28 Ge Zhaoguang, Lishi Zhongguo de nei yu wai, cit., 198-199.
29 Ge Zhaoguang 葛兆光, Cong Zhongguo chufa de quanqiu shi  从中国出发的全球史 [Una storia globale a partire dalla Cina] (Kunming: Yunnan renmin chubanshe 云南人民出版社, 2024), 3 voll. Il podcast è fruibile tramite l’applicazione 看理想.
30 Si veda, per contrasto, quanto invece sostiene nei contributi tradotti su questa rivista Su Changhe, secondo il quale le scienze sociali devono «servire gli interessi della nazione e del popolo», «costruire l’ideologia della nazione e promuoverne la costruzione».
31 La traduzione si basa sul testo inedito fornito dal Prof. Ge Zhaozhuang dal titolo Shexiang yi zhong quanqiu shi xushu fangshi 设想一种全球史叙述方式. La traduzione e l’adattamento per la pubblicazione sono a cura di Paolo De Giovanni. Si ringrazia il Prof. Ge Zhaoguang per aver autorizzato la pubblicazione.
32 Con l’espressione “Cultura Shu” (Shu wenhua 蜀文化) si intende l’antica cultura localizzata nell’odierna provincia del Sichuan, ove nel X secolo a.C. venne fondato anche l’omonimo Regno, conquistato poi dal Regno Qin nel 316 a.C. [N.d.T]