Quando nell’aprile 2016 giunsi al primo degli ecomusei che con un gruppo di ricerca della Chongqing University of Arts and Sciences (CUAS)1)Si trattava di un gruppo di ricerca specificamente organizzato all’interno del più ampio progetto “Guizhou group of Ecomuseums research project”, finanziato dalla CUAS e da me diretto fin dal 2016. Del gruppo facevano parte, oltre a me, tre docenti della CUAS, cinque studenti del Masterin Antropologia culturale della stessa Università, e Cristiano Croci, studente della Scuola di specializzazione in Beni demoetnoantropologici dell’Università degli Studi di Perugia (in convenzione con le Università di Firenze, di Siena e di Torino) che stava lavorando insieme a me alla sua tesi di diploma, dopo alcuni mesi di tirocinio in Cina. ci eravamo prefissi di studiare nella provincia del Guizhou, l’Ecomuseo del villaggio di Suojia, nel distretto di Liuzhi, ricordo di aver riflettuto a lungo sulla lastra in pietra posta all’entrata del “Centro di documentazione”. Si trattava di una pietra color ebano, ben levigata, rettangolare con su incisa, in cinese e poi in inglese, l’indicazione del posto in cui il visitatore si trovava: Documentation Centre of Ecological Museum of Suojia Liuzhi China (Zhongguo Guizhou Liuzhi Suojia shengtai bowuguan ziliao xingxi zhongxin 中国贵州六枝梭戛生态博物馆资料信息中心). Per quale ragione il prefisso ‘eco-’ di quella che avrebbe dovuto essere la parola ‘Ecomuseum’ nella lastra si era trasformato in ‘Ecological’? Errore di traduzione/trascrizione, oppure i progettisti, in quel contesto specifico, avevano scientemente scelto questa opzione? Nelle intenzioni dei suoi ideatori il “Guizhou Group of Ecomuseums” avrebbe dovuto essere costituito da “ecomusei”, da “musei ecologici” o da “musei dell’ecologia (o per l’ecologia)”? Proviamo a rimettere in ordine le questioni.
Fin dagli anni Cinquanta del Novecento, il Governo cinese si dedicò alla mappatura, al riconoscimento e al censimento delle cosiddette “minoranze etniche”: “41 nazionalità nel 1953 e 53 nazionalità nel 1964. I censimenti del 1982 e del 1990 istituzionalizzarono, successivamente, le 55 etnie che esistono formalmente oggi. Le minoranze selezionate a partire dai 400 gruppi che richiesero inizialmente il riconoscimento, comprendono una popolazione complessiva di oltre 100 milioni di persone (circa il 9% del totale) […]”.2)Roberto Malighetti, “Introduzione. Antropologie dalla Cina”, in Roberto Malighetti (a cura di), Antropologie dalla Cina(Firenze: SEID, 2014), XXII. Il restante della popolazione, circa il 91% del totale, è invece costituito dal gruppo Han.
Nel quadro complessivo delle politiche finalizzate a gestire, da un lato, la tutela culturale e dall’altro ciò che in Cina è sovente definito come sviluppo delle minoranze, a partire dagli anni Novanta, il governo centrale raccolse le riflessioni della “Società Cinese dei Musei” e del suo presidente Su Donghai che, ormai da un decennio, stava lavorando a una possibile applicazione delle teorie ecomuseali europee in Cina.3)Donghai Su, “La storia dello sviluppo degli ecomusei in Cina”, in aa. vv., Diversità che dialogano. Dalle prime esperienze al laboratorio Cina 2005 (Trento: Documenti Trentino Cultura, Centro Duplicazioni PAT, 2006), 5-12.
Infatti, in Francia, a partire dagli anni Settanta, Hugues De Varine e George Henri Rivière, tra i promotori della Nouvelle Muséologie, dentro un più ampio movimento di decostruzione del concetto di museo come istituzione depositaria di valori socioculturali assoluti e universali, spostarono l’attenzione verso la necessità di operare sul piano dell’autoconsapevolezza delle risorse,4)Georges Henri Rivière, “The Ecomuseum – an Evolutive Definition”, Museum. Images of the ecomuseum, 148 (vol. XXXVII, 4), 1985, 182-183. ma anche del cosiddetto sviluppo locale sostenibile.5)Hughes De Varine, Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, a cura di Daniele Jalla (Bologna: CLUEB, 2005). Con l’obiettivo di democratizzare l’accesso,6)Peter Davis, Ecomuseums: A Sense of Place (New York-London: Leicester University Press, 1999). l’individuazione e l’utilizzo di quelle risorse che oggi potremmo definire “patrimonio culturale”, sulla scorta del dibattito ICOM (“International Council of Museums”, che entrambi hanno presieduto), elaborarono il concetto di ecomuseo, poi sperimentato nei successivi decenni in differenti forme e differenti contesti. Nel 1985, Rivière definì un ecomuseo come segue:

Un ecomuseo è uno strumento concepito, modellato e gestito congiuntamente da un’autorità pubblica e da una popolazione locale. […] È uno specchio in cui la popolazione locale vede se stessa per scoprire la propria immagine e cerca una spiegazione del territorio a cui è collegata e delle popolazioni che l’hanno preceduta […]. È uno specchio che la popolazione locale sorregge per i suoi visitatori in modo che possa essere meglio compresa e che le sue attività, i suoi costumi e la sua identità possano essere rispettate. È un’espressione dell’uomo e della natura. […] Raffigura la natura nel suo stato selvaggio, ma anche adattata dalle società tradizionale e industriale a loro immagine. […] È un laboratorio, nella misura in cui contribuisce allo studio del passato e del presente, della popolazione interessata e del suo ambiente […]. È un centro di conservazione nella misura in cui aiuta a preservare e sviluppare il patrimonio naturale e culturale della popolazione. È una scuola nella misura in cui coinvolge la popolazione nel suo lavoro di studio e protezione e la incoraggia ad avere una comprensione più chiara del suo futuro.7)Georges Henri Rivière, “The Ecomuseum – an Evolutive Definition”, 182-183. Traduzione mia.

Il perfezionamento di una teoria ecomuseale cinese passò, però, attraverso la mediazione dell’approccio norvegese, rappresentato dal modello museologico open-air “Skansen”8)Michael Hitchcock, Nick Stanley, King Chung Siu, “The South-East Asian “Living Museum” and its Antecedents”, in Gerard Corsane (a cura di), Heritage, Museums and Galleries. An Introductory Reader (London-New York: Routledge, 2005), 319-338. che di fatto rovesciò il presupposto francese dei processi bottom up, standardizzandolo, in modo confacente alle esigenze politiche nazionali, secondo logiche operative verticistiche.9)Daniele Parbuono, “Old-New Town”, AM. Antropologia Mussale. Rivista della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici, 14, 40/42, 2018, 86-90. La collaborazione di Su Donghai con un gruppo di ricercatori norvegesi condotto dal museologo John Aage Gjestrum,10)Donghai Su, “The Concept of the Ecomuseum and its Practice in China”, Museum International, 237-238, 60, 2008, 29-39. se da un lato portò al pieno riconoscimento sul piano nazionale delle sperimentazioni ecomuseali, dall’altro spinse il dibattito verso un riduzionismo culturale, fissista e fortemente nazionalista. Ne derivò una complessiva propensione alla folclorizzazione di elementi culturali del passato, con la conseguente esclusione dei processi contemporanei a essi connessi; uno sguardo all’“indietro”, piuttosto che all’“avanti”, al contrario di quanto auspicato dai promotori della stessa ecomuseologia e, più in generale, della Nouvelle Muséologie. La rigidità di questa impostazione epistemologica emerge evidentemente anche nei nove “Princìpi di Liuzhi”, esito formale del comune percorso seminariale compiuto dal team di ricerca sino-norvegese:

1. Gli abitanti dei villaggi sono i soli detentori della loro cultura. A loro compete il diritto di interpretarla e di legittimarla; 2. Il significato della cultura e dei suoi valori può essere definito solo dall’intuito umano e dall’interpretazione basata sulla conoscenza. La competenza culturale deve essere arricchita; 3. La partecipazione è essenziale per gli ecomusei. La cultura è un bene comune e democratico e deve essere gestita democraticamente; 4. In caso di conflitti fra turismo e conservazione culturale è a quest’ultima che va data la precedenza. Il patrimonio autentico non deve essere messo in vendita, sebbene la produzione di beni di qualità basati sulle attività tradizionali debba essere incoraggiata; 5. La pianificazione integrata e di lungo periodo è di massima importanza. Occorre sottrarsi alla logica dei profitti economici immediati che possono distruggere la cultura; 6. La protezione del patrimonio culturale deve essere integrata in un approccio ambientale complessivo. Materiali e tecniche tradizionali svolgono un ruolo essenziale a questo proposito; 7. I visitatori hanno l’obbligo morale di mantenere un comportamento rispettoso. Ad essi va dato un codice di condotta; 8. Non esiste alcuna “Bibbia” degli ecomusei. Essi saranno sempre dissimili fra loro, sulla base delle specificità culturali e della situazione sociale locale; 9. Lo sviluppo sociale è un prerequisito per la creazione di ecomusei in comunità vitali. Il benessere degli abitanti deve essere migliorato in modo da non compromettere i valori tradizionali.11)aa. vv., Diversità che dialogano. Dalle prime esperienze al laboratorio Cina 2005 (Trento: Documenti Trentino Cultura, Centro Duplicazioni PAT, 2006), 1.

Gli ecomusei, progettati seguendo questi principi, divennero nella pratica presidi retrospettivi finalizzati alla conservazione stereotipica di presunte forme culturali a rischio di scomparsa, emblema di un ambiente equilibrato da preservare rispetto ai rischi di devastazione derivanti dall’azione umana contemporanea. La sovrapposizione concettuale tra minoranza etnica e contesto ambientale non deturpato dall’industrializzazione flesse senza dubbio la forza generatrice e progressiva delle possibilità ecomuseali all’esigenza di valorizzare presunte identità circoscritte – e in Cina oggettivate per necessità politico-giuridica – dentro una strumentale e fittizia contrapposizione tra città e campagna: città-industria-progresso-inquinamento-malattia versus minoranze-campagne-agricoltura-arretratezza-salute.
L’idea progettuale soggiacente alla realizzazione e alla gestione del gruppo di ecomusei del Guizhou non si distanzia da questa dicotomia di fondo. Essi infatti rappresentano l’esito concreto della collaborazione scientifica intercorsa tra museologi cinesi e museologi norvegesi, sintetizzandone da un lato la propensione nostalgica e dall’altro le ansie a tratti regressive. Si tratta specificamente del “Suojia Ecomuseum for Miao Ethnic Group” (Suojia Miaozu shengtai bowuguan 索戛苗族生态博物馆), dell’Ecomuseo di Zhenshan (Zhenshan buyi shengtai bowuguan 镇山布衣生态博物馆), dell’ecomuseo di Tang’an (Tang’an Dong zhai 堂安侗寨) e dell’“Ecomuseo della città storica di Longli” (Longli gucheng shengtai bowuguan 隆里古城生态博物馆). Tralasciando, per ragioni contestuali, molti aspetti descrittivi e interpretativi per cui rimando a lavori già pubblicati12)Cristiano Croci, Daniele Parbuono, “Turismo e minoranze. Un primo rapporto di ricerca sugli ecomusei del Guizhou (Cina)”, in Francesco Aliberti, Fulvio Cozza (a cura di), Mobilità culturale e spazi ospitali (Roma: Cisu, 2018), 291-314. Daniele Parbuono, “Old-New Town”, AM. Antropologia Museale. Rivista della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici, 14, 40/42, 2018, 86-90. e cercando di focalizzare la riflessione sugli obiettivi del presente saggio, ritengo più proficuo concentrare l’attenzione soltanto su uno di questi quattro ecomusei, quello di Tang’an.
L’ecomuseo di Tang’an è sostanzialmente articolato in due villaggi contigui della contea di Liping che, a tutti gli effetti, costituiscono un unico “circuito”: oltre alla stessa Tang’an, Zhaoxing, entrambe abitate da persone di minoranza Dong 侗:

Le circa quattromila persone residenti a Zhaoxing abitano case in legno costruite secondo tecniche architettoniche locali secolari, ma parzialmente adattate alle possibilità edilizie e ai comfort contemporanei. Negli ultimi due decenni gli stili di vita, il lavoro, le strategie e gli obiettivi di questo gruppo Dong si sono progressivamente riconfigurati per rispondere alle esigenze di possibili flussi turistici da intercettare. Anzi, sempre più, l’economia turistica è divenuta centrale nelle politiche pubbliche e nei progetti professionali dei suoi abitanti. Le strade principali della cittadina, assai suggestive perché sviluppate intorno a piccoli rivoli d’acqua congiunti al torrente principale che di fatto rappresenta il cuore del sistema urbanistico, sono state completamente ristrutturate grazie a ingenti investimenti governativi. Ai lati delle strade, sia quella principale che quelle secondarie, una serie ininterrotta di attività commerciali, per lo più punti di ristoro, locali atti alla somministrazione di bevande o cibi (sia artigianali che industriali), bar/pub in stile “Euro-Americano”, piccoli chioschi per street-food e negozi di souvenir, lasciano intuire il significativo numero di turisti che durante i periodi di punta possono arrivare in visita.

Zhaoxing, maggio 2016. Fotografia di Daniele Parbuono

Zhaoxing è ormai conosciuta dai principali vettori turistici mondiali, tanto che non solo gli abitanti del luogo hanno riconvertito molte delle loro attività in funzione della ricettività – è questo il caso di Ying Yongxiu 赢勇秀, trentaduenne proprietaria di un albergo e guida turistica che ho conosciuto sul terreno proprio mentre stava accompagnando alcuni turisti cinesi13)Intervista del 27.2.2019. –, ma molte persone provenienti da altre zone della Cina scelgono di investire nelle prospettive di crescita di questo luogo. Ad esempio la proprietaria del suggestivo albergo in legno in cui ho dormito durante la mia più recente campagna di ricerca, Liu Hongxia 刘红夏, è una donna di quarant’anni proveniente da una zona distante circa mille chilometri da lì.14)Intervista del 26.02.2019. L’efficacia delle politiche locali e governative di promozione del luogo emerge con evidenza consultando i numerosi siti internet di informazione turistica che ne descrivono le meraviglie, con il chiaro fine di attrarre persone anche dall’estero. Per l’Italia, ad esempio il sito “turismoincina”, ne dà la seguente descrizione:

Oltre ad essere uno dei più bei villaggi etnici di tutta la Cina, è anche il più grande e antico villaggio del popolo Dong. Si tratta di Zhaoxing (肇兴) provincia del Guizhou, in cui abitano circa mille famiglie in 800 case tradizionali di legno. Le 5 Torri del Tamburo e altrettanti ponti del Vento e della Pioggia rendono questo luogo magico soprattutto durante il Grand Song, il celebre festival di musica folk tipica dei Dong e tramandata di generazione in generazione da oltre 2500 anni.

Zhaoxing, febbraio 2019. Fotografia di Chiara Albanesi

Il villaggio di Tang’an, invece, si raggiunge percorrendo alcuni chilometri, in automobile o a piedi, fino al crinale di una collina tagliato in due dalla stretta strada curvilinea principale, circondata da abitazioni costruite secondo la medesima tecnica edilizia impiegata a Zhaoxing. Si tratta dell’unica strada percorribile con automobili, furgoni o carri; le diramazioni, infatti, sono costitute da sentieri lastricati in pietra che possono essere percorsi solo da persone e animali: non è raro incontrare contadini che camminano con al seguito bovini di varie stazze. Il villaggio è immerso in una vasta area verde i cui boschi rigogliosi agli apici delle colline sono preceduti da centinaia di risaie terrazzate perfettamente manutenute.

…Ieri siamo arrivati a Zhaoxing dopo un lungo viaggio di oltre nove ore in automobile da Yongchuan.15)Yongchuan è il distretto della municipalità di Chongqing dove ha sede la CUAS. Il gruppo di ricerca era costituito, oltre che da me, da Simone Buccilli (Studente di lingua cinese presso l’Università degli Studi di Perugia e docente di lingua italiana presso la CUAS, invitato come interprete), da Chiara Albanesi (mia compagna e addetta alla realizzazione di materiali audiovisivi) e da un autista della CUAS che ha collaborato all’organizzazione logistica e alle traduzioni. […] Il primo cambiamento che ho notato rispetto al passato è che all’entrata della cittadina si incontra un enorme check-in sorvegliato, con accanto una biglietteria. Nessuno può passare (tranne i residenti) senza pagare un biglietto personale valido tre giorni, il cui costo può oscillare tra i quaranta e i settanta Yuan, in base alla stagione. Si tratta di una tassa di entrata necessaria sia per accedere a Zhaoxing, sia per proseguire verso Tang’an (la strada è unica). Dopo aver pagato il biglietto di entrata, abbiamo capito, grazie alle informazioni ottenute dall’autista, che sarebbe stato impossibile per noi, stranieri, classificati come turisti, accedere all’hotel nel centro di Tang’an (l’unico) in cui avevo alloggiato l’ultima volta. I turisti non possono più dormire a Tang’an; il luogo preposto ai pasti e all’alloggio è ormai Zhaoxing. In pochi minuti, infatti, siamo riusciti a trovare posto in un buon hotel di Zhaoxing, costruito in legno a ridosso di una collinetta rocciosa che, a differenza della struttura di Tang’an, ha stanze ben rifinite, con televisori, internet wi-fi, riscaldamento e bagno in camera a uso esclusivo. In serata poi, alcune persone del servizio di vigilanza ci hanno spiegato che il traffico di veicoli verso Tang’an è regolamentato, nonostante ognuno di noi abbia pagato il biglietto di transito. Si può partire prima delle nove o dopo le ventuno; il ritorno verso Zhaoxing invece è libero. Ovviamente a piedi, percorrendo sei o sette chilometri, si può andare e venire in ogni momento. […] Zhaoxing è ormai un centro completamente ripensato e gestito a fini turistici, è quella che definirei una old-new town,16)Daniele Parbuono, “Old-New Town”, AM. Antropologia Mussale  Rivista della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici, 14, 40/42, 2018, 86-90. che attrae numerosi autobus, numerosi turisti, numerosi gruppi. Tang’an, invece, per il momento è rimasta prevalentemente a uso degli abitanti. Stamattina, lì, ho incontrato non più di due o tre turisti, mentre l’intero villaggio era gremito di vita: persone al lavoro, contadini con gli animali, donne intente a lavare verdure nelle vasche d’acqua adiacenti la Torre del tamburo, bambini che giocavano, anziani con i bambini, carpentieri e operai. Il punto meno affollato del villaggio era il Centro di documentazione (da poco terminato) dell’Ecomuseo. Ho provato a cercare il Direttore che è arrivato solo dopo una ventina di minuti, avvertito della mia presenza da alcune persone del posto. Particolare interessante: la funzione di punto di accesso per i turisti pare restare quasi in secondo piano; non c’è personale formato al lavoro; non ci sono esposizioni o installazioni, solo alcune foto nelle pareti che essenzializzano in forma archetipica i cosiddetti “caratteri principali della cultura Dong”. In compenso, al piano superiore del centro, una decina di donne, in una stanza il cui accesso è interdetto ai visitatori, stavano tagliando stoffe e cucendo vestiti. Grazie a qualche domanda posta con discrezione sono riuscito a capire che, informalmente, con il benestare dell’intero villaggio, in caso di necessità alcuni residenti utilizzano gli spazzi (sotto-sfruttati) del Centro per le proprie attività professionali. In questo caso specifico le donne stavano realizzando vestiti Dong (folcloristici) su commessa di alcuni turisti americani.17)Diario, 26.02.2019.

Tang’an, aprile 2016. Fotografia di Daniele Parbuono

Tang’an, aprile 2016. Fotografia di Daniele Parbuono

In effetti, nonostante Tang’an riceva turisti e visitatori – in quantità ridotte e per la maggior parte nei giorni festivi – l’attività dei suoi abitanti, non più di qualche centinaio, è prevalentemente legata a un’economia di tipo agricolo, in particolare alla produzione del riso e all’allevamento. Tuttavia, nelle aspettative di molti, il turismo rappresenta una sorta di miraggio del cambiamento. L’età media della popolazione è alta e la maggior parte dei giovani residenti si sposta durante il giorno per andare a lavorare a valle. Hong Yi,18)Yi Hong, “Ecomuseum Evaluation: Experiences in Guizhou and Guangxi, China”, in Proceeding of the 3rd World Planning Schools Congress (Perth:WPSC, 2011), 15. Traduzione mia. già nel 2011, riflettendo sul rapporto tra i due paesi scriveva che Tang’an, al contrario della vicina Zhaoxing “[…] non è influenzata dal turismo e riflette una cultura Dong più autentica”.
Questa interpretazione, pur definendo una contrapposizione troppo netta tra i due paesi, con il rischio di individuare, in modo fuorviante, nel turismo la causa della perdita di una presunta “autenticità” Dong, pone in evidenza il valore ancora centrale che i residenti e le autorità governative riconoscono a stili di vita differenti rispetto a quelli delle grandi città o dei centri turistici, quindi, alla produzione agricola delle risaie terrazzate che in questo contesto rappresenta la principale forma di economia. La prima volta che visitai Tang’an, infatti, i residenti con cui riuscimmo a dialogare, unanimemente interpretavano l’azione dell’Ecomuseo sovrapponendola a quella del suo Centro di documentazione – quindi una mera esposizione – e disgiungendola completamente dalle attività di manutenzione dei terrazzamenti e di coltivazione del riso che, al contrario, agli occhi di noi visitatori, sembravano gli aspetti più utili da valorizzare. L’anziano ex leader del villaggio, Lu Yufan 陆玉凡, nel 2016, quando il Centro di documentazione dell’Ecomuseo non era ancora completato e l’attenzione turistica era assai limitata, ci spiegò chiaramente che a suo parere le persone non residenti venivano a Tang’an per l’ottima qualità del riso, prodotto secondo tecniche secolari, in un ambiente salubre e ben conservato. In quella occasione non fece minimamente cenno alla “cultura”, alle “tradizioni”, ai “canti”, ai “balli”, ai “costumi”, all’“artigianato” dei Dong, su cui invece le immagini del Centro di documentazione oggi si concentrano. Anzi, lui stesso espresse molte preoccupazioni sulla possibilità che l’aumento dei flussi turistici avrebbe potuto alterare i ritmi e modi del vivere a cui era abituato. Ricordo di aver preso molti appunti sulla divergenza di vedute tra alcuni degli abitanti e i responsabili dell’“Ufficio cultura e turismo” della contea (intervistati il medesimo giorno) che, invece, applicando direttive nazionali, stavano spingendo per ultimare il Centro di documentazione e per attivare rapporti di collaborazione con alcuni tour operator per costruire anche a Tang’an una fiorente economia turistica.19)Interviste del 30.04.2016.
A distanza di tre anni, mi pare di poter dire, non solo che il “circuito Zhaoxing-Tang’an”20)“I turisti vengono qui per i Dong. Secondo me la cultura Dong è rappresentata dalle tipiche architetture, dalla Torre del Tamburo, dai festival di danza e canto in costume che si fanno durante l’estate e durante il capodanno. Quasi tutti i turisti stanno qui a Zhaoxing, vanno per mezza giornata a Tang’an, ma poi dormono qui. I turisti vogliono passare una giornata a Tang’an per ammirare il paesaggio e per stare immersi nella natura” (Intervista a Liu Hongxia,26.02.2019). via via elaborato dai leader della contea, della provincia e dal governo centrale, stia prendendo forma, ma che anche i residenti più titubanti si stiano allineando al modello. Durante la mattinata trascorsa lo scorso febbraio con lo stesso Lu Yufan, sono rimasto sorpreso nel constatare che la sua posizione rispetto alle retoriche sullo “sviluppo” veicolate negli anni attraverso le politiche pubbliche per Tang’an fosse del tutto trasformata:

…Lu Yufan è stato leader del locale Partito Comunista dal 1973 al 1986. Ci racconta che dal 1973 a oggi Tang’an è molto cambiata, ci sono più costruzioni ma meno persone, perché tanti giovani sono andati a vivere nelle città. A differenza del 2016 non sembra provare alcuna nostalgia, anzi, specifica che a suo parere la Tang’an di oggi è migliore, perché tutto è più bello, ben tenuto, le abitazioni sono più confortevoli e più spaziose. Nel 2016 ci accolse all’interno della sua piccola casa in legno; oggi ci ha ricevuto nella sala del ristorante di proprietà del figlio, al piano terra della loro nuova abitazione su tre livelli in legno e cemento. Continua raccontando che il turismo nel villaggio è cominciato intorno al 2008 con i primi risultati ottenuti dalla costituzione dell’Ecomuseo, avviata formalmente nel 2005 dopo la morte del norvegese Gjestrum (2001). Fin quando rimase in vita, però, egli lavorò spesso a Tang’an, spiegando agli abitanti che l’Ecomuseo avrebbe rappresentato per loro una grande possibilità economica, attirando turisti da tutto il mondo. […] Al contrario del 2016, Lu Yufan ora è convinto che i turisti arrivino soprattutto per il bel paesaggio, per stare nella natura e non tanto per il riso. Secondo lui oggi per i locali la vita è più semplice; a Tang’an ormai si può comprare tutto, dal riso alla carne, dai vestiti agli oggetti quotidiani, senza scendere a valle e tutto grazie ai progetti e al progresso che sta arrivando con il turismo. A questo punto provo a riprendere l’argomento che nel 2016 lo preoccupava di più, cioè l’arrivo del turismo di massa e la possibile azione “estraniante” delle agenzie turistiche. La sua risposta mi spiazza. Non solo non ha più alcuna titubanza rispetto a tali possibilità, ma anzi si sente ormai rassicurato dalla presenza di questi soggetti professionali esterni, auspicando una loro azione ancora più incisiva. “Più turisti, più ricchezza”, afferma. […] A questo punto gli chiedo se le agenzie turistiche e i leader locali (o governativi) organizzino incontri o riunioni con gli abitanti (o con i commercianti) per decidere insieme le strategie future da adottare. Mi risponde che gli abitanti e le agenzie turistiche non hanno alcuno spazio di decisione comune. I locali ricevono la comunicazione delle iniziative da organizzare per i turisti e si attivano “a chiamata”: si tratta di brevi visite nelle risaie e spettacoli di danza o canto con il costume folcloristico dei Dong. Le persone che indossano i costumi sono in parte residenti a Tang’an e in parte figuranti ingaggiati dalle stesse agenzie. Si organizzano in media trenta o quaranta performance all’anno. Poi aggiunge che le persone apprezzano ancora il buon riso, ma oggi possono mangiarlo godendo del bel paesaggio visibile dalle terrazze dei belvedere che stanno costruendo, allietati dagli spettacoli folcloristici proposti dalle agenzie turistiche.21)Diario, 27.02.2019.

Il progetto di realizzare ecomusei in Cina nacque in una stagione politica e di sensibilità pubbliche assai diverse dalle attuali. Quello che ho definito “circuito Zhaoxing-Tang’an” è di fatto l’ultimo esito – per altro postumo rispetto alla morte di Gjestrum – della collaborazione sino-norvegese che vide invece i sui primi risultati con la realizzazione degli altri ecomusei del Guizhou, intorno alla fine degli anni Novanta. Allora gli obiettivi del governo centrale tenevano insieme l’esigenza di redistribuire, simbolicamente, una minima parte delle risorse collettive – per lo più migliorando le infrastrutture – tra le aree più depresse della Cina, con la necessità politico-ideologica di valorizzare le minoranze istituzionalizzate per affermare, almeno formalmente, un principio di eguaglianza delle possibilità di ispirazione marxista. Ma negli ultimi anni “[l]e mutate condizioni di vita hanno reso possibile la nascita di una classe media diffusa, prevalentemente urbana, di una classe di benestanti, stimati in oltre 200 milioni nel 2015 (14,5% della popolazione), destinata a più che raddoppiare entro il 2020 […] e di una classe di ricchi e super ricchi, stimati in poco più di un milione di individui […]”.22)Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato (Bologna: il Mulino, 2015), 12. Le attività professionali, le aree e le modalità di abitazione, le possibilità economico-finanziarie, le nuove forme di impiego del tempo libero, le attitudini, le abitudini, le visioni del mondo, di un numero gigantesco di persone stanno profondamente e rapidamente cambiando. Ciò non vale soltanto per le nuove generazioni di studenti e di professionisti che si formano o che lavorano in contesti transnazionali, per chi si è spostato dalle campagne alle città, ma vale allo stesso modo per chi tutt’ora abita in zone più marginali. Proprio per questo “[p]er analizzare la modernizzazione delle aree etniche dobbiamo […] considerare i recenti processi di industrializzazione e urbanizzazione del paese”,23)Yanzhong Wang, “Lo sviluppo socioeconomico delle aree etniche”, in Roberto Malighetti (a cura di), Antropologie dalla Cina (Firenze: SEID, 2014), 43. dobbiamo provare a considerare complessivamente la fase di “transizione” che sta attraversando la Cina.
L’attività degli ecomusei che, ormai quasi trent’anni fa, in deroga alle prerogative “progressiste” del dibattito francese, era stata concepita come strumento di conservazione e di valorizzazione in loco del secolare ed equilibrato rapporto tra “culture” delle minoranze e risorse ambientali, oggi è re-interpretata a uso economico-turistico come un ben congegnato spettacolo di se stessa. Se all’inizio degli anni Novanta il suffisso ‘eco-’ in Cina poteva rimandare all’auspicio che rispetto al modello di vita urbana, caotica e sovraffollata, le aree periferiche, quelle abitate dalle minoranze, avrebbero potuto indicare forme più equilibrate di coabitazione tra esseri umani e il resto dell’ecosistema – contro i rischi di quello che nel dibattito scientifico internazionale è definito antropocene24)Maya Pellicciari, Sabrina Flamini, “Antropologia e Antropocene”, Sistema Salute, 60, 4, 2016, 36-49. Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria (Verona: ombre corte, 2017). –, oggi quello stesso ‘eco-’, coniato con specifiche e differenti implicazioni dai francesi, è prioritariamente interpretato come ‘ecological’ nella sua accezione ambientalista-ecologista. Ma si tratta di un ambientalismo fruito per lo più a scopo ricreativo dall’esterno; non tanto dai locali, quanto dai numerosi visitatori che scelgono di immergersi temporaneamente in uno spettacolo della storia e della natura, ormai estraneo alla loro quotidianità urbana. Un museo dell’intrattenimento ecologico, quindi, rappresentato da quella che viene considerata come una natura ancora “sostenibile”, in cui i rapporti tra gli esseri umani e il resto dell’ambiente non generano ancora disequilibri o fratture. Si tratta di una visione estremamente romantica, per l’appunto un dualismo che non tiene conto delle posizioni complesse e mutevoli assunte dai molti soggetti coinvolti. Ognuno di loro, rispetto al nesso persone-storia-ambiente, gioca partite differenti, perché differenti sono gli obiettivi, i contesti, le possibilità e le visioni: chi ha bisogno di costruire narrazioni credibili, chi ha bisogno di gestire politiche, chi ha bisogno di monetizzare, chi ha bisogno di immergersi nelle narrazioni, chi impiega tempo nel lavoro, chi utilizza tempo libero, chi progetta, chi spera, chi sogna. Sono d’accordo con Sandro Piermattei quando scrive che:

L’ambiente […] è un oggetto polemologico e patrimoniale e, in quanto tale, esso è conteso e rivendicato da soggetti differenti, all’esterno e all’interno delle singole comunità che vi vivono e che lo gestiscono, poiché anche all’interno delle cosiddette popolazioni locali non c’è uniformità, ma esistono gruppi mossi da interessi diversi e spesso tra loro irriducibilmente contrastanti. A questa eterogeneità di interessi corrispondono discorsi e ideologie che vanno a legittimare, talvolta anche in modo contraddittorio, certe pratiche di gestione dell’ambiente. […] Si tratta, in altri termini, di considerare non solo il gioco delle rappresentazioni, delle retoriche di cui gli attori sociali si fanno portatori, dei discorsi che utilizzano per negoziare con i propri interlocutori e persuaderli della legittimità dei propri interessi e del proprio punto di vista sul territorio, ma di tenere conto anche delle posizioni dei soggetti che possono perfino mutare a seconda degli eventi che influenzano le loro strategie.25)Sandro Piermattei, Antropologia ambientale e paesaggio agrario (Perugia: Morlacchi, 2007), 11-12.

L’ambiente – esseri umani in un sistema complesso di relazioni con la natura circostante, di cui essi stessi fanno parte – che gli ecomusei del Guizhou si sono prefissi di conservare e valorizzare è, quindi, un ambiente vissuto, concepito, interpretato, narrato, gestito, agito, in modo differente, da persone differenti, in tempi differenti. È un ambiente “locale”, ma sempre più definito dentro visioni del mondo che necessariamente coprono spazi fisici e culturali molto ampi, definito nelle logiche delle economie e delle professionalità transnazionali. È un ambiente che si trova in Cina, ma che dialoga con le logiche di un pianeta aperto e connesso.

Tang’an, aprile 2016. Lu Yufan pesca nelle risaie. Fotografia di Daniele Parbuono

In questo senso va letta la nuova posizione del vecchio leader Lu Yufan, che un tempo pensava il “suo” ambiente di vita con le mani inumidite dall’acqua delle risaie da cui riusciva a tirar fuori riso, ma anche pesce, per sopravvivere, mentre oggi lo pensa fumando sigarette industriali al tavolo del ristorante per turisti che ha di recente aperto insieme al figlio. E in questo senso oggi la sua narrazione dell’Ecomuseo, più ‘ecological’ – in una accezione ambientalista-ecologista buona per attrarre turisti – che ‘eco-’ – nell’ottica francese di auto-riconoscimento delle risorse per uno sviluppo locale sostenibile –, è molto simile a quella che abbiamo sentito da Liu Hongxia, l’albergatrice trasferitasi a Zhaoxing in cerca di fortuna. Si tratta di uno spazio-tempo in cui passato e presente interagiscono costruendo esperienze ibride della natura e della storia. Si tratta delle risaie, in cui i contadini ancora lavorano scalzi e a mani nude con i buoi, fotografate da turisti benestanti che dopo trenta minuti di passeggiata “salubre” in collina tornano a Zhaoxing nelle camere di alberghi ricostruiti in stile antico, con all’interno suite alla moda rese confortevoli da connessione wi-fi, condizionatore, ampio bagno privato, doccia e televisore. Si tratta di vecchie cerimonie riproposte in costumi Dong di tessuto acrilico, indossati da giovani figuranti retribuiti che si scattano selfie con famiglie in vacanza e postano su WeChat sorrisi divertiti e “segni di vittoria” nello sfondo eccezionale delle risaie terrazzate. Risaie che dal canto loro raccontano secoli e secoli di lavoro, di ingegno, di saper fare, di soluzioni mediate tra esseri umani, altri animali e il resto della natura.
Non è solo l’ambiente a mutare, ma anche gli immaginari che dell’ambiente possono sviluppare le stesse persone in situazioni diverse, nonché diverse persone in situazioni diverse.

Chiosa. Dialogando con l’anziano Lu Yufan lo scorso febbraio ho annotato nei miei appunti: “Mi ricorda molto l’atteggiamento di mia nonna rispetto alla cosiddetta ‘puzza di stalla’”. Mia nonna si chiamava Olga, era nata nel 1928 ed è morta il giorno successivo alla festa per il suo novantesimo compleanno, mentre io mi trovavo in Cina a far ricerca tra i Miao, i Dong, i Tujia. Era stata una contadina, aveva vissuto per anni senza acqua corrente, senza riscaldamenti, cibandosi a stento, dormendo in camera con le galline. Era cresciuta in una zona di collina in cui ogni anno nevicava, ma aveva comprato il suo primo cappotto dopo i vent’anni. Sempre dopo i vent’anni aveva imparato ad andare in bicicletta. Poi il marito (mio nonno) trovò lavoro nelle officine delle Ferrovie, erano gli anni Sessanta e con il figlio (mio padre) mutarono stile di vita, si traferirono in un paese turistico (Castiglione del Lago, in provincia di Perugia), comprarono la prima televisione, poi la prima automobile, una Fiat Cinquecento che era così piccola ma che quando con mio nonno la fissava ferma nel garage le sembrava tanto grande (raccontava sempre), il primo telefono, i primi viaggi in treno. Tutto era e sarebbe cambiato. Qualche anno fa la portai a vedere una casa immersa tra i boschi di una collina fuori Perugia che avrei voluto acquistare con la mia compagna. “Pensa che bello sarebbe vivere qui in mezzo alla natura”, le dissi. La sua sentenza fu perentoria: “Mé fa schìfo! Té cómprala, ma io tuquì nun cé vèngo mànco mórta”. Poi scelsi di comprare un appartamento con un bel terrazzo panoramico al centro di Perugia e lì è venuta molte volte, felice, spesso acconciandosi i capelli dalla parrucchiera prima di presentarsi alla città, a quell’ambiente urbano cui così tanto aveva ambito nella prima parte della sua vita. Chissà cosa penserebbe se oggi nel suo paesino d’origine – Pietreto, minuscola frazione immersa nel bosco del Comune di Paciano (Comune abitato al massimo da novecento persone d’estate) in Umbria – stesse accadendo quello che accade a Tang’an? Penso proprio che il suo approccio sarebbe simile a quello di Lu Yufan.

Parbuono, Visioni, percezioni e narrazioni dell’ambiente PDF

Immagine: Zhaoxing, febbraio 2019, foto di Daniele Parbuono.

Daniele Parbuono è docente di discipline antropologiche presso l’Università degli Studi di Perugia e la Chongqing University of Arts and Sciences (CUAS) dove è Full Professore co-dirige il “China-Europe cultural Heritage Centre”. È inoltre Special-Term Professor presso la Sichuan University. I suoi interessi di ricerca riguardano i fenomeni demologici, l’antropologia politica e delle migrazioni, i patrimoni linguistici e culturali con particolare attenzione ai processi di patrimonializzazione in Europa e in Cina.

References
1 Si trattava di un gruppo di ricerca specificamente organizzato all’interno del più ampio progetto “Guizhou group of Ecomuseums research project”, finanziato dalla CUAS e da me diretto fin dal 2016. Del gruppo facevano parte, oltre a me, tre docenti della CUAS, cinque studenti del Masterin Antropologia culturale della stessa Università, e Cristiano Croci, studente della Scuola di specializzazione in Beni demoetnoantropologici dell’Università degli Studi di Perugia (in convenzione con le Università di Firenze, di Siena e di Torino) che stava lavorando insieme a me alla sua tesi di diploma, dopo alcuni mesi di tirocinio in Cina.
2 Roberto Malighetti, “Introduzione. Antropologie dalla Cina”, in Roberto Malighetti (a cura di), Antropologie dalla Cina(Firenze: SEID, 2014), XXII.
3 Donghai Su, “La storia dello sviluppo degli ecomusei in Cina”, in aa. vv., Diversità che dialogano. Dalle prime esperienze al laboratorio Cina 2005 (Trento: Documenti Trentino Cultura, Centro Duplicazioni PAT, 2006), 5-12.
4 Georges Henri Rivière, “The Ecomuseum – an Evolutive Definition”, Museum. Images of the ecomuseum, 148 (vol. XXXVII, 4), 1985, 182-183.
5 Hughes De Varine, Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, a cura di Daniele Jalla (Bologna: CLUEB, 2005).
6 Peter Davis, Ecomuseums: A Sense of Place (New York-London: Leicester University Press, 1999).
7 Georges Henri Rivière, “The Ecomuseum – an Evolutive Definition”, 182-183. Traduzione mia.
8 Michael Hitchcock, Nick Stanley, King Chung Siu, “The South-East Asian “Living Museum” and its Antecedents”, in Gerard Corsane (a cura di), Heritage, Museums and Galleries. An Introductory Reader (London-New York: Routledge, 2005), 319-338.
9 Daniele Parbuono, “Old-New Town”, AM. Antropologia Mussale. Rivista della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici, 14, 40/42, 2018, 86-90.
10 Donghai Su, “The Concept of the Ecomuseum and its Practice in China”, Museum International, 237-238, 60, 2008, 29-39.
11 aa. vv., Diversità che dialogano. Dalle prime esperienze al laboratorio Cina 2005 (Trento: Documenti Trentino Cultura, Centro Duplicazioni PAT, 2006), 1.
12 Cristiano Croci, Daniele Parbuono, “Turismo e minoranze. Un primo rapporto di ricerca sugli ecomusei del Guizhou (Cina)”, in Francesco Aliberti, Fulvio Cozza (a cura di), Mobilità culturale e spazi ospitali (Roma: Cisu, 2018), 291-314. Daniele Parbuono, “Old-New Town”, AM. Antropologia Museale. Rivista della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici, 14, 40/42, 2018, 86-90.
13 Intervista del 27.2.2019.
14 Intervista del 26.02.2019.
15 Yongchuan è il distretto della municipalità di Chongqing dove ha sede la CUAS. Il gruppo di ricerca era costituito, oltre che da me, da Simone Buccilli (Studente di lingua cinese presso l’Università degli Studi di Perugia e docente di lingua italiana presso la CUAS, invitato come interprete), da Chiara Albanesi (mia compagna e addetta alla realizzazione di materiali audiovisivi) e da un autista della CUAS che ha collaborato all’organizzazione logistica e alle traduzioni.
16 Daniele Parbuono, “Old-New Town”, AM. Antropologia Mussale  Rivista della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici, 14, 40/42, 2018, 86-90.
17 Diario, 26.02.2019.
18 Yi Hong, “Ecomuseum Evaluation: Experiences in Guizhou and Guangxi, China”, in Proceeding of the 3rd World Planning Schools Congress (Perth:WPSC, 2011), 15. Traduzione mia.
19 Interviste del 30.04.2016.
20 “I turisti vengono qui per i Dong. Secondo me la cultura Dong è rappresentata dalle tipiche architetture, dalla Torre del Tamburo, dai festival di danza e canto in costume che si fanno durante l’estate e durante il capodanno. Quasi tutti i turisti stanno qui a Zhaoxing, vanno per mezza giornata a Tang’an, ma poi dormono qui. I turisti vogliono passare una giornata a Tang’an per ammirare il paesaggio e per stare immersi nella natura” (Intervista a Liu Hongxia,26.02.2019).
21 Diario, 27.02.2019.
22 Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato (Bologna: il Mulino, 2015), 12.
23 Yanzhong Wang, “Lo sviluppo socioeconomico delle aree etniche”, in Roberto Malighetti (a cura di), Antropologie dalla Cina (Firenze: SEID, 2014), 43.
24 Maya Pellicciari, Sabrina Flamini, “Antropologia e Antropocene”, Sistema Salute, 60, 4, 2016, 36-49. Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria (Verona: ombre corte, 2017).
25 Sandro Piermattei, Antropologia ambientale e paesaggio agrario (Perugia: Morlacchi, 2007), 11-12.